AGASSI: “ORGOGLIOSO DEI PROGRESSI NELLA LOTTA AL DOPING”

L'ex campione americano parla del tennis del suo paese e si dice sicuro del fatto che i controlli antidoping siano più severi oggi rispetto al periodo in cui giocava lui. Dichiarazioni in contrasto con quelle rilasciate qualche tempo fa da Roger Federer ed Andy Murray
domenica, 2 Dicembre 2012

Tennis – Stati Uniti. C’erano una volta, senza andare troppo in là con gli anni, autentici fuoriclasse della racchetta, leggende indimenticate e indimenticabili del tennis mondiale. C’era una volta la fucina di talenti a stelle e strisce. “C’era”, per l’appunto, e non c’è più. Il tennis americano, capace di regalare a questo sport talenti del calibro di Pete Sampras, Andre Agassi, John McEnroe, Jim Courier e, perché no, anche il bistrattato – o quantomeno sottostimato – Andy Roddick, sembra essersi smarrito, incapace di ritrovare la strada. È proprio di Roddick l’ultimo exploit in un torneo dello Slam (US Open 2003); da allora ha avuto inizio una poco invidiabile – e, soprattutto, poco preventivabile, visto lo standard al quale eravamo abituati – striscia di 36 major senza l’ombra di un successo statunitense.

Oggi la top ten della classifica mondiale Atp è tristemente scevra di atleti del Nuovo Mondo e, per imbattersi nel primo giocatore statunitense, bisogna arrivare sino alla posizione numero 14, occupata da John Isner. Un grande vuoto, quello lasciato dai fenomeni di qualche decennio fa e una pesantissima eredità lasciata ai posteri. Lo sa bene Andre Agassi, che con i suoi 8 titoli dello Slam e i suoi 60 titoli Atp ha scritto pagine indelebili nella storia del tennis: “Gli standard imposti – non solo nell’era di Pete [Sampras], mia, Jim [Courier] e Michael [Chang] – sono così alti… Abbiamo vinto così tanti titoli che quando hai un Andy Roddick che trionfa agli US Open, ti dici che è grandioso, ma se non dai continuità ai risultati, sei considerato una delusione. Penso però che un ragazzo come Isner possa fare molto”. Peccato che ad oggi, “Big John”, sia ricordato più che altro per la storica partita contro Nicolas Mahut al primo turno di Wimbledon 2010 (durata più di 10 ore) e qualche altra sporadica vittoria. Poco, decisamente poco, se pensiamo ai successi ottenuti dai grandi del passato. Nell’attesa di nuovi talenti – o , più concretamente, di ritrovare almeno Mardy Fish a buoni livelli – , ai tifosi americani non resta che crogiolarsi nei fasti del passato.

Attuale e spinosissimo è invece un altro tema toccato dall’ex fuoriclasse di Las Vegas nella sua intervista rilasciata al Los Angeles Times: quello del doping. “Non so come si possa far meglio. Credo che l’ATP e l’ITF abbiano alzato l’asticella verso l’alto e che siano stati fatti enormi progressi. Durante tutta la mia carriera ho effettuato 20 test delle urine e 8 esami del sangue e ho avuto controlli al di fuori delle competizioni solo tre volte. Ora, invece, c’è molta più severità. I giocatori devono comunicare dove si trovano in ogni momento della giornata e sanno che rimanere puliti è prioritario. Sono orgoglioso dei progressi ottenuti”. Dichiarazioni, se vogliamo, in netto contrasto con quanto dichiarato qualche settimana fa da Roger Federer, numero 2 del Ranking e presidente del consiglio giocatori ATP, che aveva esternato le proprie perplessità riguardo la periodicità con la quale vengono effettuati i test. Opinioni di una certa rilevanza, quelle del fenomeno di Basilea, e non certo per una mera questione di riverenza dettata dal suo status di leggenda vivente del tennis internazionale. Le affermazioni dell’elvetico sono infatti frutto della sua esperienza diretta, personale e, nello specifico, del raffronto tra quanto avveniva qualche anno fa e quanto invece avviene oggi in materia di controlli anti-doping.

Sono meno controllato di 6 o 7 anni fa e non so il perché”, aveva infatti detto Roger. Parole che tra l’altro vanno ad unirsi a quelle di Andy Murray, numero 3 del Ranking, che aveva chiesto più attenzione e maggior rigore nei controlli. Una netta differenza di vedute. È lecito quindi chiedersi se le parole del “Kid” di Las Vegas su un argomento tanto delicato siano più o meno opportune e se siano state dettate o meno da sensazioni effimere e del tutto momentanee.


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