CINA, CROCE O DELIZIA PER L’AUSTRALIAN OPEN?

In Asia lo sport di Federer e Nadal acquisisce via via maggiore successo e può rappresentare una grande opportunità per l’Australian Open a livello di pubblico, partecipazione e anche investimenti. Tuttavia, la crescita di popolarità del tennis dalle parti di Pechino e Shanghai potrebbe anche rivelarsi un pericolo in un futuro neanche troppo lontano.
domenica, 24 Novembre 2013

TENNIS – La stagione 2013 si è conclusa, ma in Australia i preparativi per il primo slam del 2014 sono già in corso e tutto il comitato organizzatore dell’Australian Open è impegnato per capitalizzare al massimo l’impennata di popolarità che il tennis ha avuto in Asia e in particolare in Cina. Non a caso, dal 2003, il major di Melbourne è chiamato Grande Slam di Asia e Pacifico, con l’obiettivo dichiarato di aumentarne la popolarità nei ricchi paesi asiatici.

Dal canto suo, la Cina, il cui potere economico è sempre maggiore, chiede a gran voce l’organizzazione di uno Slam in terra asiatica. È vero che il nome Grande Slam di Asia e Pacifico ha la capacità di inserire il torneo australiano in un contesto globale. Ma è anche vero che in Cina le pressioni finalizzate ad ospitare a Pechino o Shanghai uno slam si stanno facendo sempre più serie. Le due città del colosso asiatico possiedono già la capacità di organizzare tornei prestigiosi e le strutture preposte ad ospitarli.

La conferma arriva da Michael Luevano, direttore del Rolex Master di Shanghai che al Guardian dichiara: “So che l’Australian Open si presenta come Slam di Asia e Pacifico, ma io non capisco cosa c’entra l’Asia. Non è un torneo asiatico. Si gioca in Australia. È un’altra cosa”.

Le questioni che ruotano attorno alla denominazione di quello che tutti conoscono come Australian Open sono tante. In primo luogo quella commerciale. Chiamarlo Slam di Asia e Pacifico ha un’ovvia ricaduta economica. La più importante copertura mediatica dell’Australian Open avviene in Asia e il 55% dell’audience del torneo risiede proprio nel grande continente. E poi c’è il pubblico. Anche in questo senso i dati dicono che, sebbene solo il 15% degli spettatori presenti al Melbourne Park sia asiatico, la percentuale è raddoppiata dal 2004. E questo giustifica appieno gli sforzi che il comitato organizzatore dell’Australian Open mette in atto da qualche anno per aumentare l’appeal del torneo nei paesi asiatici.

Nei mesi passati, è stato organizzato anche un tour per città come Singapore o Soeul in cui ex stelle del tennis australiano hanno messo in mostra i trofei vinti in carriera. “L’obiettivo”, dice al Guardian l’ex campione australiano di doppio Todd Woodbridge, “è quello di coltivare la passione per il tennis, aumentando la partecipazione e cercando anche di scovare un campione asiatico. Ovviamente, vorremmo che un australiano vincesse l’Australian Open, ma ci rendiamo conto quanto sia importante la popolarità del torneo”.

Una popolarità che il tennis sta sempre più acquisendo in Asia. La svolta sono state le Olimpiadi di Soeul del 1988. Il tennis è diventato, in quell’occasione, sport olimpico e anche globale, conquistando l’Estremo Oriente. E poi, con il trionfo di Na Li al Roland Garros del 2011, il primo di una tennista asiatica, l’impennata di interesse è stata dirompente. “Avere un campione fatto in casa ha cambiato tutto”, dice Woodbridge, giocatore dell’era di Micheal Chang. “La popolarità di Chang non era neanche paragonabile a quella di Na Li. Si tratta di pianeti diversi.”

Il tennis è il settimo sport praticato nella Repubblica Popolare, ma è il primo sport che i cinesi vorrebbero giocare. Lo dice una ricerca condotta dal comitato organizzatore del Master di Shanghai. È anche lo sport delle classi ricche e il più gradito ai giovani sportivi, nonché alla classe dirigente. Tutti i funzionari chiave dell’amministrazione cinese giocano a tennis e questo risulta evidente quando a parlare sono le cifre investite in impianti sportivi costruiti e in programmi di sviluppo lanciati. La Wta stima che negli ultimi anni siano stati costruiti ben 30mila impianti.

Inoltre, la maggior parte dei complessi abitativi di primo e secondo livello costruiti a Pechino e Shanghai hanno campi da tennis e nella tv di stato CCTV lo sporti di Federer, Nadal e Djokovic è al terzo posto fra gli sport più seguiti, dopo calcio e basket. Le iniziative partono anche dal basso. Il tennis, due anni fa, è stato inserito come sport amatoriale nel sistema scolastico pubblico.

Tutto ciò è ancora una volta dimostrato dagli sforzi profusi per ospitare il Master di Shanghai a partire dal 2004. Il Qizhong Stadium è costato al governo 300 milioni di dollari. Il China Open di Pechino, lanciato anch’esso nel 2004, possiede una struttura simile, con undici campi e uno stadio da 15mila posti con tetto mobile. Nel 2006 è diventato il primo impianto fuori dagli Stati Uniti ad avere la tecnologia per la moviola in campo Hawk-Eye, meglio conosciuta come “occhio di falco”. Il suo montepremi ammonta a 7,5 milioni di dollari, sette volte in più del 2004. L’anno scorso il torneo ha attirato più di 270mila spettatori, ben poco rispetto ai 685mila dell’AusOpen, ma una cifra di grande rispetto se si considera che il torneo ha appena nove anni di vita.

Non è una grande sorpresa, allora, che anche i top players mondiali apprezzino i tornei asiatici. Il Master di Shanghai è stato infatti votato come il miglior Master 1000 nelle stagioni 2009, 2010, 2011 e 2012. “Siamo partiti da zero abbiamo assunto una mentalità ospitale come quella di un albergo. Siamo service-oriented, una cosa che i cinesi sanno fare molto bene”, dice Luevano. “Se vuoi fare un viaggio in Asia devi avere tutto quello che desideri. Penso che ci siamo riusciti”.

È evidente che la Cina stia facendo tutto quanto in suo potere per diventare il centro del tennis asiatico. Anche a costo di penalizzare altri tornei. Il Pan Pacific Open di Tokyo, che quest’anno ha festeggiato la sua trentesima edizione, nel 2014 sarà sostituito dal quinto torneo cinese, quello di Wuhan. E con investimenti e interessi di questo genere è prevedibile che la proprietà di un Grande Slam di Asia e Pacifico sia presto rivendicata da Pechino o Shanghai.

Già nel 2008 la tennista Na Li aveva dichiarato che lo slam di gennaio avrebbe dovuto essere giocato in Cina, a Shanghai, considerando anche il clima migliore. Woodbridge non è d’accordo: “Non credo che succederà”, ha detto sempre al Guardian. “Il governo ha investito molto in questo sport e nel Melbourne Park per assicurarsi la permanenza dell’Australian Open. Nel 2014 e nel 2015 avremo tre campi con tetto mobile”.

Ci sarebbe un’altra strada. Organizzare un quinto major. “Non si può comprare la tradizione, non è possibile acquistare un Wimbledon”, ha detto Luevano . “Ma credo che possiamo ospitare un quinto slam, non c’è dubbio. Il Master di Shanghai è diretto in questa direzione”.

Sulla stessa lunghezza d’onda direttore del torneo di Pechino Alfred Zhang, il quale ha dichiarato al China Daily che per il China Open, quello di diventare il quinto slam, “potrebbe essere un obiettivo non realistico nel prossimo futuro, ma è la direzione  verso cui si sta andando”.

È possibile che uno slam cinese rafforzi l’interesse per il tennis in tutta la regione, migliorando persino l’appeal dell’Australian Open. È anche possibile che investitori cinesi dell’AusOpen badino di più agli affari casalinghi investendo in un nuovo major tutto cinese e sottraendo fondi a Melbourne. Rimangono quindi molte riserve in merito. Possono davvero due major convivere e prosperare nella stessa regione? Al momento, una cosa è certa. L’Asia sta diventando un polo importante anche per il tennis mondiale.

 


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