TONI NADAL: “DAL 2005 RAFA È COSTRETTO AD USARE ANTIDOLORIFICI”

Lo zio Toni parla dei problemi fisici di suo nipote attualmente fuori dal circuito, non escludendo un possibile ritorno di Rafa in occasione della sfida di Coppa Davis
lunedì, 19 Marzo 2018

Tennis. Nuova interessante intervista rilasciata da Toni Nadal, chiamato ad esprimere il suo parere in merito alla lunga catena di infortuni che hanno purtroppo contraddistinto la carriera di suo nipote Rafael. Gli inizi risalgono addirittura al lontano 2005, quando ancora non era avvenuto il definitivo salto di qualità.

“Nel 2005, si scoprì che Rafa aveva un problema congenito al piede e gli specialisti dissero che la sua carriera era praticamente finita. Spessissimo non siamo riusciti a portare a termine gli allenamenti e altrettanto spesso era costretto a prendere antidolorifici perché il dolore peggiorava.

Successivamente, a causa delle solette che usava e che hanno risolto il suo problema al piede, ha iniziato ad avere problemi al ginocchio, alla schiena e in altre parti del corpo“.

Non gliel’ho chiesto direttamente, ma credo che abbia grandissime aspettative. L’anno scorso le cose sono andate benissimo per lui e anche l’anno precedente, fino all’infortunio, ha avuto un’ottima stagione su terra.

Non vedo nessun motivo per cui non dovrebbero andare bene anche stavolta. Certamente ogni anno diventa più difficile, ma dal mio punto di vista il favorito numero uno sulla terra rimane Rafael”.

Ogni anno è sempre più difficile riconfermarsi, ma penso che il favorito numero uno sia ancora Rafael. Ci sono giocatori come Zverev e Chung che potrebbero diventare molto pericolosi, perciò credo che il rivale principale sia il giocatore che è più in forma.

Il ritorno alle gare potrebbe avvenire in Davis contro la Germania ad aprile. Il suo obiettivo è giocarla, saranno da verificare le sue condizioni, ma se starà bene sicuramente rientrerà”.

“È molto importante far capire al giovane allievo il peso del suo impegno, ma dipende da ciascuna persona. Con Rafa è stato molto facile perché fin dall’inizio tutto questo era ben chiaro. Oltre alle sua capacità fisiche, la sua forza mentale è enorme.

Proteggere in maniera eccessiva i bambini è dannoso perché si abituano ad impegnarsi solo per quello che piace loro.

Nell’Accademia vedi tanti casi come questi e ti rendi subito conto che l’età non è un fattore importante. Puoi avere un ragazzino di 12 anni totalmente dedicato e impegnato e uno di 18 anni che ha difficolta a sopportare il minimo sacrificio”.

“Ne sono convinto. L’educazione insiste nel voler trasmettere concetti, ma io credo che la formazione del carattere sia più importante. È il carattere che ti aiuta davvero a essere in grado di risolvere i problemi della vita.

Se al bambino si facilita il lavoro è difficile che impari qualcosa. Bisogna prepararli per quello che dovranno affrontare nella vita e insegnar loro a risolvere i problemi sin dalla tenera età”.

“Perché la generazione che doveva prenderne il posto non è stata abbastanza forte. Non è altro che il riflesso della società in cui viviamo, una società ultra-protettiva nei confronti dei ragazzi. Quando io e Rafa ci siamo affacciati nel circuito i migliori giocatori avevano tra i 21 e i 23 anni.

Ora, a quell’età, la maggior parte non è ancora entrata stabilmente nel circuito. Perché? Perché i ragazzi sono più immaturi e hanno difficoltà a crescere”.

 


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