I CELESTIALI DEMONI DI NADIA PETROVA

TENNIS - Nadia Petrova possiede l’eccezionalità dei personaggi di Dostoevskij: un fisico statuario minato dagli infortuni, un indole coraggiosa ma fragile, un talento purissimo innalzato e al tempo steso frenato dai suoi demoni interiori. Vincitrice di 13 titoli WTA tra cui Stoccarda, Berlino, Tokyo ed il Master di Sofia, oggi Nadia compie 31 anni.
sabato, 8 Giugno 2013

Nadežda Viktorovna Petrova nasce a Mosca, l’8 giugno del 1982. Non è un caso che non ancora diciottenne Nadia sia alta quasi un metro ed ottanta centimetri per un peso forma di 70 kg, che abbia le spalle larghe, le gambe lunghe e magre, le braccia muscolose. Questione di DNA: suo padre Victor Petrov gareggiava nelle file dell’URSS nella specialità del lancio del martello, sua madre Nadezhda Ilyina, ha invece vinto una medaglia di bronzo nella staffetta dei 400 metri alle Olimpiadi di Montreal 1976. Sin da bambina Nadia, stringe in mano ora una racchetta, ora una valigia, finché la famiglia Petrov si stabilisce in Egitto e, sotto alla supervisione di mamma e papà che la seguono sotto il profilo atletico, inizia ad allenarsi come una piccola professionista con Mohammed Seif. E’ però a 14 anni, quando vince il suo primo torneo ITF, che decide di fare sul serio. I risultati non si fanno attendere: a sedici anni vince il Roland Garros juniores e disputa la prima finale tutta russa della storia dell’Orange Bowl perdendola contro una delle sue “compagne di viaggio”, Elena Dementieva. Nel 1998, nel torneo di casa, a Mosca, batte già la sua prima top 20, la croata Iva Majoli e alla fine del 1999 è tra le prime 100 giocatrici del mondo.

Nadia Petrova ha tutto: il talento, la prestanza atletica, la determinazione. Eppure sin dagli esordi tutto in lei si mescola, si contorce, si contraddice. Avrebbe potuto essere la sola tennista degli anni 2000 capace di spaccare il circuito esibendo un costante serve & volley ma, forse perché allo stesso tempo era solidissima da fondo, o per raccogliere sin dagli esordi quei risultati che, proiettata a rete, avrebbero dovuto attendere, Nadia ha violentato la sua stessa natura, sfogando la sua indole dalla riga di fondo, aggredendo sempre e comunque invece che accarezzare al volo. E poi c’è quel fisico statuario, forte, resistente, ma solo all’apparenza perché gli infortuni non tardano ad incrinarlo, sin da giovanissima. Così come i personaggi di Dostoevskij, anche Nadia è orgogliosa, decisa, ma tutto ciò è allo stesso tempo antitetico, perché l’anima è russa, “vede oltre” ed è carica di lirismo, di passione. In lei prolifera il sottosuolo di Dostoevskij, un “non luogo” intriso di urla, di desiderio, avvolto in un caos primordiale che non accetterà mai d’esser sottomesso alla logica, alla concretezza. Il paradosso di Nadia Petrova è proprio questo: imporre con forza uno schema, una ripetizione, limitare la creatività di un’essenza carica di poesia.

Un giorno preciso segna la svolta per Nadia Petrova. E’ il 27 maggio del 2003 quando si presenta al Roland Garros come numero 76 del mondo ed affronta al primo turno l’ex leader del ranking WTA, la  tre volte regina di Francia Monica Seles. Solo due settimane prima agli Internazionali d’Italia a Roma, la “belva di Novi Sad” si era arresa a quella ventunenne russa dalle spalle larghe e il portamento fiero, eppure mai avrebbe immaginato che, nella sua Parigi, sarebbe stata proprio Nadia Petrova a scrivere la parola fine alla sua carriera infliggendole un implacabile 6-4 6-0. Continua a picchiare duro Nadia Petrova tanto che nei due turni successivi lascia per strada appena quattro game per poi eliminare agli ottavi un’altra ex numero uno, Jennifer Capriati, ai quarti Vera Zvonareva; ed infine cedere in semifinale a Kim Cljsters.

Conclusa la stagione come numero 12 del mondo, la scalata ai piani alti della classifica prosegue nel 2004 dove si assicura ottimi piazzamenti ottenendo pure una straordinaria vittoria su Serena Williams ad Amelia Island. In un’annata in cui ben due russe si impongono in altrettanti Slam, la Myskina a Parigi e la Sharapova a Wimbledon; agli US Open Nadia consegue una vittoria schiacciante ai danni della numero uno del mondo Justine Henin; diventando così una delle favorite nello Slam newyorkese. La Petrova si vede però sbarrare la strada dalla connazionale che finirà con l’imprimere il proprio nome sull’albo d’oro, Svetlana Kuznetsova. Si tratta di un duro colpo per la moscovita che, nonostante la giovane età, in perfetto stile Dostoevskij, forse sente emergere dentro di se’ un sibilo indefinito e indefinibile, ancora distante ma che avverte è destinato a trasfigurarsi nel suo peggior nemico: i suoi demoni interiori.

La stagione 2005 parte all’insegna di problemi fisici che le impediscono di terminare i tornei di Gold Coast e Sydney. Raggiunge tuttavia gli ottavi a Melbourne ma per trovare continuità deve attendere la terra rossa di Berlino dove batte Mary Pierce, Amelie Mauresmo e Jelena Jankovic prima di perdere da Justine Henin 6-3 4-6 6-3. E’ sempre la belga a fermarla in semifinale al Roland Garros, così come la Sharapova le chiude la porta in faccia ai quarti di Wimbledon. A ottobre però arriva il primo titolo WTA, a Linz, dove supera Patty Schnyder in finale. Se forti dolori alla schiena la perseguitano per i primi due mesi del 2006, il 4 marzo si impone a Doha sulla Mauresmo e, dopo uno stop ai quarti di Miami, dà inizio ad una striscia positiva eccezionale che la vede trionfare il 9 aprile ad  Amelia Island, il 16 aprile a Chaleston, ed il 14 maggio a Berlino dove in finale recupera un set di svantaggio a Justine Henin per poi batterla 4-6 6-4 7-5. Il giorno dopo è la numero 3 del mondo.

Tutto sembra procedere per il meglio, ma un infortunio alla caviglia le impedisce di presentarsi al meglio sia al Roland Garros, dove perdere al primo turno, che a Wimbledon dove si ritira. Se nemmeno agli US Open fornisce una prestazione “alla sua altezza” a Stoccarda demolisce Hantuchova, Kuznetsova e Golovin per poi andarsene in Porsche e con il torneo in tasca. Altre due finali accompagnano il finale di stagione di Nadia: la prima a Mosca, dove si fa stordire dalla “pianista” Anna Chakvetadze, la seconda a Linz, dove soccombe a Maria Sharapova. Questo “blocco” che la assale in alcuni match, il suo tennis così piatto, liscio, che si sgretola all’improvviso, al primo sassolino che le entra in una scarpa, la rete che dovrebbe essere così vicina al suo “sentire” e che invece diventa indistinguibilmente lontana; sono i tarli, i “demonidi Nadia Petrova.

A gennaio 2007 Nadia regala alla Russia la Hopman Cup ma per fare un dono a se’ stessa deve attendere il torneo indoor di Parigi  dove batte Safina, Mauresmo e Safarova. Poi la schiena si incrina e, tornata in campo a Varsavia un mese dopo, subisce un’assurda sconfitta subita per mano di Mara Santangelo. Una ricaduta patita a Roma la costringe al ritiro contro Elena Dementieva. Esce dalle top ten Nadia, che al primo turno del Roland Garros crolla contro la numero 185 del ranking, Kveta Peschke. La finale di Los Angeles pare ridonarle vigore ma un infortunio all’anca sinistra le impedisce di terminare la stagione. Nel sottosuolo di Dostoevskij i suoi personaggi sono sofferenti, troppo riflessivi, sempre ripiegati nel cercare la causa prima dell’agire stesso, dei perseguitati sui cui ricadono accuse, colpe di cui non sono responsabili. L’anima russa di Nadia Petrova, tanto fiera quanto fragile, si interseca con l’aspetto che più annichilisce in Dostoevskij: la certezza che per raggiungere il paradiso devi necessariamente attraversare l’inferno.

E’ un viaggio nell’Ade quello che attende Nadia nel 2008. Sconfitta al primo turno a Gold Coast dalla Garbin e a Sydney dalla Bammer; agli Australian Open la crisi sembra essere superata e al terzo turno è in vantaggio su Agnieszka Radwanska per 6-1 3-0. Poi il black out. Nadia subisce il recupero della polacca finché, giunta al terzo set, incamera solo quattro punti, perdendolo 6-0. Come un cristallo frantumatosi in mille pezzi, la Petrova si ricompone solo a metà giugno quando sull’erba di Eastbourne sconfigge Makarova, Na Li e Stosur per poi inchinarsi in finale ad Aga Radwanska. Tanto basta per ridonarle fiducia e quel briciolo di tranquillità che le consente di esprimere il “suo tennis” a Wimbledon, dove interpreta magistralmente e vince due tie-break contro Victoria Azarenka, per poi cedere ai quarti alla solita Dementieva. La “resurrezione” di Nadia Petrova parte da qui. Se la “bellezza” per Dostoevskij è destinata a salvare il mondo, incaricata com’è a colmare il vuoto, sanando il disordine trasformandolo in armonia, quel frammento di pace soccorre anche Nadia Petrova che si prende con la forza Cincinnati, raggiunge la finale a Stoccarda, disputa a Mosca un match costantemente all’attacco, coraggioso quanto sfortunato, contro la Dementieva che la frena 7-6 al terzo, ed il 2 novembre vince il suo nono titolo WTA a Montreal.

Il 2009 di Nadia è scandito da una serie di complicazioni che sembrano rincorrersi l’un con l’altra, una stagione da dimenticare che accarezza un isolato acuto a Pechino dove sconfigge Serena Williams. Nel 2010 ci si mette anche una certa sfortuna nei sorteggi: a Brisbane becca la rientrante Justine Henin al primo turno; agli Australian Open si ritrova opposta a Kim Clijsters al terzo round. Contro la mamma belga però, Nadia gioca un match fuori dal comune e la massacra 6-1 6-0 in appena 52 minuti. Nessun corridoio le si dispiega davanti, agli ottavi batte la Kuznetsova ma, come due settimane prima, ai quarti non riesce a spezzare la resistenza della Henin.

Continua ad alternare grandi prestazioni a giornate difficili la russa che a Madrid batte per la terza volta in carriera Serena Williams per poi lasciarsi irretire da Lucie Safarova. Al Roland Garros è invece protagonista di una battaglia epica contro la beniamina di casa Rezai. Perso il primo set al tie-brek, Nadia vince 6-4 la seconda manches, nel set decisivo annulla tre match point con altrettante volée sul 4-5, mentre sul 7-6 in proprio favore se ne vede bruciare altrettanti prima che la francese ottenga l’interruzione del match per oscurità. Il giorno dopo la Petrova spazza via la Rezai e, sostenuta da un numero esorbitante di vincenti, agli ottavi manda a casa pure Venus Williams. In un French Open in cui la Sharapova è eliminata dalla Henin che a sua volta viene giustiziata da Sam Stosur la quale butta fuori pista pure Serena Williams; Nadia è di diritto la favorita insieme ad Elena Dementievae. La sfortuna però si accanisce ancora una volta con la moscovita che, vinto il primo set 6-2 contro Elena conclude il match zoppicando. Da quel momento per Nadia è un calvario che si protrae per un paio di stagioni interminabili.

Precipitata oltre la trentesima posizione, Nadia deve attendere il giugno del 2012 per risorgere dalle proprie ceneri: accade a ‘s-Hertogenbosch dove fa suo il torneo senza perdere un set. L’eccezionale finale di stagione con i trionfi a Tokyo, dove si vendica di Sara Errani, batte la Stosur ed in finale sconfigge Agnieszka Radwanska; ed al Master di Sofia dove lascia le briciole a Caroline Wozniacki la riportano a ridosso delle top ten. Da non dimenticare che, sempre nel 2012, Nadia taglia alcuni traguardi di prestigio insieme a Maria Kirilenko: oltre a raggiungere la finale al Roland Garros, le due russe si mettono al collo la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra e conquistano il Master di Istanbul. Una specialità quella del doppio in cui Nadia, forte di ben 23 successi, primeggia da almeno dieci anni. Da questo gennaio fa coppia fissa con un altro cavallo di razza”, la slovena Katarina Srebotnik. Una partnership la loro che ha già fruttato le vittorie a Sydney e a Miami. Finaliste anche a Doha, Dubai ed Indian Wells, da ieri “solo” semifinaliste al Roland Garros, Wimbledon essere la loro terra di conquista.


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