BECKER, LENDL, EDBERG: RITORNO AL PASSATO

TENNIS - Andy Murray ha inaugurato la tendenza verso la fine del 2011, scegliendo Ivan Lendl come coach. Pochi giorni fa è arrivata la notizia della collaborazione tra Novak Djokovic e Boris Becker. Nel mezzo tanti altri tentativi (più o meno riusciti). E intanto Federer si allena con Edberg... si torna al passato?
venerdì, 20 Dicembre 2013

Tennis. Lui, il capostipite del revival, non poteva certo sapere che avrebbe lanciato una nuova tendenza. A lui interessava incrementare “esperienza e conoscenze a livello Slam”, e – col preziosissimo senno di poi – non si può certo dire che abbia sbagliato scelta. Stiamo parlando di Andy Murray, 2 volte vincitore Slam e campione in carica di Wimbledon, e della sua scelta, risalente a fine 2011, di affidarsi a Ivan Lendl per cercare di dare una svolta importante alla sua carriera (o, fuor di perifrasi: per cercare di vincere degli Slam). L’obiettivo, come sappiamo, è stato centrato pienamente. Il 2012 è stato un crescendo: semifinale in Australia, quarti sull’odiata terra di Parigi, finale a Wimbledon, medaglia d’oro olimpica (sempre sui sacri prati londinesi) e poi l’apoteosi, con il trionfo agli US Open, prima vittoria Slam in carriera dopo 4 finali perse (proprio come accadde a Lendl, a bersaglio al quinto tentativo utile nel 1984). Una collaborazione che non ha portato cambiamenti significativi nel gioco dello scozzese (forse una maggiore lucidità tattica e poco altro), rivelatasi però proficua e azzeccata, nonché indispensabile nel percorso di maturazione di Andy. Lendl è intervenuto laddove necessario, plasmando Murray dal punto di vista mentale. Ivan mi ha insegnato come giocare i tornei dello Slam”. Non serve aggiungere altro. Il difetto principale di Andy era proprio quella labilità psicologica che gli impediva di essere pragmatico e propositivo quando il momento lo richiedeva. Lendl gli ha dato sicurezza, gli ha spiegato come vanno affrontati certi tornei, infondendogli la sicurezza necessaria per fare il salto di qualità definitivo. Insomma, quando si dice andare dritti al punto.

Il nuovo che incontra il vecchio, parola d’ordine: esperienza. L’andazzo ha pian piano preso piede anche tra i colleghi di Murray, coinvolgendo giocatori più o meno affermati. Questo fino alla piccola, clamorosa bomba di questi stanchi giorni invernali: Boris Becker è il nuovo head coach di Novak Djokovic. Sì, proprio lui, Bum Bum Becker. Il tedesco molla telecronache, poker e mortificanti siparietti televisivi per andare ad allenare il numero 2 del mondo, vincitore di 6 titoli del Grande Slam. Un sodalizio tanto affascinante quanto enigmatico, una via apparentemente lastricata di incertezze. Affascinante perché stiamo parlando di due grandissime personalità, due istrioni, campioni carismatici dentro e fuori dal campo. Enigmatico per varie ragioni. In primo luogo quelle prettamente tecniche. Il tedesco può davvero apportare qualcosa di nuovo – nel concreto – al tennis del serbo? Difficile. Innanzitutto occorre precisare che un coach, a questi livelli, con questi fenomeni, non interviene mai in modo radicale dal punto di vista tecnico-tattico. Insomma, non è che dall’oggi al domani ci ritroviamo un Djokovic completamente snaturato con l’ossessione del serve & volley. Nole rimarrà quello che è, con le sue peculiarità, il suo gioco da fondo, il suo anticipo, la sua difesa e il contrattacco. Migliorerà il servizio e il gioco di volo? Chi può dirlo. Può darsi. Magari Boris lo aiuterà a leggere certe situazioni, a scegliere modi e tempi di attacco, a coprire meglio la rete. Ma per il resto risulta difficile credere che il tedesco possa influire con analisi tattiche accurate e studio approfondito degli avversari. Insomma, pensare a Becker come a un coach metodico tutto lavoro e sacrificio richiede uno sforzo immaginativo non indifferente. E a dirla tutta probabilmente non è di questo che ha bisogno uno come Djokovic. E allora dove vanno ricercate le motivazioni di questo matrimonio? Detto dei piccoli ma comunque importanti aggiustamenti in alcuni aspetti diciamo “carenti” (carenti rispetto al resto, s’intende) del gioco del serbo che potrebbero derivarne, la collaborazione si rivelerà proficua – garantito – soprattutto dal punto di vista mediatico. Ne beneficeranno entrambi; sia Djokovic, sempre ansioso di mettersi in pari con Federer e Nadal da questo punto di vista, che Becker, a caccia di impieghi e visibilità. Ci sbilanciamo: è abbastanza improbabile che il binomio Becker-Djokovic renda, alla lunga, quanto quello formato da Lendl e Murray. Poi ovviamente sarà il campo a dare giudizi definitivi.

Ma alla festa in stile revival inaugurata da Murray non si è presentato solo il serbo. Prima di lui altri colleghi vi hanno fatto capolino. Come Richard Gasquet, che dopo essere stato bruscamente mollato da Piatti, ha iniziato il sodalizio con Sergi Bruguera, terraiolo doc, vincitore di 2 Roland Garros (nel ’93 e nel ’94). Certo che se i problemi dell’ultimo Gasquet erano – tra gli altri – il posizionamento in campo (sempre più pericolosamente tendente ai teloni) e la scarsa attitudine offensiva, con lo spagnolo in cabina di regia cosa potrà venirne fuori? Chissà. Cosa è venuto fuori dalla collaborazione-lampo tra Maria Sharapova e Jimmy Connors già lo sappiamo: il nulla assoluto. Assunto dalla siberiana per il dopo-Hogstedt, Jimbo è durato lo spazio di una-partita-una, passata a scuotere la testa mentre Maria affastellava con disarmante facilità una quantità incredibile di errori gratuiti. Qualche giorno dopo è giunta la notizia della rottura. Chi probabilmente spera in un rapporto più solido e duraturo è Kei Nishikori, che ha da poco arruolato nel suo staff Michael Chang, vincitore del Roland Garros 1989 a soli 17 anni. Pare che il 41enne sinoamericano si occuperà dell’aspetto mentale – chi meglio di lui? Altra utilità – e altro fascino – potrebbe invece avere una possibile (probabile?) futura collaborazione tra Stefan Edberg e Roger Federer. Lo svizzero si è allenato per una settimana con il talentuosissimo fenomeno svedese, chiedendo consigli e pareri. Per adesso non c’è ancora nulla di concreto, ma lo spiraglio è aperto. Becker, Edberg e Lendl. Ancora loro, ancora contro. Insomma, preparate giubbini di jeans, spalline e strobosfere: stanno tornando gli anni ’80.


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