HARRISON E YOUNG, QUALE FUTURO PER IL TENNIS USA?

Dopo mesi molto difficili Ryan Harrison e Donald Young sembrano aver trovato l'equilibrio tecnico e mentale e potrebbero essere finalmente pronti per raccogliere l’eredità della grande tradizione tennistica statunitense.
lunedì, 2 Marzo 2015

Tennis – Semifinalista ad Acapulco uno, finalista a Delray Beach l’altro. Classe 1992 uno, classe 1989 l’altro. Entrambi sono americani ed entrambi sono stati considerati per tanto tempo come eredi più accreditati della grande tradizione statunitense nel tennis. Forse troppo carichi di responsabilità hanno inesorabilmente fallito, ma ora si preparano a tornare – ad arrivare forse – ai vertici del tennis mondiale con un approccio certamente più umile allo sport.

Stiamo parlando di Ryan Harrison e Donald Young, due ragazzi, due tennisti che sembrano, a giudicare dai risultati di queste ultime settimane, aver ritrovato la via maestra nel complesso mondo del tennis professionistico.

Ryan Harrison ha fatto il punto della situazione in un’intervista rilasciata a tennis.com dimostrando di avere raggiunto una certa maturità e di avere tanto da dire in riferimento agli anni passati: “Ero troppo insicuro di me stesso. Mi preoccupavo molto del giudizio degli altri e dei media, badavo agli articoli positivi e a quanto di buono si diceva di me. Ma sono preoccupazioni alle quali non si fa caso, soprattutto quando le cose vanno nella giusta direzione e quando si crede in quello che si fa”. Parole che sono una presa d’atto molto importante.

Il torneo di Acapulco, in cui Ryan ha giocato la semifinale perdendo da David Ferrer, potrebbe essere lo spartiacque di una carriera che faticava a decollare fino a qualche settimana fa. E invece, in Messico, sono arrivate le vittorie contro Donald Young, Grigor Dimitrov e Ivo Karlovic che hanno riportato l’attenzione sul ragazzo nato in Louisiana nel 1992.

La vittoria contro il bulgaro è il primo match vinto da Harrison in dopo 22 sconfitte contro i top ten. Questo passaggio fondamentale ha portato nella mente del pupillo di Andy Roddick una ventata di ottimismo dirompente: “Andy e Grant (Grant Doyle, allenatore di Harrison ndr) mi hanno sempre detto che non avevo perso le mie abilità” dice Harrison, che appena 10 giorni fa latitava al numero 169 Atp. “Avevo appena perso alle qualificazioni per gli Australian Open. Ma mi sono fidato di loro e ho ricominciato ad allenarmi con grande eccitazione pensando che ogni giorno di lavoro potesse essere un giorno produttivo in un modo o nell’altro”.

Ma Harrison non ha soltanto deciso di riaffidarsi a Doyle (con la collaborazione di Roddick), ma si è anche spostato dalla Florida ad Austin, in Texas, affidandosi a uno staff permanente. E la sua rinascita è cominciata nel periodo off-season, come chiarito dallo stesso Andy Roddick: “Ha fatto un ottimo lavoro fuori stagione allenandosi come non mai, in maniera responsabile e professionale”.

E proprio l’ex numero 1 del mondo sembra la chiave di “svolta” di Ryan Harrison. È stato Roddick a consigliare all’attuale numero 109 del mondo di ricontattare Grant Doyle, il coach che aveva valorizzato il servizio e il diritto di Harrison portandolo al numero 43 Atp nel 2012. La separazione da Doyle non era stata legata – parole dello stesso Harrison – a una questione di risultati, ma i due si erano lasciati in maniera amichevole. Ma dalle dichiarazioni del tennista emerge che quella scelta non fu così azzeccata: “Non avevo capito quanto fosse importante per me. Lui credeva veramente in me”. E invece sono arrivati continui cambi di allenatore. Scelte proporzionali alla discesa in classifica.

Sembra dunque arrivato per Harrison il momento di consolidare gli equilibri. Anche il rapporto con la Usta, additata da molti come la vera causa degli insuccessi di Harrison, sembra ormai rilassato: “Sarebbe facile dire che è tutta colpa della Usta. Ma nei momenti difficili mi sono reso conto che stavano facendo il possibile per aiutarmi a migliorare. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con Jay” dice riferendosi a Jay Berger, ex numero 7 del mondo e coach Usta, che ha affiancato Harrison dopo la separazione con Doyle.

E poi c’è la fidanzata Lauren McHale (sorella della tennista Christina), con cui Harrison dice di avere un ottimo rapporto. Insomma, per il tennista nato in Louisiana sembra arrivato il momento della svolta della carriera.

 

La stessa onda sembra cavalcarla un’altra ex promessa del tennis a stelle e strisce. Donald Young è stato un adolescente molto sponsorizzato nei circoli tennistici americani, ma si è poi perso per strada. Il 2015, però, sembra anche per lui un anno di svolta. Semifinalista a Memphis (sconfitto da Kevin Anderson) e finalista a Delray Beach (sconfitto da Ivo Karlovic), il tennista originario di Chicago, con i suoi 25 anni, non è certamente un giovincello.

Ma la maturità non arriva per tutti nello stesso momento e Young sembra essersi incamminato sulla strada giusta verso la sua consacrazione: “Finalmente ho iniziato a concentrarmi sulla palla e solo sulla palla. Perché in passato pensavo a un sacco di altre cose” ha dichiarato in una recente intervista al Sun Sentinel. “Quindi se qualcosa era andato storto inevitabilmente mi dava fastidio mentre ero in campo. Concentrarmi solo sulle cose che posso controllare mi ha aiutato un bel po’”.

Insomma il tennis nordamericano potrebbe presto ritrovarsi con due tennisti competitivi grazie a una ritrovata serenità mentale. Donald Young sembra una persona nuova, più consapevole dei propri limiti: “Non posso controllare il vento, non posso controllare la temperatura. Posso solo controllare la mia mente, il mio servizio e quello che faccio in campo”.

Il tennista attuale numero 47 del mondo, ha raggiunto in carriera il quarto turno agli Us Open 2011 e il terzo a Parigi e Melbourne 2014 ottenendo come best ranking la trentottesima posizione del ranking Atp nel 2012. Ma a suo avviso il meglio deve ancora venire: “È stata dura perché molte persone pensavano che sarei andato a destra e a manca a vincere partite e tornei. Ma non è andata in quel modo. Ho imparato che l’unico modo per competere è quello di lavorare sodo. E ora sento che il mio tempo deve ancora venire”.

Foto: Donald Young (www.zimbio.com)


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