E SE FEDERER FOSSE…UNA SQUADRA?

A quale nazionale di calcio partecipante alla Coppa del Mondo al via in queste ore accostereste gli eroi della racchetta ? Con questo gioco dal sapore vagamente estivo anche tennis.it si lascia contagiare dalla “febbre mondiale”

Roma – E’ la prima volta che mi sento in dovere di cominciare chiedendo scusa. Scusatemi, infatti, se alla ricerca di un qualche sito di informazione che non facesse cenno ai Mondiali di Calcio siete approdati su tennis.it, convinti di trovarvi in un riparo sicuro: perchè anche noi, da buoni appassionati di calcio, abbiamo voluto tributare il nostro particolare saluto all’avvenimento che per il prossimo mese caratterizzerà in maniera più o meno segnata le vite di milioni (o miliardi?) di tifosi in giro per il mondo. Tranquilli, però, come avrete potuto intuire il nostro parziale approdo nelle improprie lande del mondo del pallone a spicchi non ci allontana eccessivamente dall’amato tennis. Vi state chiedendo come? Semplice, rispondiamo noi. Abbiamo infatti cercato di associare le principali nazionali di calcio che parteciperanno alla competizione sudafricana ai tennisti che meglio rappresentano la scena attuale del tennis mondiale. Ora di seguito vi proponiamo questi paragoni, con le dovute spiegazioni: a voi decidere se siamo stati bravi oppure no.

Classico. Troppo facile, forse, il primo accostamento che andiamo a proporre. Il Brasile del tennis non può che essere Roger Federer: entrambe le parti in causa, infatti, sono sempre protagoniste nelle grandi competizioni cui prendono parte, a prescindere dalle condizioni fisiche in cui versano, ed entrambe hanno un nutrito gruppo di appassionati che li venera alla stregua di una fede religiosa. E poi c’è il fattore “divertimento”: la Selecao è la squadra dei piedi buoni per definizione, così come Federer è assunto a emblema del tennista di qualità, sebbene sia l’attuale nazionale di Dunga sia il campione elvetico, rispetto al passato, hanno abbandonato l’idea dello spettacolo assoluto in nome di una strategia di gioco che sappia ben integrare l’intelligenza tattica col talento. Si vince anche (solo?) così. Ed il record dei titoli Slam, di Roger, e di Coppe del Mondo, dei verde-oro, suggella bene la loro superiorità, non solo sulla carta.

Albiceleste. Il classico scontro in salsa sudamericana tra Brasile e Argentina, in chiave tennistica, viene avvicinato dalla sfida che meglio riassume il decennio in corso: Roger vs Rafa. In questa insolita veste “albiceleste” – proprio lui, che il giorno della vittoria di Coppa Davis della Spagna in Argentina era assente – Nadal non sfigura affatto. La squadra che si presenta in Sudafrica allenata da Diego Armando Maradona mescola saggiamente campioni in attacco e giocatori fisici dietro, fattori che ricordano le grandi qualità del tennista di Manacor. Al grandissimo atletismo, che è stata la prima dote che abbiamo riconosciuto nel 24enne iberico, col tempo si è aggiunta una buonissima impostazione tecnica: definirlo solo fisico, ormai, è una barzelletta per prevenuti. E sia Brasile-Argentina sia Federer-Nadal danno sempre vita a sfide che lasciano strascichi, ma che costituiscono parte della storia del loro sport.

Alla ricerca di gloria. E poi c’è Andy Murray, cui più che una somiglianza sulla base dello stile di gioco, cerchiamo la più logica e ovvia per le implicazioni che comporta. Ovvero la scomoda situazione che vive rispetto alle attese, simile all’ansia che sta affliggendo in queste ore l’Inghilterra, nazionale che in realtà non rappresenta calcisticamente il buon Andy come superficialmente verrebbe da pensare – che è fiero di essere scozzese e tifoso dell’Hibernian, dove ha perfino militato il bisnonno come portiere. Eppure a sostenerli ci sarà lo stesso pubblico, quello britannico, che nel mese di luglio saprà riversare moltissime attenzioni sia verso il Sudafrica sia verso l’All England Club, perché se la Coppa del Mondo manca dalla bacheca della Football Association da 44 anni, da 74 un britannico, in campo maschile, non vince il torneo con più fascino al mondo. Che Murray possa beneficiare del contemporaneo mondiale per vedersi lasciato tranquillo dai tanti tifosi? Staremo a vedere. Di certo i giocatori di Capello sembrano essere la nazionale che al momento sta psicologicamente sentendo di più il peso della competizione, proprio come accadrà per Andy sui prati inglesi tra un paio di settimane.

Ispanico. Per Novak Djokovic, invece, l’accostamento alla Spagna è dovuto alla grande competitività che entrambi vantano nelle kermesse qualitativamente più importanti, in cui spesso però tradiscono le attese quando si trovano di fronte i grandi nomi. Giocatore a tutto campo lui, così come la Spagna sa essere una squadra di buonissimo livello dalla difesa (Casillas, Pique, Sergio Ramos e quant’altri) fino all’attacco (Torres e Villa): cosa manca allora? Inoltre non rimaniano di certo indifferenti notando che i palmares sono piuttosto sguarniti, col titolo più importante sia per Djoko che per le Furie Rosse giunto nell’anno 2008 – Australian Open ed Europeo, il secondo per la Spagna, ma nel 1964 Novak non era propriamente certo che sarebbe stato un tennista.

Tennis totale. Per ragioni diverse Olanda e Portogallo, calcisticamente, vengono viste come favorite di seconda fascia, pronte a sfruttare eventuali debacle delle varie bocche di fuoco. Con caratteristiche diverse: l’Olanda è la patria del calcio totale, dotata attualmente di giocatori di indubbie qualità davanti, mentre fatica un pochino a trovare consistenza dietro. Un po’ come fa fatica ad emergere, nonostante il tennis di livello assoluto, Tomas Berdych, bombardiere di qualità, che stecca quando l’occasione conta: ricordando anche qui gli olandesi e il rapporto con le finali, prima dell’avvento del cigno di Utrecht. Quello del 1988 era però solo un Europeo, così come il titolo di Parigi Bercy, tra l’altro datato 2005, è tuttora la vittoria più prestigiosa nella bacheca del 25enne ceco.

E talenti fumantini. I lusitani, dal canto loro, sono per definizione la “squadra delle mezze punte”, cui negli ultimi anni è sempre mancata la prima punta in grado di rifinire le azioni: Helder Postiga, Nuno Gomes, Pauleta. Ora a concludere le azioni, però, c’è un tal Cristiano Ronaldo. Tutto risolto? Stesso discorso varrebbe per la crisi di Richard Gasquet, bello, bellissimo e dallo stile unico, ma troppo spesso inconcludente e lezioso da diventare irritante. I due successi di metà maggio (Bordeaux e Nizza) sono stati subito annullati dalla sciagurata prova del Roland Garros, dove non ha però tutte le colpe. CR9…insegnagli tu!

Kolya è un arbeiter. La Germania è per acclamazione popolare la squadra che, zitta zitta, arriva sempre oltre le aspettative dell’appassionato medio, pur venendo a volte screditata ben al di là dei suoi presunti limiti: l’ex attaccante della nazionale inglese Gary Lineker era solito ricordare che il calcio era un gioco inventato dai britannici, ma in cui vincevano i tedeschi. Pur avendo l’idea che il pensiero non sia condiviso dai partecipanti teutonici al Mondiale del 1966 e che non sia avallato dal fatto che la Germania e le squadre tedesche sono le più sconfitte nelle finali in competizioni mondiali o europee, sta di fatto che ben sottolinea quanto a volte a sorpresa gli alemanni sappiano migliorare i pronostici che li riguardano: la finale del mondiale 2002 e quella nell’Europeo del 2008 sono gli esempi più vicini a noi temporalmente. Ricorda un po’ il cammino fatto da Nikolay Davydenko, per diverso tempo avverso alla maggior parte dei tifosi per il suo stile di gioco che veniva additato come noioso e privo di spunti, ma che col tempo è stato assolutamente rivalutato, visto anche che, lo ricordiamo per i distratti, è l’attuale detentore del Master di fine anno. E poi così come la nazionale teutonica è fondata sulla multi-etnicità, Kolya è russo di passaporto, ucraino di nascita, tedesco di formazione e austriaco di velleità. Un bel mix!

Robin de Paris. Proseguendo nel nostro viaggio lungo il confine tra calcio e tennis, ci imbattiamo in Robin Soderling, quasi eroe parigino per due anni di fila, che rappresenta nel nostro mondo proprio la nazionale di Raymond Domenech. Molto spesso nervoso, proprio come in subbuglio paiono i galletti in questo periodo così tribolato, lo svedese ha però la capacità di ben comportarsi quando meno è atteso: chi lo avrebbe mai detto, anni fa, che le due finali Slam che ora può vantare le avrebbe conseguite sulla terra battuta? Così la Francia nel 2002 sembrava dovesse ripetere le gesta del 1998 e invece venne eliminata al primo turno, mentre nel 2006, dopo aver stentato in un girone di ferro, che comprendeva Svizzera, Togo e Corea del Sud, si è spinta fino all’atto conclusivo. E poi il dritto di Soderling, un colpo che se gira a dovere può davvero scardinare le certezze di chiunque – gli stessi Federer e Nadal ne sanno qualcosa – è un’arma tanto pericolosa quanto può esserlo quella variabile impazzita che risponde al nome di Franck Ribery, talento cristallino che se riesce a calarsi completamente nel clima partita può mettere a repentaglio qualsiasi difesa.

Lettone non proprio europeo. Giovane come le squadre africane, molto forte in prospettiva come gli elefanti arancioni, ma ancora troppo bizzarro mentalmente per essere credibile in ottica vittoria finale, proprio come le selezioni provenienti dal Continente Nero. Ci sono affinità tra Ernest Gulbis e la Costa d’Avorio, probabilmente la più attrezzata delle compagini africane, Drogba permettendo, nel prossimo Mondiale, che disputeranno per la prima volta in casa. E’ anche un fatto d’attese, che non dovranno essere tradite.

C’era una volta il grande…E’ il palmares invece la discriminante che avvicina in maniera decisa l’Uruguay di Oscar Washington Tabarez al tennista australiano Lleyton Hewitt. Per entrambe, infatti, in passato ci sono state due vittorie prestigiose che ne hanno consacrato la bacheca, prima di un lungo digiuno che ne ha ridimensionato la storia. La Celeste si è infatti fregiata dei primi due mondiali disputati in Sudamerica, quello casalingo del 1930 e quello in Brasile venti anni dopo, che gli permisero di raggiungere l’Italia, all’epoca, in vetta alla classifica delle Coppe del Mondo possedute. Tra il 2001 ed il 2002, invece, Lleyton Hewitt ha saputo apporre il proprio nome nel palmares di Flushing Meadows e di Wimbledon, diventando nello stesso periodo il primo giocatore al mondo. E se l’Uruguay è sempre stata vista come una nazione che ha beneficiato della minor competitività di quelle Coppe del Mondo, Rusty si dice sia stato il numero 1 in un periodo un pochino avaro.. Le loro mensole avrebbero davvero bisogno di una rinfrescata, ma non pare però essere giunto il loro momento.

Tutti all’attacco. Sono amici e stanno difendendo la bandiera americana sia in singolo, sia in doppio con grandissima dedizione: non ce la sentiamo proprio di separare Sam Querrey e John  Isner, per cui ad entrambiattribuiamo il Paraguay come epigono “pallonaro”, una nazione che, come i due yankees, vanta un grandissimo potenziale d’attacco (i vari Santa Cruz, Barrios e Cardozo, paragonabili al loro servizio), mentre è piuttosto lacunosa dietro (ve li vedete a remare, questi due lungagnoni?). Insomma, i prossimi avversari dell’Italia sono in forte crescita e sono delle vere mine vaganti, come hanno dimostrato nel girone eliminatorio, dove si sono qualificati tranquillamente superando nelle sfide casalinghe anche Argentina e Brasile. Serve attenzione, molta attenzione, quando si ha a che fare con gente come loro.

Ferrer e il regime belgradese. Al Mondiale 2006 si presentò al via una nazionale che, nel girone di qualificazione, in 10 partite, aveva subito soltanto un gol, grazie ad una difesa monumentale: Jevric, Gavrancic, Vidic, Krstajic, Dragutinovic. Era la Serbia (nell’ultima uscita come Serbia&Montenegro) di Ilija Petkovic, che vediamo, per questa sua caratteristica – non totalmente smarrita sebbene di quel pacchetto arretrato ci sia rimasto soltanto Nemanja Vidic – molto simile all’emblema del giocatore difensivo attuale, ovvero David Ferrer, ben comportatosi nei tornei di primavera. Il quale, però, mantenendo vivo il paragone a distanza, si è smarrito nell’appuntamento più importante nel regno dei giocatori di fondo campo, la terra battuta. La Serbia, nella fase finale di Germania 2006, fece infatti 0 punti in 3 partite e subì ben 10 gol, David a Parigi si è arreso quasi subito al cospetto di Jurgen Melzer.

Tutti all’attacco/bis. Il Messico è una squadra dallo spiccato senso offensivo: Javier Aguirre, il tecnico, opterà quasi certamente per le tre punte e per due terzini sulle fasce molto alti; e nonostante questa tattica votata all’offensiva, le opzioni lì davanti sono molteplici. E allora affidiamone la controparte tennistica a Michael Llodra, il 30enne transalpino molto avvezzo al serve and volley – retaggio dei tanti anni passati nei primi posti del ranking di doppio – differentemente da altri presunti e spacciati appartenenti alla categoria. E poi Llodra, a maggior ragione in quest’ultimo periodo, si è creato la fama dell’ammazza-italiani: la sfida di Bruxelles è ancora nella mente di tutti.

Questioni di cuore. Qui non ci sono ragioni logiche, storiche, tecniche o quant’altro. Roddick è gli Stati Uniti e basta: per quanto ci si possa sforzare, risulta proprio difficile separarlo dall’amata “Stars and Stripes” e dalla musica di “The Star-Spangled Banner”. Non è proprio possibile. Il ragazzo di Omaha resta così al fianco di Donovan, Dempsey e gli altri 21 uomini convocati da Bob Bradley, che lo scorso anno tanto impressionarono nella Confederations Cup, arrivando secondi –come Roddick avrebbe fatto a Wimbledon – dietro solo al Brasile – che associamo a chi? E poi nel 1997 il presidente della Major League Soccer affermò che nel giro dei 13 anni la selezione del suo Paese sarebbe stata abile di aggiudicarsi una competizione mondiale. E non ci vuole un matematico per capire a quale anno arriviamo sommando i due numeri, così come non ci vuole un massimo esperto di queste tematiche per comprendere che forse quella resterà soltanto una “sparata”. Ed allora ci permettiamo una “sparata” anche noi: avranno le stesse velleità di Andy di aggiudicarsi un altro titolo dello Slam, che si accoppi a quello vinto a Flushing Meadows nel 2003?

Un dio pagano iberico. D’accordo che non sarà questo talento eccezionale – ma neppure un tennista disdicevole come viene dipinto – però Albert Montanes da tempo ormai indeterminato se ne sta lì, tranquillo, attorno alla trentesima posizione mondiale, pronto ad approfittare delle occasioni che il panorama del circuito gli fornisce. E a volte poi si toglie certe soddisfazioni… Come in Portogallo, nell’anno del 2004, fu capace la Grecia, da quasi un decennio allenata da Otto Rehagel, squadra preventivamente definita senza qualità, ma che sapientemente messa in campo ha saputo arrivare là dove certe altre nazioni, pur baciate più a fondo dalla Dea del talento, non sono mai giunte. La sagacia tattica che supera lo stereotipo della tecnica: la rivincita della Grecia e anche dello stesso Montanes.

Queste le nostre scelte: che dite, siamo stati poi così riprorevoli? Ce ne sarebbero state anche altre, ma le possibilità erano quelle che erano. E non casualmente abbiamo preferito non prendere in causa l’Italia, perché è già difficile per un commissario tecnico chiamare 23 giocatori senza suscitare un vespaio di polemiche da ogni direzione, figuriamoci se ci fossimo avventurati nella designazione del modello tennistico degli azzurri di Marcello Lippi: sarebbe stato uno sforzo oneroso, forse non perseguibile in base alle nostre capacità. A prescindere dalle abilità di ognuno, però, c’è un’altra tendenza che inevitabilmente affianca il mondo del tennis con il mondiale calcistico: la moria di infortuni tra le stelle. Ballack, Nalbandian, Ferdinand, Del Potro, Nani, Haas..paragoni inevitabili, che avremmo voluto, questo sì, evitare, da qualsiasi punto di vista. E su questo, penso, non ci siano dubbi in proposito.


2 Commenti per “E SE FEDERER FOSSE...UNA SQUADRA?”


  1. Samuele ha detto:

    Grande Articolo!!

  2. mauro ha detto:

    e l’Italia?


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