AMERICANI E TERRA BATTUTA: WHAT’S THE PROBLEM?

La vittoria di Jack Sock a Houston è la quinta di un americano negli ultimi dieci anni nel torneo texano. Ma non deve ingannare. Gli americani non riescono a fare bene sulla terra battuta che conta davvero. E il perché è da ricondurre a tre ordini di problemi.
lunedì, 20 Aprile 2015

Tennis – Domenica 12 aprile Jack Sock, vincendo il titolo a Houston, ha aggiunto il proprio nome a quelli di Andy Rodduck, Mardy Fish, John Isner e Ryan Sweeting nell’albo d’oro, diventando il quinto americano a trionfare sulla terra del torneo taxano negli ultimi 10 anni.

Un bilancio positivo dunque per i tennisti a stelle e strisce, che però non riescono a raggiungere uguali risultati quando la terra battuta diventa quella del Roland Garros o dei Master 1000 di Monte Carlo o Roma. Infatti, sui campi di Parigi, solo quattro americani sono andati oltre al terzo turno negli ultimi 11 anni.

La vittoria di Jack Sock in quel di Houston è un importante traguardo per il numero 35 del mondo, che ha portato a casa il suo primo titolo Atp dopo una prima parte di stagione molto complicata. Tuttavia, tale prestazione non deve ingannare. Gli americani non sono improvvisamente diventati forti sulla terra rossa che conta e non rappresentano ancora una minaccia seria per i migliori interpreti di questa superficie.

Non a caso, John Isner, impegnato la scorsa settimana a Monte Carlo, ha sì eliminato Viktor Troicki, ma ha poi perso da Rafa Nadal. Ed è del tennista di Greensboro l’ultima prestazione dignitosa al Roland Garros, con il quarto turno raggiunto nella passata edizione.

Dunque, quando comincia la stagione sulla terra battuta non è facile trovare americani nella seconda parte dei tornei che contano. Domanda lecita: cosa manca ai tennisti d’oltreoceano per diventare competitivi sul rosso?

Le soluzioni sono state smarrite e sembrano impossibili da trovare per giocatori e tecnici. Chiaramente non si tratta di riti pagani o magici, ma di programmazione, di sistemi di allenamento, di questioni tecniche e tattiche. La maggior parte dei tennisti americani basa il proprio gioco sul servizio e sul diritto. John Isner, Sam Querrey, Jack Sock e co. hanno tutti ottimi servizi, diritti potenti e precisi e amano girare intorno alla palla pur di colpirla dal lato del diritto, nel tentativo di risolvere lo scambio con il più classico degli uno-due.

Purtroppo per loro, le partite sulla terra battuta assumono spesso le sembianze di autentiche maratone, tanto per sconfinare nell’atletica. E qui entra in gioco anche l’impostazione fisica dei tennisti statunitensi. Vi immaginate Jack Sock o peggio ancora John Isner macinare chilometri su un campo in terra battuta? Non si tratta proprio di fisici dotati della reattività e della flessibilità che servono in un campo in terra battuta.

Secondo problema. Il rovescio. La compagnia statunitense sul circuito si caratterizza per la tendenza a giocare più diritti possibili. In principio fu Andy Roddick verrebbe da dire. Perché il tennista di Omaha, sul diritto – e prima ancora sul servizio – ha costruito una carriera. E lo stesso hanno fatto Sock, Isner e Querrey. Il problema è che al giorno d’oggi, in particolare sulla terra battuta, non basta avere un grande diritto e un rovescio di puro appoggio. Perché l’avversario lo sa e martella continuamente sul lato debole costringendo il Querrey della situazione a girare intorno alla palla per colpire di diritto o, peggio ancora, a giocare di rovescio senza mai imporsi nello scambio.

Sul cemento, dove i vincenti sono più facili da realizzare, colpire il diritto inside-in o inside-out equivale spesso a realizzare un punto. Ma sulla terra battuta la regola non è così scontata. Bisogna giocare questo colpo con grande potenza e con poco margine di errore perché si lascia scoperta la maggior parte del campo. Un tentativo di inside-out/in non perfetto equivale spesso a un punto perso o all’inizio di una situazione di svantaggio nello scambio. Dunque, se i tennisti a stelle e strisce potessero contare su rovesci più sicuri e in grado di far male in qualche occasione questo risparmierebbe loro molte fatiche e permetterebbe una tenuta maggiore negli scambi lunghi.

Infine, un altro motivo alla base delle difficoltà del movimento tennistico statunitense sulla terra battuta è la quasi totale assenza di tornei sul rosso a livello junior. L’esercizio e la pratica sono i migliori metodi di allenamento, ma se non si ha la possibilità di giocare sin da bambini su una superficie già di per sé complicata le difficoltà non sono destinate ad essere superate. A maggior ragione se la terra di quei pochi impianti che possono vantarsi di averla è una superficie veloce almeno quanto il cemento.

Dunque, finchè la Usta, con i suoi tecnici e i suoi progetti, non riuscirà a trovare la soluzione a questi tre fondamentali ordini di problemi difficilmente si vedrà un tennista americano vincente nei sulle lente e irregolari superfici europee. Ma gli statunitensi non perdano le speranza. Un certo Frances Tiafoe, giovane tennista classe 1998 e numero 450 Atp, ha sempre sostenuto di considerare la terra battuta come la sua superficie preferita. Una posizione che farebbe sgranare gli occhi alla maggior parte dei tennisti americani di oggi e forse anche di ieri. 

Foto: John Isner (www.zimbio.com)


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