AGASSI E DJOKOVIC: LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

Novak Djokovic ha scelto di farsi seguire a gettone da Andre Agassi. Può funzionare? Certi parallelismi, certi incroci di destini farebbero supporre di sì-
mercoledì, 24 Maggio 2017

TENNIS – “Nessuno può essere paragonato ad Andre Agassi, almeno non senza il suo permesso”. Nelle parole di Robin Finn sul New York Times prima della finale del Roland Garros 1990 contro Gomez, nel giorno della mascherata definitiva, è racchiusa la storia di un’icona che ha definito la sua carriera per reazione. Un campione che a Parigi, nove anni dopo, cambierà la sua carriera e la sua vita, col Career Grand Slam e il trofeo personale più importante, il legame con Steffi Graf Un campione che conosce il buio dei dubbi e le luci della ribalta, scelto ora per aiutare un altro campione che si è definito per reazione, quel Novak Djokovic rispettato ma non amato. Quel Novak Djokovic che sta scoprendo quante ombre solitarie si nascondano dove le luci brillano più forti, quanto sia solitaria la vetta del mondo.

Agassi diventa tennista per volere del padre, ex pugile iraniano che ha partecipato alle Olimpiadi del 1948 e del 1952. Mike lega una pallina da tennis a una corda e la fa penzolare sulla sua culla dal primo giorno in cui apre gli occhi, quando è abbastanza grande da stare nel seggiolone gli lega con un nastro mezza racchetta da ping pong alla mano e gli lancia dei palloncini. Mike lo fa allenare col “drago”, la macchina sparapalle modificata per fargli colpire 2500 palle al giorno, 17.500 alla settimana e quasi un milione in un anno. “I numeri, dice, non mentono. Un bambino che colpisce un milione di palle all’anno sarà imbattibile”. Mike lo avvia al circuito junior a 7 anni, Agassi a 13 scappa da suo padre ma non dalla strada che ha scelto per lui, anzi facendo la miglior scelta possibile per arrivare al traguardo che ha disegnato per lui: si iscrive alla Bollettieri Academy.

Anche Nole ha imparato a mettere il tennis in prospettiva da piccolo. Sulle sue spalle strette ha pesato da subito la responsabilità del riscatto dell’intera famiglia, di ripagare i debiti che suo padre aveva contratto finendo perfino per ricorrere agli strozzini. Il viaggio di Nole lo porta lontano dalla guerra, lontano anche da Jelena Gencic e dalla musica di Puskin che non copre fino in fondo la musica di morte delle bombe.

Non si ribella, però, Djokovic. Agassi invece fa di tutto per farsi notare. Le sue maschere non si contano, dai pantaloncini di jeans ai capelli punk allo smalto rosa. In campo come a carnevale, perché in tutto quello che fa Agassi sembra motivato da un senso inestirpabile di insicurezza. Ma è insieme un fenomeno di marketing, una sorta di “pagliaccio” che a ventun anni ha già giocato, e perso, tre finali dello Slam, il simbolo del tennis rock-and-roll che per anni diserta Wimbledon per non piegarsi alla regola del bianco. Molti lo vedono come un campione passeggero, un talento naturale e insieme mercuriale, che mentre a parole cerca di staccarsene, fa di tutto perché lo slogan dello spot Canon che ha girato a 18 anni sia il suo ritratto migliore: l’immagine è tutto.

È tutto per chi si trova su un treno che va a Paradiso città perché qualcun altro l’ha fatto salire, che ha milioni di fan adoranti che si acconciano i capelli e si vestono come lui e che vogliono vedere sul suo volto i segni del successo, non le stimmate del dubbio. È tutto per chi per anni ha continuato a farsi scegliere, è rimasto dove un attimo vale un altro, dove una palla vale un altra, e anche se si è chiesto “come mai?” non ha trovato una risposta del tutto convincente. Nemmeno quando è diventato il primo (e tuttora unico, nell’era Open) capace di vincere gli Us Open non essendo testa di serie.

L’immagine è tutto per chi, in campo, fa di tutto per essere diverso da come è fuori, da chi professa una fede cristiano evangelico e legge libri di psicologi popolari “da supermercato” e cerca costantemente appoggio nello sguardo degli altri. L’immagine sembrava tutto anche per il Djokovic più giovane a vincere un Masters 1000 prima di Alexander Zverev, il Djokovic che per cercare affetto e stima ricorreva alle imitazioni.

Agassi inizia a scegliere davvero quando chiama Brad Gilbert come suo allenatore e convince Gil Reyes a lasciare il suo ben remunerato contratto con l’Università di Las Vegas come preparatore della squadra di basket dei Runnin’ Rebels che hanno vinto il titolo NCAA nel 1990. Lascia un gruppo di Corridori Ribelli per prendersi carico di un corridore ribelle solo.

Agassi trova il padre che non ha mai avuto e insieme un preparatore inflessibile e metodico, che gli costruisce tutte le macchine per allenarsi, perché il suo scopo è di massimizzare la resa dell’esercizio muscolare senza sforzi inutili o dannosi. E allora le macchine devono essere personalizzate. Il garage di Reyes diventa l’Agassi Training Center, ed è lì che adesso si trovano tutti i trofei di Agassi, perché in fondo è lì che sono lati, è a quel luogo che appartengono. In Gilbert trova un allenatore che gli fa capire un concetto semplice: quanto infinitamente doloroso sarebbe guardare la propria carriera, una volta conclusa, con rimpianto.

Quel che in fondo avrebbe bisogno di capire Novak Djokovic, che pure di rimpianti può comunque averne pochi, soprattutto dopo un quinquennio d’oro come il periodo 2011-2015. Ha bisogno di una guida, di un esempio autorevole che con la forza della sua storia riesca a riportare il tennis al centro della storia, dell’orizzonte del Djokovic trentenne e padre.

Negli anni passati insieme al drago e ai coach di Bradenton, la personalità incline al dubbio di Agassi ha prodotto un tennis unico e perfetto, che si definisce per reazione. Agassi, etero-indotto su una strada su cui è rimasto grazie a un talento in parte preesistente, come ogni ribelle deve vedere una o due mosse più in là, deve giocare d’anticipo. “Credo di essere stato uno dei primi a colpire piatto e forte sia di dritto che di rovescio. E questo tipo di gioco ha spinto il tennis a migliorarsi” ha detto Andre alla cerimonia per l’ingresso nella Hall of Fame, dove si aggiunge a Steffi Graf. “Ho sempre rivelato i miei fallimenti più dei miei successi” ha aggiunto alla ESPN. “Ecco cosa mi ha insegnato questo sport. Nel tennis non serve essere perfetto, devi solo trovare il modo di essere migliore di una persona sola. Come risultato, non smetti mai di spingere te stesso”.

È il percorso del RoboNole che si spinto ai limiti dell’umana comprensione, che ha inseguito una forma di perfezione con l’ossessione di quell’antica responsabilità, con l’obbligo del successo come questione non di vita o di morte magari, ma di sicuro come un marchio, come un imperativo, come l’unica via di salvezza. Intrappolato dentro un personaggio, chiuso dentro una prigione dorata, quando la maschera nuda cade e il trucco si svela, quando l’uomo si disvela e si rivela, si incontra e non si riconosce.

“Il fondo è un posto interessante” ha detto Agassi dopo il 1997 pieno di dubbi, dopo il divorzio da Brooke Shields “ci ho passato un po’ di tempo. Salire da numero 141 e tornare numero 1 non è stato un traguardo, ma la riflessione di un traguardo: il sintomo di scelte giuste”. Quelle stesse scelte che ora ha bisogno di fare l’umano, troppo umano Djokovic per ritrovare la strada.


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