GAME OVER. TUTTO DA RIFARE PER GLI AMERICANS?

TENNIS - Agli Stati Uniti manca uno Slam dal 2003, ma soprattutto manca chi possa prendere sulle spalle la pesante eredità di una nazione che ha incassato nella sua storia ben 51 titoli Major. Con Isner e Querrey è stato toccato il punto più basso, ora la palla passa ai nuovi prospetti che hanno una grossa responsabilità
mercoledì, 28 Maggio 2014

Tennis. Il 7 settembre del 2003 Andy Roddick da poco giunto alle 21 primavere alzava al cielo il trofeo dello Us Open. Partito come testa di serie numero quattro, e quarto del mondo, mise tutti in fila battendo in finale Juan Carlos Ferrero in tre set. Il lunedì dopo sarebbe diventato per la prima volta numero due del mondo, solo il mese successivo avrebbe piantato la bandiera statunitense sulla vetta del ranking.

Il 2003 resta sino ad ora l’ultima volta in cui un titolo dello Slam è finito nella bacheca di un tennista a stelle e strisce. Certo le stagioni tennistiche si alternano come è giusto che sia attraversando fasi in cui l’una o l’altra nazione detta legge vantando più o meno esponenti nelle prime cento o nelle prime cinquanta posizioni o anche nella sola top ten. In questo momento ad esempio l’Australia, un tempo una superpotenza, non vanta nemmeno un tennista indigeno tra i primi 40 del mondo. O anche la Svezia che prima dettava legge a livello internazionale, ma al momento non ha nemmeno un esponente nei primi 300 (!) del mondo.

Tra le potenze in declino non possiamo a fare a meno di annoverare anche gli Stati Uniti che con un solo membro nei primi 60, John Isner, e nessuno tra i primi dieci sta sicuramente gravitando nel punto più basso della sua storia tennistica, almeno per quanto attiene la branca maschile. Il New York Times ha cercato di analizzare con lucidità il momento critico, sportivamente parlando, del proprio paese provando ad individuare le variabili che più di altre hanno portato il movimento tennistico a stelle e strisce ad essere fanalino di coda rispetto ai più quotati paese Europei, vedi Francia e Spagna su tutti.

La situazione fa ancor più scalpore soprattutto tenendo conto che gli Stati Uniti hanno accumulato nella loro storia ben 51 titoli Slam, più del doppio di qualsiasi altra nazione. Ma ora, da undici anni, quella cifra è ferma e chi sa per quanto ancora. A tal proposito è stato interpellato un ex numero uno del mondo americano, nonché attuale Capitano di Davis degli States, Jim Courier il quale si è espresso senza mezzi termini: “Si tratta di un dato esagerato ed ovviamente spero che la situazione migliori. Una cosa positiva però questa situazione la produrrà e cioè dare una svegliata ai nostri sostenitori. Dobbiamo uscire da questo senso di diritto secondo cui agli Stati Uniti siano dovuti dei top players. Non ci è dovuto niente. Dobbiamo guadagnarceli come ogni altro paese”. In questo Courier mette l’accento sulla mancanza oramai palese di etica del lavoro e sulla grande difficoltà in cui sono impantanati molti prospetti americani. “C’è un gran numero di giocatori talentuosi che non stanno tirando fuori il meglio da loro stessi”.

Dello stesso avviso Jose Higueras, ex numero 6 del mondo, che da coach ha lavorato con gente del calibro di Pete Sampras, Courier e Roger Federer ed ora è il Director of coaching presso la USTA: “Cerchiamo di spiegar loro quello che ci vuole, ma al momento non sembrano per niente interessati”, mostrando in ciò tutta la sua frustrazione, “credetemi è molto più semplice allenare qualcuno individualmente. Sarebbe un gioco da ragazzi ad essere onesti”.

Quali le cause di questa fase di crisi profonda? Per alcuni ci sono lacune notevoli dal punto di vista della tecnica.  Altri mettono l’accento sulla mancanza di enfasi nella costruzione del punto dovuta ai troppi match giocati sulla terra, situazione che la Usta sta affrontando. Altri ancora menzionano semplicemente la carenza di campioni di livello assoluto che possano fronteggiare tennisti come Rafael Nadal e Novak Djokovic. Qualunque sia il problema non si può dire che la USTA se ne stia con le mani in mano. Questo mese sono stati annunciati i lavori per un nuovo complesso in Orlando, uno dei più grandi tennis centre del mondo, nonché una base di allenamento dotata di tutte le superfici per la crescita del giocatore. Il general manager del Player Development, Patrick McEnroe, si sta impegnando molto ad incontrare coach ed esperti in giro per il paese in una serie di conferenze atte proprio a ricreare un atmosfera proattiva di collaborazione.

Sebbene gli Stati Uniti vantino ancora sette esponenti del movimento tra i primi 100, ed altri sette se si scorre la lista del ranking di altre cento piazze, il commento di McEnroe, ex tennista e fratello d’arte, è laconico, ma tendente all’incoraggiante: “I numeri non sono mai stati così impietosi da quando sono qui, ma io sono molto più incoraggiato di quanto lo sia mai stato”. A capo del Player Development da cinque anni, Pat non è certo l’unico contro cui puntare il dito secondo il sito di informazione newyorkese. Molto ha influito il proliferare delle accademie private, così come la crescita esponenziale del tennis europeo e non ultimi gli altri sport che continuano ad attirare i giovani talenti più del tennis.

La situazione però, pur essendo difficile, ha radici molto profonde, come ogni crisi ha dato le sue avvisaglie. Basti pensare che nel 1984 vi erano ben 24 statunitensi nella top 50 maschile e sei nella top ten. Esattamente dieci anni dopo gli americani nella top 50 erano solo undici di cui quattro nella top ten. Al periodo d’oro, dal 1989 al 2003, in cui i vari Pete Sampras, Andre Agassi, Jim Courier, Michael Chang misero insieme qualcosa come 27 titoli Slam, ha fatto seguito quello in cui a fare da capofila era Andy Roddick che di Slam ne ha incassato solo uno in carriera, il già citato Us Open 2003, oltre ad altre quattro finali Major collezionate. Ora anche Roddick ha appeso la racchetta al chiodo lasciando la guida del movimento a John Isner, attuale numero 11 del mondo, e Sam Querrey, in caduta libera in classifica e fuori dai primi 60. Senza nulla togliere a questi ultimi, ma la possibilità che possano raggiungere anche solo una semifinale Slam appare ora come ora assai remota.

Per fortuna non è il movimento americano in toto a vivere momenti difficili. Le racchette rosa attraversano un periodo tutto sommato florido, grazie a miss 17 Slam Serena Williams, attuale numero uno del mondo. Nel tabellone femminile del Roland Garros gli Stati Uniti vantavano più teste di serie di qualunque altro paese, anche della Francia, con 14 pass.

La soluzione principale a questa fase di stallo sembra essere principalmente nelle mani del nuovo che avanza, o dovrebbe avanzare, come afferma lo stesso Isner: “Sono sicuro ci siano un sacco di ragazzi americano che valgono molto di più del ranking che occupano attualmente. Sta a loro iniziare a lavorare duramente”. Una sorta di chiamata alle armi da parte di Long John. Ma quali sono questi prospetti che dovranno risollevare le sorti tennistiche della propria patria?

I top ranked americani sotto i 25 anni di età sono Steve Johnson, Bradley Klahn, Jack Sock, Donald Young, Denis Kudla e Ryan Harrison che era anche entrato nella top 50 per poi ricadere fuori dai primi cento. Francis Tiafoe, figlio di un immigrato della Sierra Leone, è uno dei teen-ager più promettenti insieme Stefan Kozlov e Michael Mmoh. Ma come è risaputo la strada verso le vette del ranking è lastricata di ex giovani promettenti che non mantengono le promesse fatte.

Ci dobbiamo fidare delle parole di McEnroe? “Non è una bella situazione, ma la cavalleria sta arrivando”, in ogni caso farebbe meglio a sbrigarsi.


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