CHE ESPERIENZA NEGLI STATES!

A pochi giorni dall'avvìo dei primi Masters 1000 targati 2015, a Indian Wells e Miami, il direttore Michela Rossi racconta qualche aneddoto vissuto proprio durante la sua esperienza di inviata nei due torneoni americani
martedì, 17 Febbraio 2015

Un piccolo aereo di linea della Eagle Airlines, da venti posti in tutto, che sembra lasciarsi trascinare dalle correnti ascensionali e sale, scende, fluttua nel cielo come una foglia portata dal vento. I cinquanta minuti più lunghi della mia vita… Il prezzo da pagare per approdare da Los Angeles a Palm Springs, l’aeroporto più vicino a Indian Wells e al suo torneo.

Come un miraggio in mezzo al deserto californiano, in passato popolato soltanto dalle tribù indiane degli Apaches e dei Navahos, compare imponente l’opera dell’uomo bianco. Complessi alberghieri di altissimo livello accolgono la “crema” del turismo nazionale e internazionale, all’ombra di palme gigantesche che popolano splendidi parchi. Le piscine, i campi da golf e da tennis non si contano. Le fontane zampillano un po’ ovunque, quasi a beffeggiare quella terra arida che si scorge solo un passo più in là, dove finisce questo artificiale paradiso terrestre. Ed è proprio in questa oasi che si svolge la kermesse “a stelle e strisce”, all’epoca denominata “Grand Prix” e sponsorizzata dal settimanale Newsweek.

Un ricordo indelebile, anche perché ebbi la doppia fortuna di vedere trionfare quell’incredibile campione che è stato Miloslav “Gattone” Mecir e di ottenere da un Pete Sampras non ancora 18enne, ma già sulla via della gloria (che però nell’occasione rimediò un sonoro 6/0 6/1 proprio dal vincitore slovacco), la sua prima intervista pubblicata in Italia. Quell’anno feci anche io l’accoppiata Indian Wells-Miami, come i nove fuoriclasse che finora sono riusciti a realizzarla in questo ordine cronologico: Jim Courier, Michael Chang, Pete Sampras, Steffi Graf, Marcelo Rios, Andre Agassi, Roger Federer, Kim Clijsters e Novak Djokovic.

Così, dalla California seguii il sole, e i big della racchetta, fino a Miami. Il secondo “Grand Prix” statunitense, meglio conosciuto con il nome del suo sponsor Lipton, era infatti anche allora programmato pochi giorni dopo ed era già “combined” (cioè prevedeva anche la gara femminile) e quindi considerato una sorta di quinto Slam. Pure lì ebbi di che sorprendermi. «Da dove viene?» mi chiede il facchino dell’albergo. «Da Roma» rispondo io. «Si vive bene in Francia?» domanda lui… Non c’è granché da stupirsi, questa è l’America. Un grande Paese dalle mille contraddizioni, dove progresso e ignoranza, ricchezza e miseria, grattacieli e baracche, computer e cowboy convivono tutti i giorni senza riuscire a colmare il baratro lasciato da pochissimi anni di storia. Ma non per questo Miami e i suoi dintorni sono meno affascinanti.

A venti minuti dal suo centro urbano, collegata da un ponte, si trova l’isola di Key Biscayne dove sorge l’International Tennis Center che dal 1987 ospita l’importante appuntamento tennistico. Un posto incantato, dove se hai un minuto di pausa puoi fare un salto in spiaggia semplicemente attraversando una strada, per poi tornare di corsa in sala stampa… magari per un’intervista. Indimenticabile quella che in tale circostanza strappai al semifinalista Yannick Noah, un po’ perché lo adoravo da sempre e un po’ perché ero ancora piena di sabbia per essermi presa un piccolo break marinaro. Il torneo lo vinse Ivan ”Il Terribile” Lendl per forfait dell’austriaco Thomas Muster, che alla vigilia del match-clou fu vittima di un incredibile incidente che interruppe a lungo la sua carriera.

Tra le donne brillò più di tutte Gabriela Sabatini, che sul traguardo freddò la 34enne ChrisEvert. È giunto il momento di rivelarlo: correva l’anno 1989.

Tornando ai giorni nostri, proprio in vista di questi due grandi appuntamenti diventati entrambi “combined” – che l’Atp ha ribattezzato Masters 1000 mentre la Wta li indica nella categoria dei “Premier Mandatory” – possiamo e dobbiamo essere ottimisti. Per una metà in ricordo dello splendido successo colto l’anno scorso a Indian Wells dalla brindisina Flavia Pennetta in rappresentanza dell’ottimo gruppo di azzurre che da anni popola il Tour, e per l’altra metà in virtù di quanto stanno facendo di buono (rigorosamente in ordine alfabetico) Simone Bolelli, Fabio Fognini e Andreas Seppi.


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