EX CAMPIONI, ADESSO COACH: PROMOSSI E BOCCIATI

Tennis- Con i quattro slam alle spalle è possibile fare i bilanci tra i vari ex campioni che hanno intrapreso la strada di allenatori. Promosso con lode Groan Ivanisevic, bene anche Edberg che ha dato nuovo lustro a Federer. Becker e Djokovic vincono ma non convincono. Mentre sprofondano Andy Murray e la Maursemo.

Tennis. Il coach ex giocatore di successo non è più una grande novità, anzi, sta diventando una costante nel mondo del tennis. L’ interesse intorno al tema negli ultimi due o tre anni è però salito per via delle attraenti collaborazioni che sono nate. Non è un caso che le collaborazioni tra Goran Ivanisevic e Marin Cilic o quella più recente tra Kei Nishikori e Micheal Chang non hanno generato fantasie e fiumi di parole come quelle che invece furono spese per Andy Murray e Ivan Lendl, Roger Federer e Stefan Edberg, Novak Djokovic e Boris Becker o come quella recentessima tra il solito Murray e Amelie Mauresmo. Agli Us Open è andata, però, in scena la rivincita dei meno famosi che ci permettono così di dare vita a un bilancio non pronosticabile ad inizio stagione.

Dal confronto con le altre coppie quello che esce sicuramente con le ossa rotte (e non soltanto in questo particolare confronto) è Andy Murray. Con ben due ex campioni a fargli da spalla lo scozzese non è riuscito a mantenere i livelli toccati nel 2013. Complici anche degli infortuni di inizio stagione, Murray ha prima subito l’addio di Ivan Lendl, mentore del primo Slam in carriera, e ha poi iniziato una collaborazione chiacchierata, ma che deve ancora portare i suoi frutti, con la francese Mauresmo. Paradossalmente lo scozzese è andato meglio proprio in quel inter regno giocato senza coach, come la semifinale al Roland Garros, risultato più alto raggiunto in uno slam in questo 2014.

Se Murray da questa speciale gara si è subito tolto dalla lista dei contendenti, ci sono stati Federer e Djokovic che invece hanno fatto un po’ la voce grossa, battagliando nella finale di Wimbledon sotto gli occhi attenti dei coach, impegnati  anche nella prosecuzione della loro sfida personale sul manto erboso di Wimbledon, andata avanti per tre finali di fila dal 1988 al 1990. La sfida, vinta da Djokovic, ha portato in pareggio il conto tra i due, ma nel complesso il campione attuale che si è più giovato dalla collaborazione è stato invece lo svizzero. Federer ha sì perso la finale di Wimbledon, ma il che vuol dire che ci era anche arrivato fino a quel punto, vivendo inoltre un anno importante, ricco di soddisfazioni che soltanto 12 mesi fa sembravano impensabili. La mancata vittoria di uno slam, con l’occasione Us Open fallita forse resterà un rimpianto grande, ma all’orizzonte c’è la finale di Coppa Davis, che potrebbe dargli uno dei pochissimi titoli che ancora gli mancano, e porre fine alle polemiche in merito alla sua incapacità di portare la Svizzera al titolo.

Se la collaborazione tra lo svizzero e lo svedese ha quindi superato a pieni voti l’anno di convivenza, la coppia Becker-Djokovic ancora non convince del tutto. Il serbo nel giorno del suo secondo titolo a Wimbledon ha sì dedicato il successo a Becker, ma i due non sembrano essere in realtà così compatibili. E i risultati sul campo non hanno portato a sostanziali miglioramenti del serbo. Djokovic, che aveva annunciato la nomina del tedesco a fine anno, nel 2014 ha portato a casa Wimbledon e altri tre 1000, sostanzialmente i linea con quanto fatto nel 2012, di meno di quanto fatto nel 2013, anche se comunque c’è ancora la stagione da finire. Non si può dare per bocciata quindi la collaborazione tra i due, ma probabilmente non sta rendendo quanto sperato. Semifinali Australian Open e Us Open e finale persa a Roland Garros, sono in questi tempi risultati quasi minimi per il fenomeno di Belgrado. Quest’anno però si sono registrati dei passaggi a vuoto, sopratutto dopo Wimbledon, ai quali ne Becker, ne lo stesso Djoko, sono riusciti a porre rimedio.

Meno sponsorizzate, meno accattivanti, ma tremendamente funzionali, sono state le collaborazioni delle due sorprese dello slam americano con i rispettivi allenatori. Ivanisevic e Chang si prendono quindi la palma come migliori coach dell’anno in questa speciale gara, con Goran, vista la vittoria di Cilic, un gradino sopra tutti. Entrambi hanno forgiato, migliorato e sistemato le lacune di due potenziali non ancora esplosi del tutto. Le due sono però storie diverse. Ivanisevic è coach di Cilic già da quattro anni, e anche se aveva promesso all’epoca di portare Marin a vincere uno slam, l’affermazione sembrava più un modo per dare fiducia al suo allievo (che all’epoca veniva comunque dalla semifinale degli Australian Open) piuttosto che una convinzione certa. Ma alla fine ha avuto ragione Goran, che è stato fondamentale sopratutto per il recupero dell’atleta dopo l’anno trascorso fuori per la oramai nota vicenda doping. Messe de parte le difficoltà Ivanisevic è stato bravo a curare anche mentalmente il ragazzo per poi migliorarlo, soprattutto quest’anno, anche dal punto di vista tecnico, facendo diventare letale quella che già era la sua arma principale: il servizio. Il nono posto del ranking Atp e il primo slam della carriera, ripagano entrambi del lavoro svolto.

Più fresca e con risultati subito straordinari, invece, la collaborazione tra Chang e Nishikori. Il talentuoso giapponese quest’anno si è stabilizzato nell’orbita dei top ten e con la finale agli Us Open si è piazzato in ottava posizione del ranking. L’essere numero uno d’Asia sembra non bastare più a Kei e la collaborazione con Chang ha finito con il fortificarlo. Con Kei, Michael, è riuscito a cambiare un minimo di impostazione di gioco in base all’avversario, facendogli acquisire una flessibilità di gioco importante. La vittoria su Djokovic è stato il punto più alto e ora l’obiettivo è di difendere l’ottava piazza per presentarsi al Master di Londra. Chang dovrà essere, inoltre, attento con il ragazzo a non far diventare il peso dell’occasione della vita sprecata, un peso troppo grande da sopportare.

Ivanisevic e Chang, quindi, un po’ a sorpresa emergono dal confronto tra ex campioni ora allenatori. Anche se la linea comune è abbastanza positiva per tutti quelli che si stanno cimentando. A suo tempo Lendl fece capire a Murray come vincere, Becker tra alti e bassi ha assistito Djokovic nel successo e Edberg sembra aver donato una terza giovinezza a quel fenomeno senza età che è Federer. Stessa cosa non si può dire per la Mauresmo, che con il suo Andy è scivolata fuori dalla top ten, mettendo a fortissimo rischio la partecipazione al Master finale di Londra. Certo è che vincere allenando i primi del mondo è un conto, vincere allenando chi sta cercando di rompere proprio quel dominio che va avanti da anni è ben altra cosa.


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