CASO DOPING: SHARAPOVA HA BARATO?

Sharapova, sostiene la sentenza che l'ha squalificata per due anni, ha preso il meldonium per migliorare le prestazioni. Ma era lecito fino al 2015. I limiti della coscienza, il valore della legge. Cosa è giusto? Cosa è lecito?
domenica, 12 Giugno 2016

Tennis – La sottile linea rossa fra migliorare le prestazioni e barare. Il processo di primo grado che ha portato alla squalifica di Maria Sharapova si è giocato su questo confine labile. La WADA ha continuato a sostenere di aver inserito il meldonium nella lista delle sostanze proibite perché c’erano “prove del fatto che gli atleti ne facevano uso con l’intenzione di migliorare le proprie prestazioni”, perché il farmaco permette di portare più ossigeno al tessuto muscolare e di produrre così più energia con meno acido lattico.

Sharapova si è detta comunque fiduciosa di poter ottenere almeno uno sconto sulla squalifica al TAS di Losanna. “Abbiamo sempe visto questo procedimento come diviso in due tempi” ha detto l’avvocato della siberiana, John J. Haggerty. “Sono da un lato soddisfatto che l’ITF all’unanimità abbia stabilito che Maria non avesse intenzione di violare le regole, ma dall’altra resto deluso che il tribunale abbia comunque optato per una squalifica ingiustamente severa perché è un’atleta famosa e serviva che fosse di esempio. Credo che al TAS la squalifica possa essere ridotta e che potrà tornare a giocare prima del 2018”.

Sharapova, ha concluso Haggerty, “sentiva fortemente allora e sente fortemente adesso, che dire la verità e metterci direttamente la faccia fosse la sola maniera di affrontare la situazione”. Eppure, è proprio sulla questione del segreto e della verità che il caso si è di fatto deciso: perché, si chiedono i giudici, non ha detto a nessuno che lo prendeva?. Sharapova ha dimostrato di aver iniziato a prendere il meldonium nel 2006, sulla base della prescrizione del dottor Skalny. E di aver continuato a prenderlo, nelle stesse dosi, anche dopo aver interrotto i rapporti col suo medico nel 2012, senza alcuna prescrizione medica e senza consultarsi con nessuno, senza che nessuno nel suo staff lo sapesse. Solo il padre e il suo agente, Eisenbud, sapevano che Sharapova prendesse il Mildronate, questo il nome commerciale del meldonium. “Qualunque fosse la sua posizione nel 2006” si legge nella sentenza, “non esisteva alcuna diagnosi, alcun consiglio terapeutico che supportasse l’utilizzo continuato del Mildronate. Se avesse ritenuto che ci fosse ancora una necessità di tipo medico per utilizzarlo, avrebbe consultato un professionista. La tipologia di utilizzo, concentrata solo nei giorni delle partite o degli allenamenti più intensi, è coerente solo con una volontà di aumentare i livelli di energia. Avrà anche ritenuto che ci fossero benefici per la sua salute, ma il modo in cui ha assunto il farmaco, il fatto che abbia tenuta nascosta l’assunzione alle autorità anti-doping e al suo stesso staff deve inevitabilmente condurre alla conclusione che ha preso il Mildronate per migliorare le sue prestazioni”.

Eccolo, il limite, ecco la sottile linea rossa che torna. Assumere una sostanza non proibita per migliorare le prestazioni è barare? Qui si entra nella dimensione morale, nelle considerazioni etiche su quel che è giusto e quel che non lo è. Aspetti che hanno a che fare solo con la coscienza, con la definizione individuale dei valori, con una scala di considerazioni che non pertiene alla decisione di un tribunale chiamato a dirimere quel che è lecito da quel che non lo è. E da questo punto di vista, non c’è nulla di più fisiologicamente grigio della legislazione anti-doping che si scontra con due limiti invalicabili. Da una parte, l’evoluzione della scienza che non permette di fissare un giorno e per sempre un confine certo e immutabile fra doping e non doping. La linea rossa fra migliorare le prestazioni e barare è costantemente come un segno sulla sabbia in riva al mare, da spostare in continuazione con l’avanzare della marea. Dall’altra, l’impossibilità di costituire una effettiva legislazione sovra-nazionale, perché vorrebbe dire mettere in secondo piano, quasi calpestare, la sovranità dei singoli Stati. Quel che si può fare, e che si fa, è sviluppare un codice cui le normative nazionali non devono disobbedire, ma si tratta pur sempre di convenzioni da ratificare, di accordi da trovare spesso al ribasso.

Nel caso Sharapova, nelle 33 pagine della sentenza, almeno due aspetti si prestano ad un’attenzione maggiore. Innanzitutto, l’ammissione della russa di aver assunto meldonium prima di ogni singola partita dell’Australian Open 2016. Nessuna giocatrice lo farebbe sapendo che quella è una violazione della legge, a meno di essere sicura di godere di una ingiustificabile impunità o di voler appositamente essere scoperta: tertium non datur. Nessuna delle due alternative, però, si presta a una giocatrice come Maria Sharapova che, per citare l’amico e collega Vanni Gibertini, è la CEO della Maria Sharapova Incorporated con un fatturato da decine di milioni di dollari l’anno, prize money a parte.

Una giocatrice che comunque, si legge nella sentenza, arriva a prendere anche 30 pillole diverse al giorno. Davvero servono tutte? Davvero un’atleta, che si suppone con un fisico sano, ha bisogno di tutte queste sostanze? È questa la zona più grigia. Maria ha giocato con la propria salute, con un prodotto che si può ordinare in Russia ma non, per esempio, in America? O si è semplicemente fidata, nel 2006, di un medico senza scrupoli e poi, alla luce dei benefici, ha continuato ad assumere il farmaco nei modi e nei tempi che aveva imparato a conoscere, secondo quel mix di fiducia e di automedicazione che, nel nostro piccolo, conosciamo tutti? Ma soprattutto, fino alla fine del 2015, quando la sostanza era considerata lecita, assumerla si può considerare una violazione dello spirito sportivo e del fair play? La coscienza individuale può cercare risposte diverse, e trovare indizi di colpevolezza nella mancata richiesta di eccezione per utilizzo del farmaco a scopo terapeutico. La legge però ha bisogno di certezze: e finché una norma non lo impedisce, quel comportamento è da considerare lecito e di conseguenza non punibile.

La questione riguarda solo i 26 giorni del 2016 fino al test e alla positività acclarata durante l’Australian Open. Riguarda una negligenza evidente da parte della russa, riguarda il comportamento di una giocatrice che viene meno a uno degli aspetti centrali del suo essere professionista: informarsi sulle novità regolamentari, tanto in campo, quanto fuori. Così come McEnroe, quando venne squalificato all’Australian Open del 1991, non poteva addurre come difesa la poca informazione sul cambiamento delle regole, sulla riduzione in quel caso da quattro a tre dei warning per arrivare alla partita persa per squalifica, così Sharapova non si può difendere semplicemente con un “non sapevo fosse proibito”.

E nemmeno la parte più pittoresca della sua versione la può salvare. Affidarsi a un agente che per sua stessa ammissione non ha la competenza per comprendere se il Mildronate è o non è proibito perché ne conosce il nome ma non i componenti, che dichiara di fare quei controlli ancorché sommari solo a bordo piscina ai Caraibi e in nessun altro posto, ma di non esserci andato nel 2015 perché stava divorziando, suona quasi troppo incredibile per essere vero. Eppure, si potrebbe razionalmente sostenere, proprio per questo è probabile che vero lo sia. Perché, in fondo, è un aspetto secondario, collaterale, che non alleggerisce la responsabilità. E poi, verrebbe da dire, perché dovendo immaginare una versione di comodo se ne possono inventare di migliori.

Perciò, per provare a passare dall’altra parte della sottile linea rossa, Sharapova sembra avere due strade. Una passa per la ricerca di uno sconto di pena, sfruttando magari i precedenti favorevoli di Cilic e Troicki, caso quest’ultimo caratterizzato però da molte più linee d’ombra e da molte più corresponsabilità da parte di chi ha svolto i controlli. L’altra è la via più radicale, sfidare cioè l’ITF sulla questione di merito, mettere in dubbio il principio su cui basa l’intero procedimento che ha shakespearianamente definito Sharapova “responsabile unica del proprio destino”. Far passare l’idea che il meldonium semplicemente non sia dopante. E sarebbe una deflagrazione, con conseguenze anche politiche difficilmente misurabili e ancor più difficilmente arginabili.


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