BRIAN BAKER, ALL’INFERNO E RITORNO

Brian Baker ci riprova. Sarà al via dell'Australian Open grazie al ranking protetto. Non gioca da tre anni, ripercorriamo la sua storia.
domenica, 13 Dicembre 2015

TENNIS – Come una svista. Come un’anomalia. Come una distrazione. Come un dovere. Il tennis ha consumato Brian Baker nelle notti, nei mesi negli anni passati a pensare di uscire e provare che cosa ti manca per correre al prato, e su un campo a giocare. Notti, mesi, anni consumati a tenersi la voglia e a restare a pensare come diavolo fanno a riprendere fiato.

Il tennis gli ha regalato un’illusione, gli ha concesso il sogno di battere da junior quelli che campioni lo sarebbero diventati, Djokovic, Murray, Tsonga. Ha intravisto la montagna, ha lanciato un’occhiata al di là del muro, oltre il confine che qualcuno ha stabilito ai bordi dell’infinito. Ma gli ha tolto tutto. Il destino gli ha dato il talento che basta alle sue mani ma non un fisico che basti al suo talento. E ora gli concede un altro, l’ennesimo, forse davvero l’ultimo, giro di giostra.

“Torno dall’ultima visita a Vail” ha detto al sito dell’ATP, “e i medici mi hanno detto che posso sentirmi libero di allenarmi come voglio, ovviamente stando attento, e di fare quel che posso nel 2016. Ovviamente non ho alcuna pressione, anche se forse non dovrei dirlo perché in campo sono super-competitivo, però ho ricominciato a colpire qualche palla solo a settembre. E ovviamente non posso pensare di essere al meglio nei primi mesi della stagione. Dovrò gestire bene la mia programmazione, e spero di imparare dai miei errori. E di essere un po’ più fortunato”.

Fortuna, destino, orgoglio, passione. Quattro assi di un colore solo, che si incontrano in una storia che si muove tra la Francia e l’Australia, dove tutto inizia e tutto riparte, dove quel che brilla non è luce è solo un attimo di gloria. La Parigi di Paolo Conte, dove tutt’intorno è solo pioggia e Francia, è la Parigi di Brian Baker. Qui è calato il sipario sulla prima parte di una storia passata troppo presto dagli accenti di rivoluzione ai presentimenti di respingimento.

A 15 anni è il miglior prospetto degli Usa. Ricardo Acuña, coach cileno sotto contratto con la Usta, se lo coccola. Baker vince l’Orange Bowl 2002, la finale contro Mathieu Montcourt è un trionfo. Uno così, ammette Acuña, “ti capita una volta ogni vent’anni”. Al Roland Garros junior del 2003, mette in fila Baghdatis e Tsonga e perde solo in finale da Wawrinka. Gioca il primo match da pro, a 17 anni, al challenger di Joplin contro il fratello di James Blake, di 8 anni più grande. Sale al numero 2 junior e festeggia i 18 anni col debutto allo Us Open: si prende anche la briga, e di certo il gusto, di togliere un set a Jurgen Melzer. Tutti lo chiamano “il nuovo Roddick” e A-Rod lo invita a casa sua una settimana per allenarsi con lui. Tutti i college lo vorrebbero, rinuncia alle offerte di Stanford, Florida, Georgia, Duke, Virginia, per diventare professionista. “Non ho mai rimpianto quella decisione” ora, “penso che fossi maturo abbastanza per affrontare le sconfitte che ne sarebbero derivate. Se mi fossi fatto male così mentre ero al college, non credo che avrei provato a rientrare. Sapere che vali, che sei forte e che puoi avere successo nel tour rende le cose un po’ più facili”.

Nel 2005 il suo corpo per la prima volta gli disobbedisce: infortunio al legamento mediale collaterale in un incontro di qualificazione a Wimbledon contro Novak Djokovic. “Quando giocai con Djokovic nel 2005 pensai che stavo affrontando un mio clone, facevamo tutto uguale– racconta nel 2009 al “Times”- costruivamo il punto sempre con il rovescio, lo battei ma di misura”. Pochi mesi e tutto sembra messo alle spalle. A Flushing Meadows domina il campione in carica del Roland Garros, Gaston Gaudio, 76 62 64. Non sapeva che quella sarebbe rimasta la più grande partita della sua carriera.

“Mi piacciono gli aspetti individuali del tennis” ha detto all’ATP. “E’ uno degli sport in cui hai più controllo: se lavori bene, se ti alleni bene, se giochi bene, allora vinci. Non devi poggiare su nient’altro. L’ultima parola è solo la tua”. Una ferma convinzione che non l’ha mai abbandonato nemmeno quando il suo fisico lo tradisce. Intervento all’anca sinistra. “E’ stato il peggiore” ha confessato Baker, perché campioni come Magnus Norman o Guga Kuerten non si sono mai ripresi del tutto dopo un’operazione simile. Poi un ernia. Poi il gomito e la cosiddetta “procedura Tommy John”: in pratica si sostituisce il legamento ulnare collaterale con un tendine preso dall’avambraccio, dal polso o dal piede. Prende il nome dal pitcher dei Los Angeles Dodgers che per primo si è sottoposto a questo tipo di intervento nel 1974. È molto comune tra i giocatori di baseball, molto meno fra i tennisti. Il dottor Andrews, che ha operato Baker, ha completato oltre 1300 interventi di questo tipo, ma solo 5 o 6 casi riguardavano tennisti. Poi ancora altri due interventi all’anca.

Nell’autunno del 2008 torna a casa, a Nashville, e si iscrive alla vicina Belmont University. Studia e intanto lavora come assistente del coach Jim Madrigal. “Dava consigli ai ragazzi, scambiava con loro e usava tutto questo come un allenamento per lui”. Nel 2011 rientra. Gioca un Futures a Pittsburgh e lo vince, battendo in finale il campione del Roland Garros junior Bjorn Fratangelo. Deve poi star fermo due mesi. Da settembre la sua carriera riparte. Lascia l’università, nonostante abbia già pagato per l’intero semestre, con la benedizione di papà Steve. “Aveva 26 anni, stava giocando bene. Gli ho detto: ora o mai più”. Dal nulla, arriva in finale al Challenger di Knoxville: elimina Cox, Smyczek e Mclune nelle qualificazioni; Matsukevitch, Van der Merwe, Ignatik e Jamie Baker nel main draw prima di arrendersi in finale a Levine.

Il 2012 è un anno da regalo del destino, come un’illusione, come una maledizione. Un ultimo desiderio da toccare, da sfiorare, e poi da veder svanire di nuovo. Un anno, cantava Ivano Fossati, è la fotografia di te stesso che vai via. Dopo un milione di città.

E’ rientrato in un maindraw ATP, a Nizza. Ha battuto Stakhovsky al primo turno e sorpreso Monfils al secondo, 63 76 rimontando da 3-6 nel tiebreak. E via, fino alla prima finale ATP della carriera, persa contro l’esperienza e la freschezza di Almagro e a un secondo turno al Roland Garros in cui si trova avanti due set a uno contro Gilles Simon. Ma il momento migliore arriva a Wimbledon dove conquista sei vittorie consecutive che lo portano agli ottavi di Wimbledon dal primo turno di qualificazione.

“Dentro di me ho sempre creduto che sarei tornato, o almeno che mi avrei dato a me stesso una chance di rientrare” ha detto allora. “Allo stesso tempo ero realista. Dopo così tanti interventi, non sai mai se potrai essere di nuovo in grado di giocare allo stesso livello. Ho imparato che non puoi combattere quello che non puoi controllare. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesto ‘Perché io?’. Ma provi ad andare avanti e sperare che arriveranno tempi migliori”.

Sono mesi di fiducia e speranze. “Ho sempre saputo di che avevo il talento per avere successo nel circuito. Il problema è sempre stato il mio fisico, che non mi ha permesso di rimanere integro e di giocare per periodi lunghi” spiegava al New York Times.

Poi l’anno finisce, e la fotografia di Brian Baker è di nuovo quella che non avrebbe voluto vedere. È l’immagine di un ragazzo consumato dalla passione per il tennis, portato via su una sedia a rotelle, con l’asciugamano sulla testa, senza poter contenere singhiozzi, dolore, rabbia, all’Australian Open del 2013. “I’m fucked”, urla contro il cielo, “sono fottuto”. E quella sedia a rotelle, che lo allontana da Melbourne, sembra tanto un treno arrugginito che lo riporta indietro da dove è partito. Al suo primo Australian Open, Baker era avanti di un set contro Sam Querrey quando ha sentito come uno scoppio all’interno del ginocchio. Il medico arriva, controlla la mobilità e discute delle possibili lesioni ai legamenti che potrebbe aver subito, Baker sbotta: “Mi stai prendendo in giro?”.

E in Australia tornerà, dopo due anni, con lo stesso spirito di sempre, perché il suo non resti soltanto un discorso sospeso. Come una svista. Come un’anomalia. Come una distrazione. Come un dovere.


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