FOGNINI E PIETRANGELI, LE DIVERGENZE PARALLELE

Il più classico dei conflitti generazionali. Fognini rimarca l'orgoglio per il suo risultato e sminuisce il valore del passato. Non è la prima scaramuccia verbale, però, fra il ligure e Nicola Pietrangeli. Il re della Davis gli ha spesso rimproverato la troppa incostanza.
venerdì, 2 Giugno 2017

TENNIS – Il passato e il futuro. Generazioni che si guardano, che si definiscono per identità e negazione. Un passaggio classico, una storia da topos letterario. Una questione da disciplina della terra, di padri e di figli. Di un figlio diventato padre, Fabio Fognini, e di un padre del tennis italiano, Nicola Pietrangeli.

“Il suo non era tennis” ha detto Fabio con l’orgoglio di chi a Parigi sente una passione speciale, di chi qui ha centrato gli unici quarti Slam, senza giocarli, di chi alla Porte d’Auteuil vuole scrivere e riscrivere una storia di successo. Mette la metaforica bandiera a marcare il territorio, il ligure. Quella bandiera che resta simbolo immutabile in quello spirito patriottico mai nascosto e un po’ d’antan, un patriottismo da sentimenti profondi, da parata del 2 giugno, del monumento del tennis italiano. Fermo nella difesa del formato attuale della Coppa Davis, lui che della manifestazione ha scritto ogni record di partite giocate e di vittorie, lui che da capitano l’ha vinta, contro tutto e contro l’opinione pubblica convinta che in Cile non bisognasse giocare volée con il boia Pinochet.

“Noi abbiamo un giocatore che potrebbe stare nei primi 10, ma si chiama Fognini… (ridendo). E c’è una buona squadra, ci manca il big” diceva l’anno scorso a Pesaro prima dello spareggio contro l’Argentina. Insieme retrò nella tutela del valor di squadra, è più avanti del presidente dell’ATP nella sperimentazione delle nuove regole, favorevole già da decenni al coaching nel tennis maschile.

Guarda avanti, Pietrangeli, che però non vede un grande futuro per il numero 1 d’Italia, che al Foro Italico ha messo in mostra tutti i suoi chiaroscuri. Si è sciolto contro Zverev, per poi dimenticare le polemiche nell’abbraccio al piccolo Federico. È un bello di notte, Fognini, che due giorni prima, in una notte di passione collettiva e travolgente, nel finale trash, era diventato il quinto italiano a battere un numero 1 del mondo. Un’impresa riuscita due volte a Panatta sempre contro Connors (a Stoccolma, al Masters nel 1975, nel girone di Ashe e del futuro vincitore Nastase, protagonisti di un match dalla doppia sconfitta sul campo, poi assegnato all’americano) e a Houston nel 1977; a Barazzutti, il primo a riuscirci, contro Nasty a Monaco nel 1974, a Pozzi per ritiro di Agassi al Queen’s nel 2000, e a Volandri su quello stesso Centrale dieci anni fa.

Per quella vittoria, come ha avuto modo di ripetere e di ripetermi anche nell’intervista per l’edizione 2016 dei Miti del Foro per Supertennis, Pietrangeli ha la stessa visione. “Io da sempre sostengo che battere il numero uno al mondo non serve a niente – ha spiegato Pietrangeli – Fognini deve battere quelli della sua classifica. Senza levar meriti a Fognini, Murray non sta vivendo un gran periodo. Se Fabio può avere una grande annata? Bisognerebbe chiederlo alla sua testa, gioca bene un giorno e poi male l’altro. Dovrebbe giocare bene per tre giorni di fila. Lui è l’unico italiano che può battere giocatori come Murray”.

L’aveva dimostrato anche sulla terra infida, umida, sul lungomare di Napoli, in un indimenticabile quarto di finale di Coppa Davis nel 2014. “Nel tennis ci vogliono le palle” diceva all’agenzia Adnkronos. “Battere Murray in Coppa Davis è stato un bell’exploit ma se non dai continuità resta un colpo isolato per quanto importante. Non serve battere una volta un campione, magari con il mal di pancia, ma sconfiggere avversari che ti precedono di pochi posti in classifica. È così che si cresce”. Pochi mesi dopo, però, a Shanghai, Fabio si arrende a Wang, allora fuori dai primi 500 al mondo. “”Fognini dovrebbe andare in giro anziché con l’allenatore con uno psicanalista” rincara Pietrangeli.

Fognini adora giocare nel campo delle statue, intitolato al primo vincitore di uno Slam nella storia del tennis azzurro. Un campo su cui ha scaldato il cuore che batte nel cuore di Roma. Il 6-0 a Dimitrov di un paio di stagioni fa, come la lezione al numero 1 del mondo di quest’anno, rimangono come manifesto del presente, di un futuro possibile, di quel che potrebbe essere ma quasi certamente non sarà. Non più.

È il segno dei tempi, il marchio di un’epoca. Perché di sicuro, almeno da un punto di vista tecnico, quello di Pietrangeli era davvero un altro tennis. Un gioco per pochi, l’eredità di un passatempo aristocratico che premiava il talento più della vigoria fisica. “All’epoca se non sapevi giocare a tennis non ci giocavi, oggi sono bravi ma con questa racchetta oggi li vorrei vedere io” diceva lo scorso febbraio a Che Tempo che Fa, nel salotto di Fabio Fazio insieme ad Adriano Panatta. “All’epoca non c’erano i computer ma il pallottoliere e anche i prize money erano un’altra cosa: oggi chi vince Parigi vince 3 milioni, quando lo vinsi io guadagnai 150 dollari”.

In questa piccola guerra fatta di parole e di cliché, in questo capitolo stonato di un’antologia che richiederebbe miglior finale, in questa stagione in cui non si parla che di generazioni, passate e soprattutto prossime, l’orgoglio di Fognini e il sentimento di Pietrangeli non si incontrano. L’eterno ritorno alle convergenze parallele in un Paese che ha bisogno di eroi e di contrapposizioni. Perché ogni storia di successo è insieme volontà e rappresentazione.


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