APOSTOLOS TSITSIPAS: “NON FACILE ESSERE COACH DI TUO FIGLIO”

Il padre del giovane talento greco Tsitsipas ha parlato dei vantaggi e degli svantaggi di allenare il proprio figlio
sabato, 22 Dicembre 2018

Tennis. Tra i segreti meno nascosti dietro al successo di Stefanos Tsitsipas, c’è sicuramente suo padre Aspostolos, che lo segue in giro per il mondo insieme ad alcuni membri dell’Accademia di Patrick Mouratoglou. Quest’anno la giovane stellina greca ha centrato il suo primo titolo in carriera a Stoccolma, oltre a raggiungere la finale nel prestigioso Masters 1000 di Toronto.

“Non è facile, ma credo che ci sono cose positive e negative nell’essere il coach di tuo figlio. Hai la possibilità di amare tuo figlio e dargli ciò di cui ha bisogno quando è piccolo, cioè amore. È bello essere parte della sua vita al 100%, ma è anche difficile soffrire con lui, supportare e sopportare tutte le sue emozioni.

Quando un figlio cresce ci sono sempre cose positive e negative e nel mio caso la figura di padre e coach si deve scindere. In campo sono il coach, non esiste il papà” – ha dichiarato Apostolos Tsitsipas in una recente intervista.

“Stefanos è un ragazzo molto facile da gestire. In 27 anni che lavoro come coach, il suo è il miglior carattere che abbia mai visto e non lo dico perché è mio figlio. Ogni coach che lo ha visto allenarsi mi ha detto la stessa cosa – sentenzia sicuro, prima di aggiungere -.

Pensa, il primo allenatore che ha avuto al tennis club e che lo ha seguito dai 9 ai 13 anni, adesso si è trasferito in un altro club e quando ci sentiamo mi ripete sempre di non aver mai conosciuto un ragazzo con un atteggiamento migliore.

Prese questa decisione quando aveva dieci anni. Dovevamo raggiungere un mio amico in Francia per uno stage estivo e Stefanos venne con me. Fu lui a chiedermi di partecipare al torneo, dove si qualificò per il Masters tra i migliori otto ragazzi presenti. E lo vinse. L’emozione fu così forte che quel giorno mi svegliò in piena notte: ‘Papà devo assolutamente dirtelo: voglio diventare un giocatore di tennis, mi piace la competizione, mi piace la sfida’. Sono sensazioni che non si riescono troppo a insegnare: una persona se le porta dentro.”


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