CAHILL: “LIMITARE IL COURT COACHING”

L'allenatore di Simona Halep, Darren Cahill, spiega la sua posizione circa il ruolo dello staff a partita in corso. Può diventare un limite?
sabato, 2 Aprile 2016

TENNIS – Se i tennisti non riescono a cavarsela da soli nei momenti più difficili, si può considerare che siano “viziati“? Stando alle parole e alle intenzioni future di Darren Cahill, emerge l’ipotesi di una soluzione troppo comoda per i giocatori in difficoltà durante i match. Il ricorso frequente al court coaching non sarebbe una strategia positiva nel lungo termine.

Nel caso specifico dell’allenatore e commentatore australiano, nello staff di Simona Halep, la scelta più immediata sarà quella di ridurre l’utilizzo dell’aiuto in campo: “Lo considero uno strumento importante, perchè a lei permette di conoscere meglio il mio modo di lavorare, ma soprattutto mi permette di conoscerla meglio nelle sfaccettature più nascoste del suo stile di gioco. Tuttavia, anche se lo usiamo spesso nel tour WTA, non credo che sarà una delle tattiche principali in futuro“.

La motivazione è da ricercare nell’approccio che si ha con il court coaching: “È molto importante che i giocatori riescano a risolvere i propri problemi senza aiuti esterni – spiega Cahille il mio obiettivo è quello di far capire a Simona i benefici di saper leggere autonomamente la partita, in modo da trarre vantaggio ed esperienza da ogni fattore che riuscirà gradualmente a scorgere“.

Assumersi maggiori responsabilità, dunque, potrebbe riportare la Halep sui livelli delle scorse stagioni, riscattando la falsa partenza del 2016. Cahill conclude: “Il ruolo di un allenatore è quello di indirizzare i propri assistiti verso la miglior condizione possibile, anche psicologica e non solo atletica. Certamente continuerò a fornire il mio contributo a Simona, anche sul piano del court coaching se dovesse averne bisogno, ma credo sia importante non abusare di questa soluzione“.


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