C’È TENNIS ANCHE DIETRO LE SBARRE

Una storia che parla di tennis, ma anche di razzismo e di integrazione. Un gruppo di amici detenuti, quattro vecchie racchette, un campo da tennis malandato in un penitenziario dello stato di New York. Prima il gioco e il senso di libertà, poi le accuse di razzismo e le continue intimidazioni: “La prossima volta che commetto un reato lo farò in California” l’amara e ironica conclusione.

Tennis – La stagione tennistica si avvia spedita verso il secondo slam, che si giocherà sui campi in terra battuta del Roland Garros di Parigi. Ma il tennis esiste anche senza slam, senza circuiti Atp e Wta, senza campioni blasonati e celebrati. Lo dimostra una storia che viene dagli Stati Uniti e che insegna che questo sport può essere praticato anche dentro le mura di un penitenziario.

La testimonianza è di Daniel Genis, autore del romanzo Narcotica e traduttore di numerosi testi dal russo, ma dal 2003 al 2014 detenuto nel Groveland Correctional Facility, un penitenziario di media sicurezza dello stato di New York. La storia del rapporto tra tennis e vita carceraria è raccontata dallo stesso Genis sul sito fittish.deadspin.com e narra le vicende di un gruppo di amici detenuti e della loro passione per il tennis, non tralasciando le difficoltà con cui questa passione ha trovato declinazione.

Tutto comincia trent’anni fa, quando al Groveland CF, un operaio progressista decide di utilizzare il campo da pallacanestro del penitenziario in un campo da tennis, spostando i montanti dei canestri ai lati del campo e utilizzando una malandata rete da pallavolo come rete da tennis. Quello diventa il primo e unico campo da tennis carcerario dello stato di New York.

Il tennis, purtroppo, è fra gli sport praticati in carcere quello che maggiormente subisce l’influenza di questioni di classe e di razza e questo si traduce in una notevole carenza di impianti ma anche di praticanti. Parola di detenuto: “Più facile giocare a basket o fare sollevamento pesi”. Ad ogni modo Daniel Genis, al suo ingresso in carcere, si trova davanti il decadente campo da tennis di Groveland, caratterizzato da una superficie asfaltata e non certamente omogenea e piana e da linee tirate con una mano scarsa di vernice. Le racchette a disposizione per tutto il penitenziario sono appena quattro. Ma la passione per lo sport non dipende dalla bellezza dell’impianto su cui si gioca e dalle attrezzature a disposizione. In breve tempo Daniel trova anche alcuni amici, compagni di cella con cui fare ogni tanto qualche partita. “Mi sembrava un lusso poter giocare a tennis da detenuto. Non usavo una racchetta dai primi anni ’90, ma mi sono rimesso a giocare con tutto il cuore, godendomi anche le prestazioni della stella del nostro piccolo gruppo”.

C’è anche un John McEnroe nel carcere di Groveland CF. Daniel Genis lo chiama Jim. Un ragazzo che ha intrapreso una cattiva strada (è al terzo arresto) ma che ha passato la sua giovinezza stregando avversari e tifosi nei campi della periferia di Rochester e guadagnandosi persino una borsa di studio della Colgate. Un ragazzo diventato uomo nei carceri degli Stati Uniti ma, sebbene ormai quarantenne, ancora in grado di calcare con dignità un campo da tennis. A questa strana coppia si uniscono poi un broker di borsa finito in cattive acque, un medico violento e un avvocato sorpreso a rubare.

E qui entra in gioco il fattore classista e razzista. Si tratta infatti di uomini provenienti dalle classi medio alte della società statunitense. Il divertimento è assicurato, ma presto il tutto si trasforma in una battaglia contro gli altri detenuti e contro i secondini del penitenziario. “Il primo problema era che noi ci divertivamo tantissimo pensando di giocare a Wimbledon, ma in realtà eravamo a Groveland per essere puniti. E in prigione, qualsiasi cosa che porta i detenuti a divertirsi diventa un problema” riflette Daniel Genis.

Il secondo problema è invece ben diverso e ben più radicato nei meandri dell’immaginario comune statunitense: “Ogni persona che aveva messo piede in quel campo era un bianco e a quei tempi solo il 20% dei detenuti dello stato erano bianchi”. La cosa mette in guardia la comunità nera del carcere nonostante il penitenziario sia quello con la più alta percentuale di bianchi in tutto lo stato. “Abbiamo provato a coinvolgere gli afroamericani e i latini, tra l’altro atleti di tutto rispetto. Ma i nostri sforzi non hanno trovato concretizzazione” confessa Genis. Così chi viene invitato a prendere parte ai match trova sempre una scusa e chi mostra un po’ di curiosità viene perentoriamente scoraggiato dagli altri detenuti. Il tennis è razzista si sente dire nei corridoi del penitenziario.

Accadono anche episodi di intimidazione. Le palline vengono buttate lontano dai campi, quasi fuori dalla recinsione del carcere. Una racchetta viene trovata spezzata. Il campo inondato di urina e coperto con sputi e tabacco da masticare. “Se fosse stato solo questo il problema, sarebbe stato facile affrontarlo. Ma c’erano di mezzo anche le guardie” racconta Daniel Genis. In un primo momento la squadra di secondini sembra gradire la visione delle partite di tennis. Ma in una fase secondaria, quando serve una racchetta nuova, quando la vecchia rete da pallavolo viene strappata o quando le linee del campo vanno ritoccate la risposta è sempre una risata e un netto rifiuto. Di contro vengono sistemati i campi da basket, vengono montati canestri nuovi e comprati nuovi guanti da softball per chi pratica questi sport.

“Non era difficile capire cosa stava succedendo. Tutto veniva visto alla luce dell’affermazione per cui il tennis è sport razziale e va ostacolato”. Le cose degenerano quando la discussione su un punto dubbio viene deliberatamente interpretata dalle guardie come una rissa e sedata in maniera violenta. “La mia faccia è stata sbattuta contro il muro e mi è stato detto che i tennisti figli di puttana come me avevano bisogno di una lezione. Dopo poco tempo ho chiesto il perché di quella reazione ingiustificata e la risposta è stata incredibile. Le guardie non volevano vederci giocare a tennis vicino alla loro postazione” racconta ancora Daniel Genis. La reazione di Jim è molto determinata. Il McEnroe di Groveland tenta in tutti i modi di far capire che il tennis non è uno sport razzista e classista provando anche a coinvolgere un numero sempre maggiore di detenuti e convincendoli a prendere una racchetta in mano. Ma la resistenza della comunità carceraria risulta difficile da scardinare e l’aura razzista del tennis non viene mai del tutto eliminata. “Ogni scusa era buona per non farci giocare” dice ancora Daniel Genis.

Infine l’amara conclusione: “La prossima volta che commetto un reato lo farò in California” dice  ironicamente Daniel Genis. E ci sono motivazioni solidissime dietro questa affermazione. A San Quentin, nella baia di San Francisco, ci sono campi bellissimi e il tennis viene praticato da gente che sta scontando anche 20 anni di reclusione. Nel sistema carcerario californiano sembra quindi che il tennis sia ben tollerato e che le questioni relative a razzismo e classismo non abbiano importanza.

Conclude così la sua testimonianza Daniel Genis: “In verità, il tennis può aiutare molto i detenuti. È uno sport di autocontrollo e la sua vivacità può aiutare a rompere la routine quotidiana. Ricorderò sempre il senso di libertà che ho provato quando cercavo di rispondere al temibile servizio di Jim o del mio amico medico violento. E poi i completini da tennis sono molto più eleganti delle uniformi da detenuto”. 


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