AUGURI A LARRY STEFANKI: “IL SUCCESSO SI MISURA CON GLI SLAM”.

Il coach originario dell’Illinois ha esordito riportando ai massimi livelli John McEnroe. Ha trovato la chiave della complessa personalità di Marcelo Rios portandolo al numero 1 Atp. E c’è la sua mano dietro alle vittorie di Yevgeny Kafelnikov, Fernando Gonzalez e alle rivincite di Andy Roddick.
giovedì, 23 Luglio 2015

Tennis – Uno dei coach più vincenti e celebrati dell’ultimo trentennio. Uno degli uomini più carismatici del panorama tennistico mondiale. Questo e molto altro è Larry Stefanki, 58 anni oggi.

Nato a Elmhurst, Illinois, nel 1957 il giovane Larry inizia a giocare a tennis seguendo le orme dei due suoi fratelli maggiori. Le sue passioni giovanili per baseball, basket e wrestling lasciano presto spazio a quella più sfrenata per lo sport con pallina e racchetta: “Il tennis si adattava perfettamente a me, amavo ogni sua parte” dichiarava in una intervista. Trasferitosi con la famiglia a Los Altos, in California, inizia così a fare sul serio e al Foothil College si fa notare imponendosi ai campionati di Stato in singolare e in doppio. Vince il suo primo torneo Atp nel 1981 a Lagos, in Nigeria e poi si impone a La Quinta, che oggi, per chi non lo sapesse, si chiama Indian Wells. La sua più grande vittoria, che lo proietta verso il numero 35 della classifica mondiale, suo best ranking in carriera: “Niente è come giocare. Mi è piaciuto tanto giocare e competere, mi sarei iscritto a qualsiasi torneo se avessi potuto”.

Ma la sua più grande favola Stefanki la scrive non appena appende la racchetta al chiodo e decide di diventare coach: “Bisogna trovare un modo affinché il giocatore condivida il tuo stesso punto di vista, non importa quanto tempo ci voglia. E quando ciò avviene io dico al mio assitito ‘hai intenzione di provarci?’”. Questa è la sintesi perfetta dello Stefanki-pensiero. Un postulato su cui il coach ha basato la sua intera storia di successi.

Il primo tennista alla corte di Larry è Tommy Ho, giovane talento che sotto l’ala del coach dell’Illinois accede a 15 anni e 2 mesi al main draw degli Us Open. La svolta arriva all’inizio degli anni ’90, grazie al fratello di Larry. Steve Stefanki inizia letteralmente a bombardare di lettere niente poco di meno che John McEnroe, firmandosi con il nome del fratello minore.

Larry, successivamente, incontra John McEnroe a Los Angeles e gli intima senza troppi fronzoli di ritirarsi. Ma questo incontro-scontro ha l’effetto di far riflettere Mac, che decide così ingaggiare il promettente – e anche sfrontato – allenatore. “Sapevo che lavorare con me sarebbe stato per lui un trampolino di lancio e che mi avrebbe dato rinnovata energia. È questo quello che essenzialmente successe” ebbe a dichiarare John McEnroe.

“John era un giocatore che si basava sulle sensazioni ed il miglior modo per fargliele tornare era mostrargli com’era quando le aveva”. Così Stefanki si limita a far vedere a McEnroe le immagini delle sue precedenti stagioni. Il tennista americano raggiunge la semifinale di Wimbledon 1992 e vince il torneo di doppio in coppia con Michael Stich dopo aver conquistato i quarti di finale anche a Melbourne. A fine anno vince persino la Coppa Davis contro la Svizzera giocando in coppia con Pete Sampras.

McEnroe si ritira nel 1992, mentre per Stefanki si apre un periodo sabbatico di ben tre anni. Nel 1995 si trova davanti una grande sfida, quella di portare in alto un giovane talentuoso quanto impertinente e svogliato che di nome fa Marcelo Rios. Dopo qualche allenamento vissuto sull’onda della tensione e della strafottenza del cileno Stefanki trova la chiave giusta dopo pochi mesi il suo gioco e il suo atteggiamento cominciano a migliorare. I risultati si notano nel 1997.

Marcelo Rios raggiunge la finale agli Australian Open e vince il Master di Monte Carlo. Nel 1998 diventa il quarto giocatore nella storia (dopo Cpurier, Chang e Sampras) a realizzare la doppietta Indian-Wells Miami e poco dopo diventa numero 1 del mondo. Il binomio Stefanki-Rios scoppia dopo poco tempo: “Quando era al meglio, vedeva il campo come McEnroe. Poteva creare angoli che il tennis non aveva ancora visto. Ma a Marcelo non importava vincere o perdere. Amava fare colpi sensazionali, fregandosene di quale fosse il momento più opportuno per farli. Era soddisfatto solo di diventare numero 1, ma gli ho sempre detto che non mi interessavano i suoi 25 milioni guadagnati in carriera. Io volevo i Grandi Slam. Ecco come si misura il successo”. Questa l’amara conclusione di Larry Stefanki sulla complessa personalità del suo assistito.

Presto arriva la rivincita. È Yevgeny Kafelnikov il tennista che chiama Stefanki al proprio angolo. E a Indian Wells batte proprio Marcelo Rios regalandosi una grande soddisfazione e regalandola anche al suo coach. Nel 1999 arrivano anche il titolo agli Australian Open per il russo condito dalla prima piazza nel ranking mondiale ottenuta ad aprile. Il 2000 è l’anno della seconda finale a Melbourne (persa da Andre Agassi) e dell’oro olimpico conquistato ai Giochi di Sydney. Il rapporto prosegue fino al 2001 e Kafelnikov si mantiene stabilmente tra i primi dieci tennisti al mondo. “Era arrivato ad un punto in cui niente di quel che dicevo o facevo faceva alcuna differenza. Lui non era disposto a modificare il suo gioco per continuare a migliorare, come i migliori atleti fanno” dirà il coach al termine del rapporto con il tennista russo.

Chi è ancora disposto a migliorare è Tim Henman. Il britannico, dopo aver ingaggiato l’allenatore americano imprime una volta alla propria carriera e al proprio gioco. Raggiunge il suo best ranking (n.4) ma non riesce mai a vincere Wimbledon dove raggiunge la quarta semifinale in carriera. Per Stefanki arriva il momento di prendere una pausa, un altro periodo di pausa di tre anni in attesa di una giusta proposta.

Nel 2006 arriva la chiamata di Mano de Piedra Fernando Gonzalez, tennista solido ma alla ricerca della svolta in carriera. Il cileno accetta di modificare il proprio gioco in base ai sapienti suggerimenti del coach americano. Il suo diritto diventa incontenibile e il suo rovescio non è più un colpo soltanto appoggiato e difensivo. Dopo le finali perse a Vienna, Madrid e Basilea nel 2006, il 2007 si apre con l’approdo in finale agli Australian Open con la sconfitta subita contro Roger Federer. Il cileno arriva così al numero 5 in classifica Atp e sotto l’ala protettrice di Stefanki realizza il suo best ranking (n.5) come era già riuscito a Rios (1), Kafelnikov (1) ed Henman (4). Nel 2008 arrivano poi la finale agli Internazionali d’Italia, l’argento olimpico a Pechino (entrambe le sconfitte avvenute per mano di Rafa Nadal) e le vittorie a Viña del Mar e Monaco di Baviera.

Parole di grande stima reciproca accompagnano la separazione dei due, ma per Stefanki si apre l’epoca Roddick. L’americano non gioca una semifinale Slam da quasi due anni e a 28 anni vuole togliersi ancora delle soddisfazioni. Si mette completamente a disposizione del suo nuovo coach. I cambiamenti nel suo gioco sono significativi. Da grande professionista Andy Roddick perde 8 kg di peso, si affida molto di più alla tattica, aumenta la solidità del proprio rovescio e raffina ancora meglio la sua arma più letale, il servizio. Conquista così la semifinale agli Australian Open e la finale a Wimbledon, sconfitto in entrambi i casi da Roger Federer.  Ma nel 2010 arrivano altre soddisfazioni. Il primo risultato di grande prestigio è la finale a Indian Wells cui segue la vittoria a Miami. Queste sono le parole di Stefanki il giorno dopo la splendida vittoria in finale contro Tomas Berdych : “Sta diventando un giocatore multidimensionale, capace di usare tutte le armi di cui dispone e di scegliere di usarle a seconda della situazione. Ci sono un sacco di giocatori di ‘ping-pong’ là fuori, ma i veri campioni sono multidimensionali ed è ciò che Andy sta diventando”.

Larry Stefanki resta nel box di A-Rod fino alla fine della sua carriera e poi decide che è arrivato il momento di fare una nuova pausa dopo anni intensi di tennis. Si dedica così alla famiglia e ai figli ma il suo rapporto con il tennis resta immutato: “C’è ancora qualcosa nella mia anima che mi spinge ad allenare ad alto livello”. E le occasioni sono sempre dietro l’angolo. Qualche tempo fa si era parlato di una probabile collaborazione tra Stefanki e Andy Murray. Successivamente il nome del coach era stato accostato a quelli di Ryan Harrison e Sam Querrey, Alexandr Dolgopolov e Bernard Tomic. Ma la voce più insistente, specie in questo periodo, è quella che vorrebbe  il caro Larry nel box di Grigor Dimitrov. Il bulgaro, dopo una stagione di basso livello sino a questo punto, si è da poco separato da Roger Rasheed e Larry Stefanki potrebbe essere l’uomo giusto per riportare in alto il baby Federer? Questo, al momento, non è dato saperlo. Ma rimane la consapevolezza che prima o poi Stefanki, dopo il suo consueto periodo di pausa, tornerà nel box di qualche tennista. Buon compleanno. 

Foto: Larry Stefanki al fianco di Andy Roddick (www.zimbio.com)


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