HANA MANDLIKOVA: UN TALENTO SENZA CONFINI

Hana Mandlikova compie 51 anni. Dotata di un talento straordinario, ha vinto 27 titoli WTA, tra cui 4 prove del Grande Slam, ma non è mai riuscita ad imporsi nel torneo che sognava sin da bambina: Wimbledon

Milano. Tennis Club Ambrosiano. E’ il giugno del 1977 quando Hana Mandlikova, una quindicenne ceca, dal tennis spumeggiante, il fisico asciutto ed il carattere introverso, vince una delle più importanti competizioni riservate al tennis juniores, il ‘Torneo Avvenire’. Una quindicina di anni dopo, un socio del Circolo milanese che ebbe modo di veder giocare la giovane Mandlikova me la descrisse come: “Un talento senza confini. Qualcosa di simile non lo avevo mai visto prima. E non l’ho rivisto mai più”. Si dice che quando Stendhal visitò la chiesa di Santa Croce a Firenze rimase così stravolto dalla sua bellezza che accusò palpitazioni, vertigini e giramenti di testa. Da qui il nome della Sindrome. L’azzimato sessantenne, tesserato per lo splendido Circolo che si estende ai confini del parco Lambro, non si trattenne dal confidarmi che: “Se mai in vita mia ho sperimentato una ‘Sindrome di Stendhal’ mi è capitato quando ho visto giocare Hana Mandlikova”.

Hana Mandlikova nasce a Praga il 19 febbraio del 1962. Suo padre, Vilem Mandlik, è uno sprinter che ha difeso i colori dell’allora Cecoslovacchia alle Olimpiadi di Roma nel 1960 ma, per quanto desideri che la figlia primeggi nell’atletica conquistando quelle medaglie a lui spesso sfuggite per un pelo, asseconda la passione che la piccola Hana nutre per il tennis; sport per cui dimostra sin da bambina un talento smisurato. Sin dai suoi esordi prese a circolare la voce che quando la sua prima maestra la vide giocare disse ai genitori che non aveva nulla da insegnarle tanto era perfetta, che si sarebbe limitata ad allenarla. Con ogni probabilità si tratta di una leggenda per enfatizzare ancora di più la perfezione tennistica che ben presto le è stata associata. Di certo però quando un giorno Hana torna a casa dallo ‘Sparta Club’ di Praga e racconta di aver fatto da raccattapalle a Martina Navratilova e di essere fermamente decisa di diventare “una giocatrice migliore” della sua già celebre connazionale; i suoi genitori capiscono che niente e nessuno potrà smuoverla dal suo obiettivo.

Nel 1978 Hana Mandlikova diventa campionessa mondiale junieres ed a chi le chiede quale sia il suo sogno, risponde “vincere Wilbledon”. Tutti vorrebbero ascoltarla mentre spende parole di elogio sulla Navratilova, ma lei nulla, nemmeno sotto tortura sarebbe disposta ad ammettere di essere cresciuta nel mito di Martina anzi, ribadisce che non è il suo idolo, che non lo è mai stata. Un rapporto conflittuale quello tra Hana e Martina, sbocciato per motivi noti a loro sole, una rivalità carica di tensione che, paradossalmente, Martina ha dato l’impressione di soffrire di più in campo; un ‘randez vou’ di batti e ribatti che ha generato incomprensioni e fraintendimenti a non finire. “Io non riesco a portare rancore e spesso mi dimostro sin troppo indulgente con le persone. Io non dimentico, ma perdono. Hana, è il mio opposto”. Nel 1984 Martina Navratilova usa queste parole per delineare il loro ‘non legame’ che all’epoca pareva in balia di una serie di contrasti insanabili. Come impone l’establishment americano, perché comunque nel frattempo Martina è diventata cittadina statunitense ed Hana australiana, la stretta di mano arriva. E’ il 1989, e le due grandi campionesse vincono gli US Open in doppio.

Tra il 1980 e il 1981 Hana Mandlikova raggiunge quattro finali Slam consecutive, conseguendo due vittorie e due sconfitte. Il primo trionfo avviene agli Australian Open sull’erba di Kooyong, dove lascia per strada appena un set nei quarti contro la rumena Virginia Ruzici, prima di prevalere in finale, 6-0 7-5, su Wendy Turnbull, che in semifinale aveva battuto la Navratilova. E’ il 1980 quando agli ottavi degli US Open sconfigge 7-6 6-4 Martina Navratilova e via, via si issa fino alla finale dove però, vinto il primo set, deve cedere il passo a Chris Evert. E’ sconvolgente il tennis che Hana riesce ad esprimere sulla terra rossa del Roland Garros nel 1981, dove in semifinale distrugge un’impotente Chris Evert che ammette di “aver perso contro un fenomeno” ed in finale supera la tedesca Sylvia Hanika. La Mandlikova è la favorita dei pronostici anche a Wimbledon ma, dopo aver battuto al penultimo atto in un match dai contorni epici la Navratilova, giunta in finale cede di schianto alla Evert.

Poi, due anni di buio, non certo a causa della tanto decantata “fragilità caratteriale”; quanto per i ripetuti infortuni che non le consentono di esprimere il suo tennis migliore. La verità è che Hana ha sempre giocatosul filo del rasoioed il suo tennis costantemente votato al rischio aveva bisogno di essere supportato da una condizione fisica impeccabile. E’ la schiena che tradisce la Mandlikova ma, quando riesce ad entrare in campo al meglio, batterla diventa una missione impossibile anche per la Navratilova che, nella finale di Oakland, si vede interrompere la sua striscia positiva che durava da ben 54 incontri. Pur dovendo continuare a combattere contro distorsioni e contratture varie, nel 1985 Hana Mandlikova risorge agli US Open. Dopo aver regolato la Evert in semifinale, tra lei ed il titolo c’è Martina Navratilova. In una delle partiti più spettacolari della storia del tennis femminile, Hana fugge sul 5-0 ma la Navratilova ha un moto d’orgoglio e la raggiunge sul 5-5. La Mandlikova deve annullare sette palle break nell’undicesimo gioco, una di essa con una demi-volée di una difficoltà estrema, prima di conquistare il tie-break per 7 punti a 3. La seconda frazione è un soliloquio di Martina ma nel set decisivo Hana torna ad essere una sorta di ‘Mozart della racchetta’ e solo una strepitosa Navratilova riesce a portare il match al tie-break. A questo punto, la Mandlikova solleva il suo gioco a livelli impareggiabili, sul 6-1 serve una prima di servizio esterna che segue a rete ed a cui la Navratilova risponde con un rovescio lungolinea. Hana però in allungo gioca una volée incrociata, irraggiungibile. E New York è sua.

Quando nel gennaio del 1987 Hana Mandlikova vince gli Australian Open, sconfiggendo 7-5 7-6 Martina Navratilova, in molti azzardano che la venticinquenne di Praga sia pronta a dominare per diverse stagioni il circuito mondiale. Con Evert e Navratilova ormai sul viale del tramonto, Steffi Graf sembra ancora essere troppo acerba per una come lei. E invece, la settantacinquesima edizione degli Open australiani si rivelerà essere l’ultimo trofeo dello Slam vinto da Hana. Il fisico aveva ceduto e insieme ad esso era crollato pure il sogno di poter vincere il solo titolo dello Slam che le mancava: Wimbledon. Nel 1990, a soli 28 anni, Hana Mandlikova decide di ritirarsi con in valigia 27 titoli in singolare,  19 in doppio, tre Federation Cup e la consapevolezza di essere riuscita ad esprimere una percentuale infinitesimale del suo illimitato potenziale. Diventata coach di Jana Novotna, nel 1998 riesce a trasmettere nell’amica le motivazioni giuste per riuscire a trionfare sul Centre Court del “All England Lawn Tennis Club”. Ed è dopo questo successo, ottenuto seppur per interposta persona, che Hana Mandlikova saluta simbolicamente il tennis.

L’essere umano con più talento che sia mai entrato su un campo da tennis”. Così la definì Rino Tommasi durante una delle sue straordinarie telecronache. Hana Mandlikova, un talento senza confini. Per un socio del Tennis Club Ambrosiano persino qualcosa di più che ‘un’esperienza religiosa’. Perché a vederla giocare dal vivo, sentire il “suono pieno” della pallina all’impatto con il piatto corde della sua Wilson, era davvero qualcosa di sublime e doloroso insieme. Una bellezza che fa male dal quanto pulita, levigata, abbagliante. Perché Hana Mandlikova era capace di far apparire facile persino lo sport più difficile del mondo; il tennis. Perché forse il tennis è stato suggerito, ai suoi creatori, da un’oscura entità la quale sapeva che un giorno sarebbero nati alcuni esseri simili a semidei capaci di dar vita a un qualcosa di così indicibilmente bello da far vivere, a chi li guarda, qualcosa di simile ad una ‘Sindrome di Stendhal’. Esseri capaci di brillare come astri. E che sia per un torneo, per un anno o per dieci, non cambia. Quello stato di grazia imponderabile che trasmettono continua a brillare nel cuore di chi è rimasto abbagliato da tanta bellezza. Hana Mandlikova è una di questi eccelsi, esseri trascendentali.


1 Commento per “HANA MANDLIKOVA: UN TALENTO SENZA CONFINI”


  1. Maurizio ha detto:

    Bellissimo articolo, grandissima atleta


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