L’ORGOGLIO DEL MISSISSIPPI

Assurto agli onori della cronaca tra il 2008 ed il 2009, Devin Britton sta faticando a mostrare quanto il suo tennis all’epoca aveva lasciato intendere
lunedì, 28 Novembre 2011

Roma – Bastano due indizi per fare una prova? Per quanto possano essere umili e non approfondite, le mie conoscenze in materia investigativa, figlie di riferimenti proverbiali, mi consentono di negare tale assunto, visto che mancherebbe ancora una prova per poter con certezza affermare che sì, quella che ci troviamo davanti è un’evidenza. Per cui, caro Devin Britton, non ti sono sufficienti quei due primati, per quanto eloquenti, per definirti una vera e propria promessa del tennis statunitense e mondiale. Te ne manca una, dato che le tue non brillanti prestazioni tra i pro’ non suffragano alcuna ipotesi di una tua eventuale grandezza. E che non vada invece a finire che proprio a causa della rottura di un sodalizio tu non abbia infranto le remote possibilità di vederti un giorno tra i più grandi. D’altronde tu sei di Brandon, a pochi chilometri da Jackson, capitale del Mississippi, e non è proprio nel “Grande Fiume” – questa la traduzione del nome dello Stato con la più alta incidenza di consonanti tra quelli confederati – che su determinate questioni bisognerebbe prestare un pochino d’attenzione? Questo ce lo insegna la storia.

Gli inizi. Nato a Jackson, ma residente appunto a Brandon, il 17 marzo del 1991, Devin Britton ha preso la sua prima racchetta in mano all’età di 5 anni e il suo impegno per questo sport, che lo aveva appassionato sin dal principio, comportò che non seguisse un normale iter scolastico, durante gli anni della high-school, bensì frequentasse un corso online che gli ha permesso di raggiungere l’agognato “diploma”. Devin, entrato ben presto nelle mire di una vecchia volpe del sistema tennistico a stelle e strisce come Nick Bollettieri, denotava uno stile di gioco quantomeno desueto in un’epoca in cui tutti i ragazzini crescevano a furia di grandi corse e bordate da fondo: la sua altezza e la sua propensione a giocare al volo non gli facevano disdegnare le discese verso la rete, compresa una buona razione di antico e obsoleto “serve and volley”. Forse proprio a causa di questa sua particolarità, il prospetto di Devin Britton meritava menzioni particolari, fintantoché, negli ultimi anni da junior, bussò alla porta del tennis “che conta”, fornendo prestazioni – le due prove di cui sopra – che hanno richiamato la doverosa attenzione.

La finale agli U.S. Open junior. Nel corso del settembre del 2008, nella consueta cornice di Flushing Meadows, Devin si fece notare grazie ad una serie di vittorie contro pronostico che lo issarono dalle qualificazioni fino alla finalissima, non lesinando performances degne di un giocatore che poco aveva da spartire con lo scenario, piuttosto depresso, statunitense. Gli astanti, per questo motivo, furono aizzati non poco dal loro nuovo beniamino, capace di eliminare due tra i più forti atleti nati nel 1992 – Bernard Tomic e Filip Krajinovic – in rimonta, oltre al più anziano Cedrik-Marcel Stebe, anche grazie all’aiuto del clima, che a causa del maltempo costrinse gli organizzatori a spostare alcuni turni indoor. E in uno scenario più adatto alle sue caratteristiche di grande servitore, Devin fu capace di raddrizzare una partita nata storta, quella di semifinale, contro il serbo Krajinovic. In finale, in una giornata particolare visto che da 16 anni gli Stati Uniti non erano rappresentati sia in campo maschile sia in quello femminile nell’atto conclusivo, non ci furono molte chances contro Grigor Dimitrov, ma per Britton giungere a quell’incontro fu comunque una vittoria. Inoltre, se Austin Krajicek, un suo collega più vecchio di due anni, non avesse rifiutato la wild card per il main draw junior per fare da sparring partner alla selezione statunitense di Davis Cup, lasciando così l’invito a Rhyne Williams, Devin non avrebbe avuto spazio nel tabellone di qualificazione e non avrebbe conseguenzialmente avuto inizio la sua corsa. E questo è uno dei due record menzionati. A margine di quest’avvenimento, il ragazzo di Brandon annunciò che la sua idea di cominciare a frequentare, da gennaio, l’University of Mississippi era ancora valida, dandosi così il giusto tempo per approdare tra i pro’.

La vittoria NCAA. Questo era stato deciso e questo sembrava dovesse essere, in effetti di lì a poco Devin prese l’occorrente per dirigersi a Oxford, città a cui era stata dato questo nome affinché venisse scelta come sede dell’università statale: missione compiuta. Lì già studiava la sorella maggiore Katie, per cui l’impatto col “nuovo mondo” fu tutt’altro che traumatico. Anzi. Alla corte di Billy Chadwick, storico coach dell’Ole Miss – nickname dell’University of Mississippi – Devin compì un’impresa, ovvero quella di laurearsi, nel successivo mese di maggio, campione NCAA nel torneo di singolare a College Station, Texas. Una prima volta assoluta, per un ragazzo del Mississippi, e non solo: a 18 anni compiuti da qualche mese, risulta ancora oggi il più giovane di sempre ad essersi aggiudicato questo storico titolo – John McEnroe, per scomodare un paragone un tantino illustre, ne aveva già 19. E come spesso capita, sull’onda dell’emozione per un risultato inatteso, Britton fece una scelta un tantino avventata, quella di abbandonare il college per giocarsi da subito le sue carte tra i pro’.

Naufragio. La stellina di Brandon sì testò così immediatamente sui palcoscenici ATP, anche grazie agli inviti ricevuti per il successo universitario, mostrando, come era ovvio, di essere troppo acerbo per stare a quei livelli e, sebbene al primo turno dello Us Open, cui era stato ammesso per il solito motivo, fece degnissima figura contro un certo Roger Federer – che gli valse svariati complimenti – fu presto chiaro che quella decisione di buttarsi a capofitto nel circuito fu quantomeno azzardata. I risultati, pure nel circuito ITF, tardavano ad arrivare e questo è quanto emerge tutt’oggi, a quasi 2 anni di distanza, dopo oltre 24 mesi di pratica continua, e senza che il suo ranking sia stato migliore di una 647esima posizione tutt’altro che encomiabile. Il grande orgoglio del Mississippi, come veniva visto non più tardi di 2 stagioni orsono, pare essersi ridimensionato, e chissà che quel momento di euforia che lo ha portato a rivedere i suoi programmi non abbia definitivamente rovinato, e non soltanto rallentato, la sua ascesa. Come dicevamo prima, d’altro canto è o non è il Mississippi lo Stato dove, nel corso del XX secolo, si è verificato uno degli episodi più inquietanti concernente “patti” o decisioni?

Robert Johnson, il musicista del diavolo. Nel 1911, 45 miglia a sud-ovest di Brandon, più precisamente ad Hazlehurst, venne alla luce Robert Johnson, passato alla storia come uno dei più grandi ed influenti chitarristi blues, morto a 27 anni per un banale screzio dettato dalla gelosia sfociato in un tentativo, andato a buon fine, di avvelenamento. Niente particolarità, fin qui, se non fosse che attorno alla figura di Johnson sono da sempre circolate storie sinistre, sorte per alcuni fatti inequivocabilmente incomprensibili: Robert, inizialmente, veniva infatti visto come un chitarrista poco più che mediocre fino al giorno in cui la morte della moglie lo portò a scomparire delle scene per quasi un anno. Al suo rientro Robert era diventato un chitarrista nuovo, impareggiabile nella tecnica e nel componimento. Un avvenimento inspiegabile fatto risalire ad un “patto” che lo stesso Johnson avrebbe siglato col Diavolo, che gli avrebbe garantito successo in campo musicale in cambio della sua anima. Leggenda, sia chiaro, ma offuscata da un alone di scarsa chiarezza e alimentata dalle cronache unanimi dell’epoca, di colleghi che mai si sono spiegati appieno questa sua clamorosa evoluzione.

Tempo di rinascere. Insomma Devin, ora sta a te: cerca di far sì che ti bastino quelle due prove – unico finalista in un tabellone Slam junior da wild card delle quali e più giovane trionfatore NCAA – per diventare un giocatore di un certo spessore, per evitare che quella decisione, a posteriori, sbagliata, quel patto non rispettato, non ti abbia tarpato le ali verso un promettente futuro sportivo.


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