E L’ITALIA TORNA IN CILE

L’Italia si appresta a giocarsi il ritorno nella serie A di Davis contro il Cile. E la mente torna al lontano 1976, quando gli azzurri conquistarono l’unica Insalatiera della storia, proprio a Santiago. E pensare che quella volta non dovevamo andarci…
mercoledì, 14 Settembre 2011

L’Italdavis è già in Cile. Potito Starace, Simone Bolelli, Fabio Fognini e Daniele Bracciali si stanno allenando in vista della sfida valida per i play off promozione al World Group 2012, che si terrà sul cemento dello Stadio Nacional Court Central di Santiago, da venerdì prossimo. Dopo ben 11 anni di assenza gli azzurri tenteranno di tornare nel Gruppo mondiale della Davis.

Dunque l’Italia giocherà in Cile. Quel Cile dove riuscimmo a vincere l’unica Coppa Davis della nostra storia, quel lontano e magico 1976. Eravamo abituati a vincere, in quegli anni, nel tennis. Il 1976 è rimasto, grazie ad Adriano Panatta, l’anno più ricco di successi dell’intera storia del tennis italiano: il romano riuscì a conquistare il “suo” torneo – gli Internazionali d’Italia -, il Roland Garros e la Coppa Davis. Siamo lontani, lontanissimi, da tutto questo (in campo maschile, s’intende).

E tornare in Cile sembrerà strano, a tutti quelli che ben ricordano quella magica vittoria, circondata dai problemi legati al regime di Pinochet. L’Italia aveva superato, per raggiungere la finale, squadre ostiche quali la Polonia, la Jugoslavia, la Svezia, la Gran Bretagna e l’Australia. Ad attendere gli azzurri c’era il Cile distrutto dalla dittatura di Augusto Pinochet. Per questo la partenza della squadra italiana, guidata dal capitano Nicola Pietrangeli e dal direttore tecnico Mario Belardinelli,era molto osteggiata dall’opinione pubblica. E proprio per questo, quella fu una sfida storica non soltanto per la vittoria azzurra. Perché in Cile, la squadra italiana, non doveva andarci. O almeno così avevano richiesto i politici, i Presidenti, per contestazione alla feroce dittatura di Pinochet.

Gianni Clerici, nel suo 500 anni di tennis, descrive bene il clima che si respirava in quei giorni: “Per la terza volta nella storia, eravamo in finale di Davis. Dopo i difficilissimi match del 1960 e 1961 vissuti da atleta contro gli australiani, lo stratega Pietrangeli aveva la rivincita a portata di mano. (…) Rischiammo invece di non giocare e perdere per ritiro, grazie al Partito Comunista e ai socialisti che, in quei tempi, si facevano spesso concorrenza tirando ancor più a sinistra. Con tutta la loro autorevolezza politica e la ancor più grande ignoranza di sport, gli onorevoli Lombardi, (PSI) e Pajetta (PCI) dichiararono: ‘Vogliamo dare un giudizio sui generali, e far sapere al popolo cileno che siamo solidali con lui’. (…) Furono giorni grotteschi, ancor prima che osceni. I nemici della trasferta aizzavano i balilla rossi che, guidati da un mio giovane collega, giunsero a occupare la Federtennis, sporco covo di reazionari. ‘Non si giocano volée/contro il boa Pinochet’, scandivano gli sciocchini, mentre Modugno rovinava la fama di ‘Volare’ con una ballata engagée, immaginando la Coppa sommersa di sangue. La Federtennis, che avrebbe dovuto difendere i tennisti, latitava. In crisi depressiva il Presidente Neri, si manteneva prudentissimo il futuro Presidente Galgani. Fu Pietrangeli che uscì allo scoperto, in difesa dei suoi e dello sport. La campagna demagogica serviva soprattutto interessi elettorali, ebbe il coraggio di affermare. ‘Forse che la nazionale di calcio avrebbe boicottato i cattivi generali argentini, l’anno seguente, in occasione dei mondiali?’”.

Ancora più preciso il racconto dei protagonisti, primo tra tutti Nicola Pietrangeli, capitano della squadra, che nella sua biografia C’era una volta il tennis, scritta da Lea Pericoli, racconta: “In quel lontano novembre di trent’anni fa gli onorevoli di sinistra si erano buttati sulla trasferta della Nazionale in Cile condannando il tennis. Il mio non voleva essere un atteggiamento superficiale. Era un discorso sportivo che andava al di là del credo politico. Nessuno può approvare i regimi totalitari, di destra o di sinistra che siano, e io sono cresciuto nella convinzione che lo sport debba restare al di sopra di tutto. Per me in quel momento il tennis doveva essere un elemento aggregante, la bandiera sotto la quale razze, religioni, convinzioni politiche erano chiamate a combattere con lealtà. (…). La verità è che molti di quelli che scendevano in piazza non sapevano neppure dove stesse Santiago e cosa realmente stesse succedendo in quel Paese sudamericano. Francamente non so spiegarmi perché si fosse scatenato quell’inferno! Forse perché in quel periodo non c’erano argomenti seri in Parlamento. O forse perché l’italiano è un popolo che si nutre di polemiche. Comunque durante il mese di novembre tutti i giorni subii il martellamento della radio, della televisione, dei giornali italiani e cileni. Alcuni pro altri contro Pinochet. Destra contro Sinistra, ognuno con la sua verità. Fu un mese pesante, durante il quale ricevetti centinaia di telefonate. Alcune con minacce di morte per me e per la mia famiglia”.

Il problema era che molti avevano male interpretato la voglia di Pietrangeli di andare in Cile, pensando che il campione italiano parteggiasse per Pinochet. “Io sostenevo che in Cile avremmo vinto e che a distanza di trent’anni nessuno si sarebbe più ricordato di Pinochet, mentre il nome dell’Italia sarebbe rimasto scritto per sempre tra quelli delle nazioni vincitrici della prestigiosa Insalatiera. Di quel lontano 1976, oggi chi è troppo giovane cade dalle nuvole e si meraviglia. Chi è vecchio spesso racconta che eravamo tutti d’accordo sulla trasferta in Cile. Ma la verità vera, e non accetto di dividerla con nessuno, e che ai giocatori va il merito sportivo. I ragazzi mi ascoltarono e furono coraggiosi. Mentre a me, e soltanto a me – lo giuro – va il merito di aver portato la squadra in Cile”.

Il giorno prima della partenza ci fu persino un dibattito in televisione, su Raiuno. Franco Evangelisti, l’allora portavoce di Giulio Andreotti, comunicò a Pietrangeli: “Guarda, Nicola, che il Presidente in Cile non vi ci manda”. Pietrangeli rispose: “Di’ pure al Presidente che per non mandarmi in Cile mi deve togliere il passaporto. E voglio vedere come fa!”. Nicola si era infatti informato prima con il ministro degli Esteri Forlani: il passaporto poteva essere tolto a un cittadino solo in caso di reati. E non era certo il caso di Nicola Pietrangeli.

E mentre Domenico Modugno aveva composto una canzone contro la trasferta della Nazionale, accompagnato da Gazzelloni, la squadra partì, scortata dai carabinieri e passando dagli imbarchi nazionali per evitare gruppi di scalmanati che li attendevano. Panatta racconta così quei giorni prima della gara nella sua autobiografia Più dritti che rovesci: “Nicola, in quei giorni, fu impagabile. Difese con foga genuina il nostro buon diritto a portare a termine l’impresa sportiva; spiegò che, se davvero ci fossimo rifiutati di andare, avremmo concesso a Pinochet la cassa di risonanza che stava cercando”. “Panatta milionario, Pinochet sanguinario” diceva lo slogan che urlavano i contestatori ad Adriano Panatta, che, tra l’altro, era di sinistra, da sempre. “Volevo davvero andare in Cile a giocare quella finale. Perché la volevo vincere, prima di tutto. E uno sportivo, di destra o di sinistra che sia, ha in testa solo quello”.

Panatta raggiunse i compagni in Cile partendo da Las Vegas, dove si trovava per un torneo. A Santiago gli italiani furono trattati benissimo. Nessuno rinfacciò loro le polemiche e il tifo fu correttissimo. Gli azzurri vinsero senza problemi i primi due singolari e il doppio. Barazzutti sconfisse Jaime Fillol, Panatta batté Patricio Cornejo. Poi in doppio Panatta e Bertolucci ottennero il punto decisivo, indossando la maglietta rossa che è rimasta nella storia.

L’episodio della maglietta rossa ha dato il nome al documentario di Mimmo Calopresti sulla vita di Adriano Panatta. Prima del doppio decisivo Adriano decise di indossare una maglietta rossa, colore simbolo dell’opposizione, di chi ricordava il presidente Allende ucciso dal golpe. Bertolucci, all’inizio un po’ scettico, alla fine accettò. “Fra le tante note contrapposte di quelle giornate così particolari, la maglietta rossa fu a suo modo la sintesi, forse originale, magari banale, dei miei pensieri, del mio stato d’animo. Vado, provoco, vinco” racconta Panatta nel libro.

L’Italia, dunque, vinse la Davis. Quella rimase l’unica vittoria, su sei finali giocate. Adesso, ci troviamo a lottare per tornare a giocare nel Gruppo Mondiale. Un’altra volta in Cile. Che strani scherzi fa il destino.


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