GIUDICI DI COSA?

Tennis - Occhio di falco, regola dei 25 secondi e la sperimentazione sul "no let". Sono cambiamenti che modificano profondamente il ruolo dei giudici nel tennis o soltanto accortezze per rendere più snello il gioco?
mercoledì, 10 Aprile 2013

Tennis. Sappiamo quanto il tennis sia uno sport di grande solitudine. L’avversario puoi solo affrontarlo a distanza, non c’è contatto fisico, non puoi neanche gridargli contro, sfogare su di lui la tua rabbia o la tua frustrazione, come accade in altri sport. L’unico tramite tra i due giocatori, l’unica scarica elettrica che li unisce è una pallina gialla che rimbalza nel campo. Quando guardiamo una partita ci concentriamo sui due giocatori in campo e spesso non ci soffermiamo a riflettere sul fatto che quella del giudice di sedia è una condizione piuttosto simile, aggravata dalla responsabilità di dover fare da arbitro del match.

Seduto lassù in alto, il giudice di sedia, il chair umpire, non si limita soltanto a tenere d’occhio la pallina, ma applica anche un regolamento che talvolta esula dalle normative strettamente attinenti al gioco. Esso infatti prende anche provvedimenti disciplinari immediati e deve avere l’autorità per potersi imporre, qualora i giocatori abbiano un’indole “calda”. La storia del tennis è piena di discussioni tra giocatori e giudici di sedia e, inevitabilmente, il primo pensiero va alla faccia tosta con cui John McEnroe affrontava gli arbitri, spesso con scatti di rabbia. Il suoyou cannot be serious è senz’altro uno dei momenti indimenticabili della storia del tennis.

E così, esattamente come un giocatore, il giudice di sedia è solo lassù, seduto in un punto che gli consente una visione privilegiata di ciò che accade in campo. Il suo è un lavoro difficile, che richiede formazione e grande esperienza. Lo è fin dagli esordi: nel tennis “di periferia”, quello dei circoli o di livello poco superiore, il chair umpire è l’unico arbitro in campo. Non ci sono giudici di linea ad alleggerirgli il lavoro, né tanto meno “occhi di falco” a correggere eventuali sviste. A questo va aggiunto che spesso, nei tornei per non classificati, non tutti conoscono le regole alla perfezione ed il lavoro del giudice di sedia diventa anche “didattico”, quindi ulteriormente difficile e di responsabilità.

A livelli professionali non possiamo non notare come l’avvento del challenge, ovvero di quello che chiamiamo “falco”, abbia senz’altro ridimensionato il ruolo del giudice di sedia. Non si tratta difatti di uno strumento che segnala se la palla sia dentro o fuori nel momento in cui tocca terra (come il sensore del let, per intenderci), non sostituisce quindi il lavoro del giudice di linea, è bensì un’opportunità che il giocatore ha per verificare una chiamata qualora egli la ritenga dubbia. E’ quindi uno strumento controverso, non apprezzato da tutti, persino dai giocatori. Roger Federer, per citare il caso più eclatante, ha più volte sostenuto di non amarlo particolarmente ed in campo ha la tendenza ad usufruirne solo in situazioni al limite, per altro con risultati rivedibili. Se dal punto di vista dello spettacolo (soprattutto se si assiste alla partita dal vivo) esso può rappresentare un elemento interessante, dal punto di vista dell’arbitraggio è uno strumento che costringe il giudice di linea (più di quello di sedia) a fare maggiore attenzione per evitare di essere pubblicamente additato in caso di errore.

Tutto questo non vale sulla terra battuta, dove la pallina lascia il segno a terra. L’occhio di falco non viene utilizzato e quindi il ruolo del giudice di sedia diventa sensibilmente diverso. Se sulle altre superfici quello al challenge è un diritto del giocatore (qualora ne abbia a disposizione), sulla terra battuta il giudice di sedia ha maggiore autorità, in quanto non è tenuto a scendere dalla sedia, se invitato dal giocatore per verificare un punto. E’ chiaro che sulla terra battuta la componente costituita dall’errore umano ha maggiore importanza. Indimenticabile è il famoso contenzioso nella finale del Roland Garros del 1999 tra Martina Hingis e Steffi Graf, un episodio che condizionò in modo determinante la giocatrice svizzera dal punto di vista psicologico. Il replay, certamente non ancora dettagliato come quelli di cui possiamo disporre oggi, dimostra che la palla incriminata probabilmente era fuori. Eppure la giudice, dopo essere scesa dalla sua sedia, assegnò il punto alla Graf. In una situazione del genere, sulla terra battuta, oggi non avremmo strumenti migliori di allora. A parte un replay più definito, che però, ovviamente, non ha alcun valore a livello di regolamento.

Sappiamo che il regolamento del tennis dice che se nel servizio la palla tocca il nastro, il servizio va ripetuto. Nei primi tre mesi di quest’anno, a livello di circuito Challenger, è stata messa in sperimentazione la regola del no let, ovvero l’eliminazione della ripetizione del servizio sulla prima qualora la palla tocchi il nastro. Per farla breve: il punto continua regolarmente, anche se la palla, prima di atterrare nell’area del servizio, tocca il nastro. Lo scopo di questa sperimentazione è quello di abbreviare i tempi morti nei match e qui si entra in un discorso spigoloso che coinvolge anche altre modifiche al regolamento, compresa quella già introdotta sui 25 secondi tra un punto e l’altro.

Tempo fa, per gioco, ho provato a fare un’ipotesi di partita piuttosto “estrema” in modo da avere un’idea di quanto possano essere consistenti i tempi morti durante una partita di tennis, con la nuova regola dei 25 secondi. Per farmi un’idea, ho fatto l’esempio di un match che finisca al quinto set, con tutti i set finiti 6-4 e i cui giochi siano stati vinti sempre a zero. L’ipotesi è ovviamente poco realistica, ho provato giusto a rendermi semplice il calcolo: un gioco tenuto a zero sono quattro punti, quattro punti significa tre intervalli tra l’uno e l’altro. Se questi intervalli durassero 25 secondi avremmo 75 secondi di tempi morti per ogni game. Moltiplichiamo per 10 (il numero di giochi ipotizzati nei set finiti 6-4) ed ecco che abbiamo 750 secondi. Moltiplichiamo questa cifra per 5 (il numero dei set) ed ecco che abbiamo 3750 secondi, ovvero 62,5 minuti di tempi morti. Più di un’ora, soltanto con i 25 secondi. A questo dobbiamo aggiungere i cambi di campo ed altre tempistiche difficili da calcolare, come quelle relative alla durata degli scambi, ai giochi che arrivano ai vantaggi, ai tie-break che potenzialmente possono durare un’eternità e, non ultimo, al fatto che al quinto set in alcuni tornei il suddetto tie-break non esiste affatto, ad eventuali medical time out, richiami dell’arbitro al pubblico o disciplinari ai giocatori e via dicendo. Insomma, di eventi  estranei al gioco che allunghino un match di tennis ce ne sono a bizzeffe.

Che da parte di alcuni giocatori ci sia stato in alcune circostanze un abuso delle tempistiche è evidente. L’esempio più eclatante è stato la finale dell’Australian Open dello scorso anno tra Rafael Nadal e Novak Djokovic. Le pause infinite tra un punto e l’altro hanno contribuito in modo determinante a far durare quel match quasi sei ore. Proprio Nadal si oppone al regolamento dei 25 secondi (l’idea è che questa novità sia stata fatta proprio per limitare giocatori come lui che se la prendano spesso assai comoda) sostenendo che toglierebbe potere agli arbitri, i quali, a detta del maiorchino, diventerebbero dei meri automi, chiamati a sanzionare meccanicamente le violazioni, senza margini discrezionali. Probabilmente però, in questa vicenda il discorso del potere degli arbitri è secondario: ridurre le tempistiche tra un punto e l’altro è una questione di rispetto per chi quella partita la sta vedendo, fermo restando che le tensioni psicologiche dovute all’importanza di certi eventi dovrebbero consentire una certa elasticità nell’applicazione del regolamento da parte dei giudici di sedia. Altro discorso sono gli abusi che spesso si sono fatti, arrivando (sempre tenendo a mente come esempio il Nadal-Djokovic già citato) a pause di oltre un minuto tra un punto e l’altro.

Diverso è il discorso per il “no let” che sembra una forzatura piuttosto estrema non al regolamento ma al gioco del tennis stesso. Se la regola dei 25 secondi è una questione prettamente disciplinare, quella del “no let” rischia di modificare profondamente il gioco e, soprattutto, l’atteggiamento nei suoi confronti da parte dei giocatori (chi ha un servizio potente, ad esempio, sarebbe costretto ad essere più prudente). E’ chiaro che nel momento in cui non c’è possibilità di ripetizione della prima palla anche in caso di deviazione del nastro, la casualità della deviazione stessa verrebbe ad assumere un ruolo eccessivo, potendo influenzare in maniera decisiva l’esito dei punti (sempre parlando di un giocatore forte al servizio, contrariamente all’esempio fatto poc’anzi egli potrebbe “strategicamente” mirare al nastro per mettere in difficoltà l’avversario sulle prime). Questo senza parlare del fatto che l’abolizione del let toglierebbe al giudice di sedia un’altra funzione che gli è sempre appartenuta. Ma anche qui il discorso rischia di essere secondario se per conseguenza avremo un tennis profondamente modificato nelle sue basi.

In conclusione, la controversia di queste decisioni è evidente. Se volessimo fare un discorso estremo, il tennis potrebbe non aver più bisogno né di giudici di linea (sostituiti dal “falco”) né di giudici di sedia (se ci si irrigidisse troppo sulle tempistiche di gioco e si abolisse veramente il let). Il dato di fatto è che il tennis moderno, che piaccia o meno, è estremamente fisico e difensivista e porta all’allungamento degli scambi, quindi dei match. Cercare di limitare questo con interventi drastici al regolamento, soprattutto se cambiano il gioco come la regola del “no let“, potrebbe essere controproducente. Con questo articolo non si è voluto entrare nel trito discorso, già consumato anche in altre discipline sportive, dell’errore umano come elemento fondamentale nello sport, ma abbiamo voluto soltanto evidenziare il fatto che limitare l’intervento dei giudici in un match di tennis significa venire meno non solo allo spirito del gioco stesso, ma anche a quella visione romantica del tennis come sport “di solitudine” che è rappresentata anche da chi svolge la funzione di arbitro. Si rischierebbe di vivere un tennis dove nessuno potrebbe più dire ad un giudice “you cannot be serious“.


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