AUGURI JIMBO, ORGOGLIO A STELLE E STRISCE

Jimmy Connors spegne 63 candeline proprio durante gli US Open, torneo dello Slam in cui si è imposto per ben cinque volte, tra una bacheca sfavillante ed una relazione con Chris Evert troncata sul più bello
mercoledì, 2 Settembre 2015

TENNIS – Se c’è una frase che riassume alla perfezione il pensiero di Jimmy Connors, è senza dubbio questa: “I hate to lose more than I love to win“. Oggi compie la bellezza di 63 anni, un lasso di tempo sufficiente per conoscere, comprendere ed argomentare il suo carattere vulcanico, la sua grinta che gli ha permesso di vincere tantissimo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

Una carriera ricca di successi, ma anche di aneddoti. Jimbo è senza il minimo dubbio un’icona del tennis, non solo sotto il profilo del gioco ma anche sotto l’aspetto mediatico e del comportamento. La sua relazione con Chris Evert dimostra quanto l’americano fosse in grado di coniugare le superfici da gioco e il red carpet dell’epoca, salvo poi troncare il rapporto con la collega dopo una gravidanza sospesa senza il suo consenso. Un talento dentro e fuori dal campo, per una cavalcata tra i grandi prolungatasi per almeno quindici anni.

Tutto cominciò nel 1972, a vent’anni, con un quarto di finale a Wimbledon che lo fece conoscere al mondo. Non era ancora il momento adatto per superare un pilastro come Ilie Nastase, ma le basi già c’erano. La svolta arriva nel 1974: dopo un anno concluso al terzo posto, ma senza Slam in bacheca, arriva il trittico che gli garantisce la vetta del ranking. Prima Melbourne, poi Londra, infine New York, saltando l’unica prova che non è mai riuscito a portare a casa, quella Parigi tanto sognata e tanto sfiorata fino alle semifinali di qualche anno più tardi.

Dopo quell’anno di grazia, cominciano ad emergere i primi, veri rivali per Connors. Arrivano Borg e McEnroe a contendersi i palcoscenici più prestigiosi, lasciando a Jimmy soltanto occasioni sporadiche per farsi vedere negli appuntamenti di spicco. Bisogna così aspettare gli anni ’80 e il grande ritorno al vertice, a trent’anni: US Open e Wimbledon, un’accoppiata assente da otto stagioni che si concretizza nuovamente nel 1982. È l’anno in cui torna di moda la rivalità con Lendl, dopo lo screzio del Volvo Masters 1980: nonostante un bilancio negativo con il giocatore di Ostrava, Jimbo continua a farsi valere fino al 1985, l’anno dell’ultima di quattro semifinali al Roland Garros. Da quel momento, l’avanzare dell’età gli apre un tramonto non troppo precoce, sfociato nel doppio di fine carriera.

Alla fine, Connors può contare 109 titoli ATP, record assoluto, e otto successi nel Grande Slam, più due in doppio. Nel mezzo, anche la Coppa Davis del 1981. Bilancio più che positivo, nel quale possono rientrare anche diverse “chicche” sia di carattere tecnico, sia psicologico: la sua risposta mancina è stata per anni un modello senza interpreti alla pari, così come la sua tempra durante i match più sentiti. Allo stesso tempo, fu il primo a sdoganare un atteggiamento spesso ricondotto all’antisportività, ma in realtà segnale di grande passione, in un animo talvolta più latino che americano. “Vorrei amare il tennis quanto lo ama Connors“, dichiarò in un’occasione il suo rivale John McEnroe, una citazione che gli si addice anche oggi, a 63 anni.

Auguri Jimbo, autentico vanto americano.


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