DIEGO NARGISO: “ALLENO KRAJINOVIC, ME LO HA CHIESTO DJOKOVIC”

Diego Nargiso nuovo coach del talento serbo Filip Krajinovic. Fortemente voluto da Novak Djokovic, l’ex tennista azzurro, ci racconta in esclusiva i retroscena e gli obiettivi di questa nuova esaltante avventura.

Tennis – Da qualche giorno, attraverso i social network, Diego Nargiso aveva messo grande curiosità a followers ed amici. Ieri ha rivelato tutto, dichiarando la sua nuova avventura da coach.

Seguirà Filip Krajinovic, il talentuoso tennista serbo sul quale punta molto Novak Djokovic. È stato proprio il numero uno al mondo a cercare l’ex tennista azzurro che, dopo aver chiuso la carriera, si è dedicato ai giovani portando avanti il progetto di un’accademia nella quale ha messo a disposizione la sua grande esperienza.

Come sempre disponibile, ed entusiasta per il nuova scommessa professionale , Diego ci ha raccontato come è nata questa collaborazione tra lui ed il promettente tennista “sponsorizzato” dal numero uno al mondo:

Tutto è nato a maggio agli Internazionali di Roma. Il manager di Djokovic , Dodo Artaldi, che è un mio amico, mi ha incontrato dicendomi che Nole avrebbe voluto parlarmi. Aveva intenzione di mettermi in contatto con un giocatore serbo che lui riteneva fosse molto talentuoso e che necessitava in questo momento di un allenatore: Filip Krajinovic

“Io conoscevo già il ragazzo, visto che tre anni fa si era già messo in mostra battendo lo stesso Djokovic al torneo di Belgrado. Non è da tutti superare, a 18 anni, uno dei giocatori più forti al mondo e per giunta in un torneo di casa. Era un ragazzo che prometteva molto bene ma che poi si è un po’ perso, principalmente per via di un infortunio alla spalla che lo ha costretto anche all’intervento chirurgico”

Quale è stata la tua prima reazione?

Sono stato molto contento che avessero pensato a me ed ho dato la mia disponibilità, naturalmente ci siamo presi un po’ di tempo per sistemare le cose. Io stavo seguendo dei ragazzi a Genova e volevo capire bene tutta la situazione, mentre Djokovic era impegnato a vincere Slam e tornei in giro per il mondo. Tre settimane fa ci siamo incontrati a Montecarlo e Nole mi ha spiegato quali erano i suoi obiettivi: far crescere il ragazzo seguendolo molto da vicino, tanto da chiedermi  per l’appunto di fare base nel Principato per dare a Filip la possibilità di giocare spesso con lui. Seguiremo Nole anche in tour,  laddove è possibile, per mantenere questo contatto diretto, facendo giocare a Filip le qualificazioni ed i tornei di doppio insieme a Djokovic. A mio avviso questo è un bellissimo gesto da parte del campione serbo che vuole puntare su questo ragazzo nonostante abbia perso un po’ di terreno per strada.

Una presenza  che può essere ingombrante quella di Djokovic ma con la quale  mi sembra ti sei trovato da subito.

“Si, anche ieri Nole ha mandato a Filip un messaggio facendogli i complimenti per la nostra prima vittoria insieme. Pensare che il giocatore numero uno al mondo, e sicuramente uno dei migliori degli ultimi dieci anni, creda in me è una grande soddisfazione. Vuol dire che ho lavorato bene e che la mia passione e dedizione verso questo sport viene capita da chi mi sta intorno

Una bella soddisfazione personale ma anche per il movimento tennistico italiano, visto che una volta tanto dall’estero, da cui siamo sempre fortemente attratti, qualcuno pensa ad un tecnico italiano per far crescere un giovane talento.

Sicuramente è una situazione importante per me ma anche per il nostro tennis. Ora siamo solo all’inizio in cui tutto sembra facile e bello, spero con il tempo di non deludere nessuno mettendoci tutto me stesso.

Quello di Krajinovic è un momento molto delicato della carriera, a 21 anni considerato anche il tempo perso per via dell’infortunio, questo forse è l’ultimo treno per fare il cosiddetto salto di qualità. È questo il vostro obiettivo?

“Esattamente. Ci siamo detti proprio questo. Filip mi ha confessato che fino a qui lui ci è arrivato praticamente da solo. Sente la responsabilità del momento e vuole fare bene ma allo stesso tempo non ha ovviamente l’esperienza per trovare la strada giusta per recuperare e soprattutto evitare di perdere altro tempo”

Parlando con Nole, abbiamo pensato che per prima cosa dobbiamo fare ordine nella vita del ragazzo. In campo lui è molto serio e si impegna negli allenamenti ma, come tutti i suoi coetanei, è esuberante e rischia di perdersi fuori dal terreno di gioco. Anche se è difficile da capire adesso, a questa età bisogna essere professionisti a 360 gradi e quella è la prima grande sfida alla quale stiamo andando incontro. Gli altri tecnici che lo hanno allenato in passato mi hanno detto ‘lui è un po’ come te: grande voglia e passione in campo, poca attenzione e continuità nel lavoro al di fuori dello stesso’. Tecnicamente Krajinovic lo conosciamo tutti, ha una buona tecnica, sa venire a rete, ha un’ottima volée, sa difendere molto bene, è un giocatore completo che può giocare su tutte le superfici. Da questo punto di vista non sono affatto preoccupato, bisognerà ovviamente lavorare anche sull’aspetto tecnico migliorando e perfezionando alcune cose, ma solo facendo ordine nella sua vita riusciremo a canalizzare tutta la sua positività, portandolo ad essere un giocatore di livello internazionale”

Hai detto che Krajinovic ama andare a rete, ha una buona volée ed è esuberante in campo e fuori. A me ricorda qualcuno… a te invece, quante volte viene in mente quel ragazzetto napoletano che nel 1987 conquistò Wimbledon Junior?

“Devo dirti la verità è un periodo molto lontano. È passato più di un quarto di secolo. Ma ho ben impressi in mente gli errori che ho fatto nei due anni successivi a quel  periodo. Dopo aver vinto il titolo juniores a Wimbledon ho fatto un’ascesa verticale, tanto è vero che in meno di 12 mesi ero già tra i primi sessanta  al mondo. Il mio problema è arrivato in seguito, perché credevo che sarebbe bastato prendere un allenatore importante, un grande nome, per andare avanti. L’errore più importante fu quello di non stare a sentire totalmente i consigli dei grandi tecnici, ai quali avrei dovuto dare maggiore ascolto, evitando di compromettere, come ho fatto, la mia carriera. Non avendo alle spalle una famiglia sportiva, ho sbagliato in molte circostanze. Ad esempio non ho fatto bene a cambiare continuamente guida tecnica, piuttosto bisognava affidarsi ad un punto di riferimento e continuare su quella strada. Avere più allenatori, soprattutto nella fase della crescita, è come cercare di costruire un albergo cambiando ogni due mesi architetto: sono tutti bravi e belli, ma si rischia di fare confusione. Quello è stato il mio grande errore insieme alla presunzione di saperne di più di chi mi stava allenando. Solo gli umili diventano veramente grandi. Purtroppo l’ho capito troppo tardi”

Faccio mia una frase che ti ho sentito dire a più riprese e che ora cade a pennello: “Chi ha sbagliato di più saprà insegnare meglio”

Questo è il mio motto. Credo di essere stato il giocatore che ha fatto più errori dal punto di vista della gestione, della dedizione e della non perseveranza fuori dal campo. Ora che ho tre figli e la barba bianca, riesco a capire meglio quegli errori  ed in qualche modo so come gestirli. Porsi nei confronti di un giovane senza la presunzione di avere la scienza infusa, ma piuttosto di quello che è già passato attraverso determinati sbagli, aiuta nel rapporto e crea quella fiducia tra tecnico ed allenatore che sta alla base di tutto”

Molti ex campioni intraprendono la carriera di allenatori. Alcuni con successo altri meno. Qual è secondo te il segreto per fare bene e soprattutto quali le difficoltà maggiori?

La difficoltà maggiore sta proprio nel saper dire le cose al proprio giocatore facendole  comprendere nella maniera giusta. Bisogna conquistare la fiducia del giocatore che si deve affidare al proprio coach ascoltando quello che gli viene detto per il suo bene. Io con Filip ho parlato in maniera molto diretta, gli ho detto che molto probabilmente ci saranno dei momenti in cui io sarò scomodo per lui e che sicuramente ci saranno occasioni in cui io gli dirò cose che lo faranno arrabbiare. Il mio ruolo non è quello di dire che va tutto  bene, al contrario, io dovrò sottolineare e migliorare le cose che non vanno per il verso giusto. Devo allo stesso tempo infondergli fiducia in quello che fa, aiutandolo a ridurre il più possibile i tempi di attesa prima di diventare un giocatore importante”

Tu hai avuto molti allenatori, hai imparato da ciascuno qualcosa, pregi e difetti. A chi ti ispirerai maggiormente?

Tutti mi hanno lasciato tantissimo. Mi sono sempre affezionato molto alle persone. Partendo da Gunther dico che è stato colui che mi ha insegnato la disciplina, con Nick Bollettieri ho imparato ad essere più cattivo in campo credendo di più nei miei mezzi. Quelli che porto con me nel cuore però sono due. Da una parte Pato Alvarez che mi ha fatto scoprire la difesa e l’ordine che io non conoscevo assolutamente e dall’altra sicuramente Roberto Lombardi che, nonostante sia stato con me solo due anni, è stato un vero e proprio maestro nella mia vita portandomi a vincere nel circuito mondiale. Spesso eravamo in contrasto, litigavamo pure ma a lui ho sempre riconosciuto la grande conoscenza tecnica e lo ritengo uno dei migliori allenatori italiani degli ultimi 30 anni”

Parlando con Diego è praticamente impossibile non ripensare ai momenti di grande coinvolgimento quando lui era in campo. La finale della Davis a Milano nell’98, tanto per citarne uno. Ma quella è la storia scritta e adesso Nargiso, quello maturo e carico d’esperienza, guarda avanti e getta anima e cuore in questa nuova avventura per cui personalmente ed a nome di tennis.it faccio il più grande in bocca al lupo.

“Crepi e grazie. Un saluto a tutti gli amici di tennis.it”


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