ANDY MURRAY, IL RE DEGLI ERBIVORI

TENNIS – Dopo l’oro olimpico vinto a Londra nel 2012, arriva anche il trionfo sui prati di Wimbledon. Andy Murray scalza Roger Federer dal trono dell’erba
martedì, 9 Luglio 2013

Tennis – Wimbledon (Londra). Giochi Olimpici, oppure US Open. Sono questi, di solito, gli eventi che vengono menzionati per indicare la svolta della carriera di Andy Murray. Un giocatore, quest’ultimo, a cui non è mai mancato il talento, ma che ha spesso palesato evidenti limiti caratteriali. Ciò nonostante, da dodici mesi a questa parte, questi limiti sono stati largamente superati: raggiungere quattro finali consecutive nei tornei dello Slam vincendone due è la prova tangibile di una maturità pienamente raggiunta. Ora, al di là dell’invadente retorica dei numeri – settantasette sono stati gli anni trascorsi nell’attesa che un giocatore britannico riportasse in patria il trofeo di casa – , Andy Murray ha di fatto lanciato al mondo tennistico un messaggio inequivocabile: la conquista di Wimbledon lo ha innalzato a nuovo re dell’erba, spodestando Roger Federer dal suo trono.

I segni premonitori del 2012. Lo scozzese aveva già raggiunto lo scorso anno l’ultimo atto del prestigioso torneo londinese, superando una serie di giocatori che, per esperienza e per posizionamento nel tabellone, erano stati tutt’altro che docili avversari. Soltanto un Federer d’altri tempi era riuscito a bloccare la corsa del campione di Dunblane, che sembrava definitivamente lanciato verso il suo primo successo in un torneo dello Slam. Era poi stata la volta delle Olimpiadi, sempre sui prati di Wimbledon, vinte dallo scozzese superando ostacoli non indifferenti: dalla difficile entrata in materia con Wawrinka alle proibitive sfide con Djokovic e Federer.

Il dominio incontrastato del 2013. Dopo una prima parte di stagione altalenante – alle buone prestazioni sul cemento australiano e americano hanno fatto séguito le cocenti delusioni sulla terra rossa europea – , Murray si è presentato in grande spolvero al Queen’s Club di Londra, torneo inaugurale della stagione sull’erba. Già vincitore nel 2009 e nel 2011, Andy si è imposto una terza volta quest’anno, prima di trionfare, lo scorso fine settimana, nel più importante torneo della storia del Tennis: il sempre verde Wimbledon. Rifilando, tra l’altro, una sonora sconfitta all’attuale numero uno del mondo, Novak Djokovic, contro il quale lo scozzese non ha mai ceduto l’ombra di un set sull’erba.

Fattore ‘Rafa’. A proposito dell’attuale dominio di Andy Murray sulle superfici erbose, una prima considerazione riguarda Rafael Nadal (giocatore assai indigesto allo scozzese). Nell’ultimo biennio il maiorchino è stato praticamente inesistente sull’erba, e questo fattore ha quanto meno contribuito a spianare la strada al giocatore di Dunblane. Tre volte su tre, infatti, Murray è stato violentemente allontanato dal giardino di casa per mano di Nadal: nel 2008, nel 2010 e nel 2011. Si può discutere sul fatto che i due si siano sempre incontrati in stadi piuttosto avanzati della competizione londinese, ovvero quando il degrado del campo era già particolarmente evidente, con l’erba sempre più simile alla terra. Ma non si può discutere sul fatto che avere “out” il diavolaccio di Manacor, per infortunio o per sconfitta prematura, abbia certamente alleggerito – e non di poco – il compito allo scozzese.

Fattore Juan Martin. In maniera più indiretta, ma non per questo meno importante, anche l’argentino Juan Martin Del Potro ha “contribuito” ai successi erbivori di Andy Murray. L’anno scorso, in occasione dei Giochi Olimpici di Londra, Del Potro aveva dato vita assieme a Federer a una semifinale paurosa, finita al terzo set con il punteggio di 19 giochi a 17 in favore di quest’ultimo. Tutto ciò dopo oltre quattro ore di gioco. Il campione elvetico aveva poi pagato lo scotto della stanchezza accumulata, perdendo nettamente l’ultimo atto del torneo proprio contro Murray. E quest’anno a Wimbledon, curiosamente, si è verificata la stessa dinamica: Djokovic ha dovuto infatti battagliare per quattro ore e mezza contro un indiavolato Del Potro prima di poter accedere alla finale dei Championships. Mentre Murray ha vinto in maniera ben più rapida la sua semifinale contro la giovane promessa polacca Jerzy Janovicz. E in finale ha potuto approfittare delle precarie condizioni – fisiche ma anche mentali – del campione serbo, apparso totalmente svuotato dall’energia e dalla concentrazione che solitamente lo contraddistinguono.

Fattore Roger. Il campione di Basilea è giustamente considerato il più grande giocatore di sempre sull’erba. Ma l’età avanza inesorabile. E quest’anno, dopo qualche stagione stagnante – fatta eccezione per un sontuoso 2012 – , stiamo assistendo a un crollo verticale del fuoriclasse elvetico. Che sia un calo temporaneo o un declino definitivo, solo il tempo ce lo dirà. Resta il fatto che la differenza di età fra lo svizzero e lo scozzese non permette di fare limpidi paragoni: nei due più recenti scontri diretti al meglio dei cinque set, infatti, Federer è stato sopraffatto fisicamente dal suo più giovane avversario. E se, in questo senso, il “fattore Del Potro” ha pesantemente influito sull’andamento della finale olimpica, altrettanto non si può dire per quanto riguarda l’ultimo atto di Wimbledon 2012: le condizioni psicofisiche dei due contendenti, in quell’occasione, erano piuttosto simili. E vinse Federer. E anche piuttosto nettamente. Si può quindi dire che nel 2013 Murray abbia quanto meno evitato un bel rischio.

Fattore ‘Muzza’. Non da ultimo, se il riccioluto pargolo di mamma Judy è riuscito – nel corso della presente stagione – a dominare il circuito erboso, il merito è in gran parte suo. Suo e di tutti coloro con cui lavora quotidianamente. La scelta di saltare il Roland Garros è stata forse egoistica, ma, a conti fatti, vincente. La gestione del calendario si è quindi rivelata ottima. Così come ottimo si è rivelato l’approccio di Andy Murray al torneo di Wimbledon, non solo dal profilo tecnico, ma anche – e soprattutto – dal profilo mentale. Contro Verdasco nei quarti di finale, contro Janowicz in semifinale e a tratti contro Djokovic in finale, Murray si è tolto dagli impicci uscendo da situazioni che parevano compromesse. Ma il piglio giusto lo si era già visto alla vigilia del torneo, quando il giocatore britannico aveva sfacciatamente affermato di voler sfidare Nadal nei quarti di finale. Chissà, magari un simile incontro avrebbe cambiato l’esito del torneo. Oppure, più probabilmente, avrebbe dato ulteriore lustro a un trionfo nazionale per certi versi già scritto. Fra un rovescio tagliato e una devastante prima di servizio, l’erba è oramai diventata la superficie di personale dominio di Andy Murray. Ora sarà la volta del cemento. E forse, in futuro, anche della terra rossa.


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