BORIS BECKER: “POTREI FARE DA COACH A CHIUNQUE, MA SONO LEALE A NOLE”.

Il tedesco ex numero 1 del mondo parla a Die Welt del rapporto con il serbo: “Va al di là del tennis”. Non si tira indietro rispetto alla prospettiva di allenare altri top player, anche se: “Non allenerei mai un concorrente di Djokovic”.
giovedì, 3 Dicembre 2015

Tennis – Lo ha dimostrato nelle ultime stagioni. Boris Becker può essere un grande allenatore e il 2015 del suo pupillo Novak Djokovic ne è la più chiara dimostrazione. Il tedesco è tornato a vivere l’atmosfera del circus e ha portato il numero 1 del mondo verso una condizione di quasi totale imbattibilità. Lo stesso Djokovic, a due giorni dal trionfo alle Atp Finals di Londra, ha voluto dedicare al suo allenatore l’ultima prodezza: “È il miglior regalo di compleanno che possa fargli”.

Parole al miele, che come chiarisce lo stesso Boris Becker a Die Welt, evidenziano un rapporto di fiducia che va al di là del campo da tennis: “Nel tennis il rapporto tra giocatore e allenatore è molto intenso, molto più intimo e personale rispetto agli altri sport. Due anni fa, quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, mi sono chiesto se potevo essere d’aiuto perché non mi ero mai messo in gioco come allenatore. Ma ora posso dire di aver conquistato un ruolo importante nel suo team e sono molto felice di questo”.

Erano stati in molti a storcere il naso quando era iniziata la collaborazione tra i due. Ma il vincitore di sei titoli del Grande Slam ha scacciato via critiche e scetticismo come se nulla fosse: “Ho vissuto il tennis da giocatore. Ho 48 anni e penso di essere nelle condizioni per dare consigli appropriati”. Ma ci tiene a evidenziare che il merito non è tutto suo: “Non sono da solo. C’è anche il giocatore. E quando Novak vince sento di aver vinto anche io. È una bella sensazione”.

Una sensazione che riporta il tedesco agli anni in cui era lui a scendere in campo: “Mettere i piedi in campo, fare allenamento, preparare qualcuno per una grande finale è così divertente che mi fa sentire di nuovo un tennista”.

Una personalità forte quella di Becker, che sin da subito ha cercato di mettere la sua competenza al servizio del serbo e del suo team. Con risultati inizialmente altalenanti: “Quando sono stato ingaggiato ho parlato molto con Vajda e Djokovic. Ho analizzato i suoi punti di forza e debolezza, sono stato ascoltato ma non sono stato capito”. Il serbo era numero 2 del mondo a quei tempi, ma la fantastica stagione 2011 non era poi così lontana. E nemmeno il numero 1 Atp: “Ma era stato battuto più di una volta da Nadal – sentenzia Becker – e il suo gioco era diventato obsoleto e prevedibile. C’erano alcune debolezze che dovevano essere corrette e io ho iniziato a lavorarci. Novak ha accolto le mie critiche e si è aperto ai miei suggerimenti di gioco. Questo è il suo più grande successo”.

Si tratta comunque di aggiustamenti minimi, che spesso non vengono notati se non da un occhio molto esperto: “Se si guarda la posizione di Nole in campo ci si accorge che gioca molto più vicino alla linea di fondo rispetto a prima. A volte ha i piedi su di essa. E il suo gioco è più aggressivo e più veloce. Rispetto a due anni fa la sua posizione in campo è molto migliorata”. Così come è migliorato anche il gioco di volo: “È molto più a suo agio vicino alla rete – dice coach Becker – ha dei colpi che non aveva prima. E questo lo ha reso un giocatore completo”.

Ma il vincitore di tre edizioni di Wimbledon non aveva lo stesso gioco del suo assistito: “Io ero molto più robusto. Se fossi stato più agile sarei stato anche più veloce con i piedi e avrei giocato più da fondo. Ma non potevo farlo e quindi dovevo spingermi a rete”. Poi chiarisce: “Il mio modo di giocare, però, non aveva nulla a che vedere con la mia interpretazione del tennis. Né con le tattiche e con le strategie da seguire oggi. Essere in grado di leggere il gioco non significa necessariamente saperlo fare, significa capirlo”.

A proposito di strategie. Il tedesco ne ha una infallibile: “Normalmente parlo in inglese con Nole. Ma quando sono negli spogliatoi e ci sono altri giocatori parlo in tedesco in modo che gli altri non capiscano quello che sto dicendo”.

Boris Becker è ormai un allenatore. Ma è stato anche allenato e consigliato. Lecito quindi cercare di capire chi sia stato il personaggio che più gli ha insegnato: ”Ion Tiriac. È stato il mio mentore e mi ha detto quello che contava veramente nel gioco. La strategia, la tattica e soprattutto l’atteggiamento. Questo è quello che ho imparato da lui”.

Allenatore e tennista, ad ogni modo, devono avere per forza dei punti di contatto a livello caratteriale. E nemmeno Becker e Djokovic sono esenti da questa regola di convivenza: “Penso che abbiamo un carattere simile e anche una mentalità combattiva” dice il coach numero 1 del mondo. “Lui è arrivato sul circuito e ha rotto il dominio di Nadal e Federer. A me è accaduta una cosa simile quando mi sono trovato al cospetto di Lendl, McEnroe, Edberg, Wilander e Connors”.

E poi Novak è un personaggio con cui non ci si annoia mai: “È un ragazzo molto divertente e parla di politica, economia e altri sport. Passiamo molto tempo insieme. Ci alleniamo, andiamo a pranzo e cena. Ed è importante avere qualcosa di cui parlare e imparare a conoscersi sempre meglio”.

Infine una domanda sul futuro e sulla prospettiva di allenare altri top player: “Sono una persona onesta e non allenerei mai un concorrente di Novak. Ma penso di essere in grado di assistere qualsiasi giocatore. Non sarei un buon allenatore se non fossi convinto di questo”.

Foto: Boris Becker abbraccia il suo pupillo Novak Djokovic (www.zimbio.com)


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