LJUBICIC SI CONFESSA: “BISOGNA SAPER ASCOLTARE IL PROPRIO ASSISTITO”

Prima intervista per Ivan Ljubicic da quando è diventato allenatore di Roger Federer, rilasciata pochi giorni fa per il sito dell’ATP

Tennis. Per la prima volta da quando siede sulla panchina di Roger Federer, l’attuale coach Ivan Ljubicic ha rilasciato un’intervista destinata al sito dell’ATP. Come al solito, non sono mancati gli spunti interessanti da parte dell’ex giocatore croato.

Ricordiamo infatti che dall’inizio della loro collaborazione, il fuoriclasse svizzero ha vinto la bellezza di nove titoli complessivi, tra cui spiccano soprattutto tre sigilli a livello Slam nonchè la riconquista della vetta del ranking mondiale dopo quasi sei anni dall’ultima volta.

La cosa fondamentale è mettersi in testa che bisogna ascoltare, ascoltare e ancora ascoltare. Il giocatore decide, domina la scena, com’è normale e giusto che sia.

Ognuno ha le proprie idee, le proprie convinzioni, anche le proprie ubbie. Nessuno può pensare di mettersi al lavoro e imporsi da subito, come una prima donna, soprattutto se la collaborazione inizia nel mezzo di una stagione“.

Bisogna conquistare la fiducia del proprio assistito, far sì che sia convinto di poter comprare il prodotto che gli viene proposto.

Si tratta di avere a che fare con equilibri delicati, occorre calibrare la necessità di essere credibili da subito con l’esigenza di introdurre strumenti utili ad apportare migliorie nel medio e lungo periodo.

Non c’è nulla di più difficile, perché se i risultati non arrivano subito il giocatore tenderà a non fidarsi ciecamente di te, rendendo difficile il raggiungimento di qualsiasi obiettivo a lunga gittata“.

Quando ancora giocavo ho chiesto a Paul Annacone cosa significasse allenare. La sua risposta non mi ha mai abbandonato: mi ha detto che la cosa più importante sta nell’ascoltare, nello studiare, nel guardarsi continuamente attorno perché ovunque può annidarsi una conoscenza utile, anche nelle situazioni più improbabili.

Con l’esperienza poi arriva, o almeno dovrebbe arrivare, la capacità di non superare la linea“.

Sapere non ciò che bisogna dire, perché per arrivare a quello basta lo studio, ma quando dirlo, quando è necessario imporsi.

A volte l’intromissione nella zona più sensibile della mente del giocatore è indispensabile, ma in alcune circostanze è altrettanto importante starne fuori, in silenzio.

Anzi, ci sono casi in cui si coglie nel segno accettando che il giocatore cada facendo il contrario di quanto gli è stato suggerito“.

Viaggiare continua a entusiasmarmi, e fare il coach è la professione più vicina a quella del tennista, solo le emozioni hanno gradazioni leggermente più sfumate.

La più grande differenza? Quando sono a casa non devo allenarmi, e ciò tende a fare la differenza, perché posso dedicare tempo di qualità a mia moglie e ai ragazzi“.


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