MADRID: LA STORIA DICE FEDERER-NADAL

TENNIS – L’albo d’oro di un torneo di nuova tradizione come il Mutua Madrid Open non poteva che sancire il solito dominio della coppia Federer-Nadal, i quali hanno levato le braccia al cielo in cinque edizioni su undici. Gli altri acuti portano i nomi di Djokovic, Murray, Nalbadian, Safin, Ferrero e Agassi, a conferma che il Masters iberico non si vince per caso
sabato, 4 Maggio 2013

Tennis. Negli ultimi dieci anni, c’è forse una competizione facente parte del grande Slam o un torneo appartenente alla categoria Masters series che Roger Federer – l’uomo dei record – e Rafael Nadal – il più grande tennista di tutti i tempi sulla terra rossa – non abbiano monopolizzato? La risposta è no. Per dirla alla Celentano, il fenomeno di Basilea e l’‘Indio di Manacor’ sono ‘la coppia più bella del mondo’. Dovunque loro vadano e qualunque sia la superficie sulla quale dovranno esibirsi, il loro nome riecheggia prepotente. E il Mutua Madrid Open –  kermesse che, a dispetto della grande importanza assunta nel Circuito maggiore, ha all’attivo solo undici edizioni – non fa certo eccezione. Passare allora in rassegna l’albo d’oro di questa competizione non è altro che un modo per celebrare, ancora una volta, la grandezza di questi due funamboli della racchetta.

C’è un uomo solo al comando.  Come già ribadito in più di una circostanza, passa il tempo, muta il tennis, ma sua ‘maestà’ Roger Federer rimane l’unica invariante di uno sport in perenne evoluzione. Un icastico paradigma di questo assioma è proprio il 1000 series della capitale spagnola. Sì, perché lo svizzero non si è accontentato di essere l’atleta che vanta il maggior numero di trionfi nella Caja Magica: ben tre (2006, 2009, 2012). Ma, come spesso gli accade, ha voluto strafare, conseguendo le sue affermazioni su tre diverse superfici: hard, terra rossa e terra blu. Probabilmente la vittoria che tutti ricorderanno è quella avvenuta l’anno scorso, e questa volta l’assunto secondo il quale l’ultimo acuto è sempre quello più semplice da rammentare non centra nulla. Il fatto è che il Mutua Madrid Open 2012 è stata l’edizione delle polemiche feroci. L’ennesima trovata di quel ‘diavolo’ di Ion Tiriac – la terra blu – ha infatti sollevato un polverone di dimensioni bibliche, scatenando le piccate lamentele del sindacato dei giocatori, a loro dire disorientati da una superficie che, se pur venduta come terra, si è poi rivelata molto più veloce del previsto, oltre che pericolosa per la loro stessa incolumità. Ma lo svizzero, forte del suo inesauribile talento e incurante delle rampogne dei suoi colleghi, ha messo tutti i  suoi avversari in fila, arrivando a giocarsi la finale con Tomas Berdych. Un rivale – il ceco – che già alla vigilia era annunciato come un cliente molto scomodo per l’allora 16 volte vincitore Slam (il 17simo titolo, ‘King’ Roger, lo avrebbe vinto qualche mese più tardi a Wimbledon, la sua seconda casa). L’algido top 10 dell’est arrivava a questa sfida attraverso un percorso immacolato: nemmeno un set perso e  avversari stesi come birilli, grazie ad una superficie estremamente rapida, che ha finito per sublimare le sue caratteristiche tecniche. Doveva essere partita dura, e partita dura è stata. Berdych si è rivelato per lunghi tratti ingiocabile, ma l’ex n. 1, dall’alto della sua infinita classe, ha saputo attendere con pazienza il momento propizio per sferrare l’affondo decisivo, finendo per prevalere alla terza frazione, dopo quasi 3 h di vera battaglia sportiva. Per raccontare il secondo trionfo di  Federer in terra spagnola, bisogna risalire al 2009, stagione in cui il campionissimo di Basilea ebbe l’ardire di battere Rafael Nadal, e di farlo sul terreno a lui più congeniale, la terra rossa (era quello l’anno in cui l’establishment della competizione madrilena aveva annunciato l’ennesima novità: il passaggio dal duro al mattone tritato). Non accadeva da cinque finali consecutive che lo svizzero prevalesse sul maiorchino, tanto che ormai quello del tennista originario delle Baleari sembrava un soliloquio incontrastato. A subire il contraccolpo più pesante, proprio l’elvetico, che nel giro di pochi mesi era stato detronizzato da Wimbledon, dagli Australian Open e dal primo posto della classifica mondiale. Invece, l’atto conclusivo dell’Atp 1000 madrileno di quell’edizione fece segnare un inversione di tendenza inattesa: Roger si impose con un doppio 6-4. Secondo molti, troppo facilmente per non indurre a pensare che sul rendimento del re della terra rossa avesse inciso violentemente la semifinale di 4 h vinta il giorno prima contro Novak Djokovic. Ma su un aspetto tutti si levarono in un coro unanime: dopo tanto tempo che non accadeva, al torneo di Madrid di quell’anno si era visto un Federer in grande spolvero. Il primo trionfo di Roger al Masters series spagnolo è invece datato 2006, anno in cui prevalse su ‘mano de petra’ Gonzales. Il tennista cileno, dopo aver raggiunto i quarti di Monte-Carlo, si era issato sino alla casella 10 del ranking Atp, diventando il terzo cileno nella storia del nostro sport ( gli altri due erano stati Rìos e Massù) a conquistare la top ten.

Rafa serve il bis. La prima vittoria del ‘toro di Manacor’ a Madrid coincide con il 2005, anno che segnò l’inizio del dominio di Nadal sulla terra rossa. Nella primavera di quella stagione, in meno di due mesi, l’iberico conquistò il primo Masters di Monte-Carlo (ne sarebbero seguiti altri sette consecutivi, prima che ‘Djoker’, non più tardi di due settimane fa, si macchiasse di lesa maestà, privando il suo rivale della gioia di aggiudicarsi il nono titolo del Principato), il Masters di Roma (dove prevalse su Gugliermo Coria, al termine di 5 h e 14 min. di rara intensità agonistica), l’Atp 500 di Barcellona e, infine, il Roland Garros (terzo tennista a vincere un major alla sua prima partecipazione; prima di lui, erano riusciti nello stesso miracolo sportivo solo Mats Wilander e Andre Agassi). Conclusa trionfalmente la campagna sul rosso europeo, il pupillo di zio Toni si presenta al Mutua Madrid Open da n. 3 al mondo. E la sua partecipazione al 1000 series madrileno non è certo una fugace comparsata. Sulle ali dell’entusiasmo per gli importanti trofei messi in cascina ad un’età in cui i suoi coetanei sono ancora alle prese con il Circuito Juniores, Rafa si spinge sino alla finale, dove deve vedersela con Ivan Ljubicic. Ne esce fuori una sfida epica, che il maiorchino vincerà al quinto set, aggiudicandosi così il suo primo Masters 1000 in condizioni di hard indoor (il quarto della carriera). In occasione di quella partita, tanta fu la fame di successo messa in campo dal giovane atleta delle Baleari, che nemmeno il grave infortunio allo scafoide tarsale del piede sinistro riuscì a metterlo fuori gioco. Il secondo e anche l’ultimo acuto nella capitale spagnola Nadal lo mette a segno nel 2010. L’atto conclusivo, manco a dirlo, fu con il rivale di sempre: Roger Federer, che l’anno precedente, proprio su quegli stessi campi, lo aveva battuto con un sorprendente 6-4, 6-4. In occasione del trionfo in commento, l’iberico si dimostrò una furia inarrestabile, spazzando via le velleità di vittoria dello svizzero in due sole frazioni. Per lo spagnolo, la seconda affermazione nella kermesse di Ion Tiriac coincise con il 18° Masters della carriera (uno in più di Agassi e due in più dello stesso Federer, che finì per essere doppiato anche nel conteggio degli scontri diretti – 14 a 7).

Il Mutua Madrid Open non si vince per scommessa. Tolti i cinque successi targati Federer-Nadal, le restanti 6 edizioni del Mutua Madrid Open hanno avuto altrettanti padroni: Novak Djokovic, Andy Murray, David Nalbadian, Marat Safin, Juan Carlos Ferrero, Andre Agassi. Campioni – questi – molto distanti tra loro tanto per caratteristiche fisiche quanto per doti tecniche. Ma che, a dispetto dei diversi stili di gioco, sono tenuti assieme da un unico comun denominatore: il talento naturale. A dimostrazione che la competizione madrilena non è mai stata territorio di conquista di avventori dell’ultima ora. Nel 2002, anno di battesimo della kermesse spagnola, a trionfare fu Agassi, il quale approfittò del walkover del suo avversario,  il ceco Jirì Novàk. In quella stessa stagione, il campione statunitense, infortunatosi alla spalla, fu privato della possibilità di difendere il titolo a Melbourne. Ma, recuperata la migliore condizione, Andre riuscì ad aggiungere al suo già rigoglioso palmares i Masters di Key Biscayne, Roma e, come detto, Madrid; arrivando anche all’atto conclusivo degli Us Open, dove fu sconfitto in 4 set dal rivale di sempre, ‘Pistol’ Pete Sampras. Per gli amanti delle statistiche, la succitata finale di Flushing Meadows fu la 34sima e ultima volta che i due connazionali si sfidarono su un campo da tennis (bilancio finale : 20-14 per Sampras).

Nel 2003 fu il turno di Juan Carlos Ferrero. Il trionfo al 1000 series iberico fu l’unica affermazione di ‘Mosquito’ nel periodo di permanenza al n. 1 della classifica mondiale. Di quell’edizione, più che la vittoria finale su Nicolàs Massù, è rimasta impressa nella memoria di tutti gli appassionati la semifinale contro Roger Federer, fresco trionfatore a Wimbledon. Un match che fugò ogni dubbio circa la pericolosità del talento spagnolo su ogni superficie.

Nel 2004 fu la volta dell’ultimo ‘zar’ del tennis mondiale, Marat Safin. Un atleta dalle classe cristallina, ma che ha raccolto molto meno rispetto a quello che il proprio genio gli avrebbe permesso. Vittima di un carattere ribelle e di una scarsa propensione al sacrificio, il russo ha sempre alternato imprese sportive straordinarie e vittorie memorabili a debacle clamorose e tonfi inverosimili, che lo hanno consegnato alla leggenda del nostro sport quale uno dei protagonisti più chiacchierati. La stagione del trionfo a Madrid fu preceduta da un anno nefasto, ricordato per la sua assenza dalle competizioni a causa di un infortunio al ginocchio. Ma nel 2004, nonostante il preoccupante arretramento in classifica (70simo), Marat riuscì a tornare competitivo. A gennaio perse la finale degli Australian Open contro Federer (sconfitta che sarà vendicata nel 2005, anno in cui Safin regolò lo svizzero proprio nella semifinale di Melbourne Park. Fu quello uno dei match più belli della tormentata carriera del russo, che prevalse sul nativo di Basilea al termine di una maratona infinita, conclusasi alla quinta frazione con il punteggio di 9 a 7). Poi, dopo uno dei suoi tanti letarghi, sul finire di quella stagione, Safin riaccese la luce, vincendo Madrid e Parigi-Bercy, e garantendosi la qualificazione al Masters di fine anno (dove perse in semifinale, indovinate da chi? Scontato: Roger Federer, che vinse le resistenze del suo avversario al termine di un tie-break dal punteggio pallavolistico – 18 a 16).

Nel 2007 fu l’ora di David Nalbadian, un altro che – come il russo – nella sua carriera avrebbe meritato di raccogliere molto di più  dei successi conseguiti.  In quell’anno, grazie alle semifinali conquistate sia agli Australian Open che al Roland Garros 2006, il tennista albiceleste veleggiò abbondantemente dentro l’agognata top ten. Il torneo perfetto lo firmò proprio a Madrid, dove, in un sol colpo, riuscì ad incenerisce i primi tre giocatori al mondo: Nadal, Djokovic e Federer. Impresa poi bissata nella competizione successiva, Parigi-Bercy. Durante la finale del Masters francese, dopo aver superato sua ‘maestà’ Federer, si permise addirittura il lusso di maramaldeggiare Nadal, che fu annichilito con lo score di 6-4, 6-0. Da notare il bagel finale.

Nel 2008 fu Andy Murray ad alzare le braccia al cielo. Lo sconfitto di turno fu Gilles Simon, che dovette arrendersi al maggior tasso tecnico del suo rivale. Dopo quella vittoria, chissà se lo scozzese avrebbe mai immaginato che, prima di vincere un torneo major, avrebbe dovuto attendere il 2012, anno del fruttuoso sodalizio con Ivan Lendl.

Infine, il 2011 fu l’annata che sancì il successo di Novak Djokovic. Per il serbo, l’affermazione al torneo madrileno non poteva che arrivare in quell’anno. Una stagione – quella di due anni fa – in cui il campione di Belgrado ha rasentato la perfezione. Basti considerare che l’attuale n. 1 al mondo conquistò tre prove Slam, arrivando molto vicino a vincere anche il Roland Garros. Peccato che sulla sua strada trovò Roger Federer, che, in semifinale, sfoderò una delle sue più poderose prestazioni sulla terra rossa. Per aggiudicarsi il Mutua Madrid Open, ‘Djoker’ dovette vedersela in finale con Rafael Nadal, che non perdeva sul mattone tritato da 37 incontri consecutivi (quarto turno del Roland Garros 2009, sconfitta patita per mano del desaparecidos  Robin Soderling). Il successo a Madrid (il primo sulla terra rossa contro il ‘toro di Manacor’) coincise per il balcanico con la 32sima partita di fila vinta nel 2011, per un totale di sei tornei conquistati, compresi gli Australian Open e i Masters di Indian Wells e Miami. Quello di Novak fu il secondo miglior inizio di stagione nella storia del tennis maschile, dopo quello di John McEnroe nel 1984, quando lo statunitense vinse 42 match consecutivi.

Avanti il prossimo!


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