LA LEGGENDA DI POPP-EYE

Non serve rimanere a lungo sul circuito per lasciare un vivido ricordo nel cuore degli appassionati: chi, meglio di Alexander Popp, può spiegarci questo?
lunedì, 18 Aprile 2011

Roma – Tutto in ritardo. Sembrava questo il suo destino, quello del giocatore che per una molteplicità di ragioni, tutte sacrosante per la verità, finiva con arrivare dove gli altri erano già giunti con un considerevole accumulo di tempo disperso. E in un mondo competitivo, come quello sportivo, era un gap quasi incolmabile, a meno che non avesse delle qualità non ancora mostrate, per un motivo preciso: nemmeno sapeva di possederle. Alexander Popp, nato a Heidelberg, residente a Mannheim, in quella Germania che scruta da vicino i bassi confini francesi, non poteva di certo essere considerato un baby prodigio: aveva esordito sul circuito professionistico nel 1997, a 21 anni, ed il primo challenger lo aveva giocato qualche mese prima di diventare ventitreenne. Parametri d’età che conferivano una certa prudenza nel tracciarlo come una futura promessa di questo sport, sebbene, sfruttando le alte leve che Madre Natura gli aveva donato – 201 i centimetri d’altezza – qualche risultato lo aveva conseguito, tanto da scalare piano piano la classifica, ma sempre lontano dai riflettori della notorietà, che però, tutto d’un tratto, si sono accesi su di lui.

La prima volta sull’erba. Correva l’anno 2000, Alexander, quasi 24enne, era reduce dalle prime esperienze sul circuito ATP, che gli avevano riservato rarissime soddisfazioni e diverse secche sconfitte, come quella non memorabile contro il belga Willems a Casablanca; tuttavia si ritrovava, grazie ai diversi successi challenger, tutti colti tra rapidi tappeti indoor e manti di terra battuta, in main draw sia al Roland Garros sia a Wimbledon. A Parigi un paio di set contro il futuro semifinalista Franco Squillari li reggeva, poi, nella settimana successiva si recava a Prostejov, coglieva tre giochi contro Alex Calatrava e studiava nuovamente il calendario “Prossimo impegno: Wimbledon”. E gli scappava da ridere. Perché lui, l’erba, non sapeva nemmeno cosa fosse, e, a sensazione, nemmeno la gradiva troppo. Però l’occasione di entrare per la prima volta nel cosiddetto tempio del tennis era pur sempre da sfruttare e così, vincendo le sue resistenze, partì con Helmut Luthy – allenatore che lo ha sempre seguito durante i suoi anni sul circuito – e volò alla volta di Londra. Male che andasse avrebbe perso al primo turno, com’era accaduto a Parigi. Ed invece, all’All England Club, si verificava l’imponderabile, una scena assimilabile a quella che conclude il celebre cartoon disneyano “La Spada nella roccia”, dove un ragazzino dal fisico improbabilmente esile riesce a estrarre dalla roccia l’arma del titolo, un’impresa che gli permetterà di diventare Re, umiliando così tutti quei valorosi cavalieri che, prima di lui, avevano invano tentato di fare altrettanto. Alexander, infatti, dopo un primo set da incubo contro l’haitiano Ronald Agenor, cominciò a comprendere i meccanismi di quella superficie, che per tantissimi giocatori, un tempo più di oggi, sono rimasti un favoloso mistero. E così, mentre tanti tennisti, dopo l’iniziale entusiasmo e svariati insuccessi, hanno rinunciato a capire come si fa, a giocare sull’erba, Alexander Popp, novello Semola, dal nulla sembrava nato per danzare su quella superficie. Era qui che nasceva uno dei suoi soprannomi più azzeccati, Popp-eye, ovvio riferimento ad un altro cartone animato, il nostro Braccio di Ferro, solo che in questo caso, al posto degli spinaci, è l’erba a scatenare tutto il potenziale nascosto del protagonista dell’articolo. Ma guai a dirglielo “L’erba è la superficie che gradisco di meno” ribadiva lui nelle conferenze stampa, tra lo stupore generale. Il tedescone, dopo Agenor, metteva però in fila pure due ex vincitori del Roland Garros, Michael Chang e Gustavo Kuerten, e poi un altro grattacielo movente, Marc Rosset, cogliendo così i quarti di finale.

Le reazioni. Contro Patrick Rafter, Alexander opponeva fiera resistenza che non gli consentiva però di evitare una sconfitta in 3 set, ma il suo nome, la sua storia incuriosirono tutti, a partire dagli stessi giornalisti inglesi, che, una volta appreso come la madre di Popp, Jennifer, fosse londinese, si domandavano se ci fossero possibilità che il giocatore scegliesse di cambiare nazionalità, visto che un tennista di quelle qualità per loro sarebbe stato un importante acquisto. Alexander, però, nemmeno ci pensava, principalmente perché non era un pensiero che lo toccasse in maniera così particolare. Quel che gli interessava, al tempo, era recuperare quel tempo perso, quello che gli aveva impedito di raggiungere prima quei livelli di classifica. Perché il giocatore visto a Wimbledon appariva come qualcosa di più di una semplice meteora: insomma su Popp ci si poteva contare. Il problema è che, nel frattempo, mentre la stampa inglese non si capacitava che al teutonico non tangesse della possibilità di diventare suddito della Regina, quella tedesca non era capace di gestire il fenomeno. A posteriori, Alexander non ha accettato quella sorta di follia che si era creata in Germania mentre lui collezionava vittime illustri in Inghilterra. “I giornali erano impazziti, Poppeye da Mannheim, il nuovo Boris, titoli come questi si leggevano ogni giorno. Ma io sapevo bene quali fossero le mie qualità ed i miei limiti, peccato che fosse inutile parlare coi giornalisti perché qualsiasi cosa io dicessi, non aveva importanza, la storia era già confezionata, io ero il nuovo Becker pronto a conquistare titoli dello Slam. Era una situazione scomoda, come se uno studente che avesse colto qualche risultato in fisica venisse paragonato a Newton, perché in Germana Boris è davvero un personaggio che ha cambiato l’opinione pubblica rispetto al tennis.” Si narra che la mattina successiva al suo successo su Kuerten, a casa Popp, a Mannheim, orde di giornalisti si fossero presentate alla porta per chiedere foto di Alexander di qualsiasi genere, perché la gente voleva sapere, voleva conoscere questo nuovo fenomeno, arrivato dal nulla, quando il tempo perso sembrava troppo.

Il perché del ritardo. Chissà che quest’ossessione non abbia in effetti inficiato nella testa di Alexander, che dopo qualche settimana di pausa, tornò sul circuito e provò a schiacciare il piede sull’acceleratore per raggiungere quelle vette che in patria ormai tutti gli pronosticavano. Fu però un errore, perché Popp commise uno sbaglio che nelle sue condizioni mai avrebbe dovuto permettersi, ovvero non dare ascolto al proprio fisico, che nel frattempo stava coltivando un brutto virus, quella mononucleosi che  lo avrebbe debilitato per tutta la prima parte del 2001 e che lo avrebbe messo fuori gioco per la nuova edizione di Wimbledon. E dopo quell’esperienza giungeva, nel 2002, un altro stop, di 6 mesi, per un problema al legamento del polso destro, a cui poi si aggiungeva un infortunio alla spalla, sempre quella destra. E a tutti appariva chiaro perché Popp fosse arrivato alla ribalta così tardi, perché avesse perso tutto quel tempo: insomma se era diventato un tennista da “nine days’ wonder” – modo di dire per definire chi sale alla ribalta per un periodo relativamente breve, proprio come Alex, il cui Wimbledon peraltro era durato proprio nove giorni – una seria motivazione esisteva.

L’impresa sfiorata. Nell’aprile del 2003, Alexander Popp tornava a calcare le scene del tennis internazionale dopo una pausa di 6 mesi – quando per molti ormai era poco più di una leggenda – ma grazie al “ranking protetto” aveva la possibilità di giocare, a 3 anni di distanza, a Wimbledon, in quella sorta di prova del nove che gli scettici attendevano, per corroborare la loro tesi secondo cui quel torneo era stato soltanto un caso. Ed invece, sconfiggendo Arazi, Sluiter, Novak e Olivier Rochus, Alexander si riqualificava nuovamente per i quarti di finale, rendendo così non casuale la sua entrata nel Last Eight Club di tre anni prima; Popp, però, non si fermava qui ed arrivava davvero vicino a conquistare la semifinale al termine di una sfida appassionante contro il riemerso australiano Mark Philippoussis. Il tedesco, portatosi avanti di due set, veniva recuperato dopo un’interruzione per pioggia, dando così vita ad un quinto set decisivo, che trovava il suo momento clou su una palla break in favore di Popp, sul 5 pari, quando Scud metteva a segno una volèe in tuffo di rovescio divenuta uno dei colpi più celebri dello stesso tennista australiano. Mark si aggiudicava quel set per 8-6 e, come accaduto per Rafter 36 mesi prima, avrebbe raggiunto anche lui la finale. Nemmeno quest’occasione, però, si rivelava la vera svolta per Alexander, che per cercare nuova gloria sul circuito principale doveva aspettare 12 mesi – perché un quarto di finale a Metz non può di certo essere paragonato a quello che le aspettative post-Wimbledon gli conferivano – e rimettere piede all’All England, dove però si fermava agli ottavi, sconfitto dal futuro finalista, ancora una volta, Andy Roddick, prima di cogliere la prima finale ATP sull’erba di Newport e di incappare in un nuovo infortunio, alla spalla, che lo fermava altri 6 mesi.

L’addio.
Così, il 2005 di Alexander Popp si trasformava in una sorta di tour d’addio, dove la norma era rappresentata dalle sconfitte al primo turno, che venivano evitate in occasioni davvero limitate e la miglior performance, guarda caso, era fatta registrare ancora una volta a Londra, dove però si limitava ad un terzo turno, superato dal russo Dmitry Tursunov, dopo essersi regalato uno spettacolare successo contro Wayne Arthurs per 14-12 al decider. Alla fine della stagione, per Alexander era giunto il momento di appendere la racchetta al chiodo “Il tennis mi ha dato tanto e mi piace sempre, ma non può più essere la mia unica occupazione” affermava in occasione dell’annuncio del suo ritiro, quando informava che avrebbe ripreso in mano i libri, per ottenere una laurea in Farmacia a Berlino, come se tutto il tempo passato sul lettino ospedaliero lo avesse avvicinato a tematiche di natura medica. Assicurano che sia bravo anche sui libri, Alexander, che pur non essendo diventato un Becker della racchetta o senza l’ambizione di essere un Newton degli studi si è garantito un ricordo nella memoria degli appassionati. Soprattutto gli amanti dell’erba inglese.


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