I DOLORI DEL GIOVANE LENDL

Ivan Lendl, attuale coach di Andy Murray, nel corso della sua carriera da giocatore, prima di vincere il suo primo Slam a Parigi nel 1984, ha dovuto incassare ben quattro sconfitte consecutive in finale di un Major. Un percorso rivissuto anche dall'allievo scozzese ai giorni nostri

Tennis. La finale maschile dei recenti Us Open ha dato una potente dimostrazione di quanto sia concreta la legge delle probabilità, che, nella fattispecie, può essere così formulata: ‘La probabilità che un giocatore forte come Andy Murray perda una quinta finale dello Slam è inferiore a quella che si scateni un uragano su New York’. Non che il suddito (recalcitrante) di Elisabetta II non abbia dato un più che valido contributo, ma è innegabile che l’incontro si sia svolto in condizioni atmosferiche particolari, se è vero che un giocatore di solidità granitica nel gioco da fondo campo, quale è Novak Djokovic, ha sentito il bisogno di effettuare 56 discese a rete (su 315 punti giocati), contro le sole 24 dell’avversario. Nel loro precedente incontro al limite dei cinque set, in Australia, il serbo si limitò a 28 approcci (su ben 345 punti), solo uno in più dello scozzese.

Ma la cosa veramente straordinaria dell’incontro di Flushing Meadows è stata la presenza, nell’area del pubblico riservata all’entourage di Andy Murray, di un signore dotato di un’empatia, nei confronti del giocatore, non raggiungibile attraverso legami di sangue o personali doti di sensibilità: era l’unico altro, nella storia del tennis, ad avere provato di persona cosa significhi giocare una finale di questa importanza, avendo perso le quattro precedentemente raggiunte. Stiamo ovviamente parlando di Ivan Lendl.

Il tennista di Ostrava, che nel 1980 aveva raggiunto la top ten, l’anno successivo disputò la sua prima finale di slam: a Parigi, contro il Re di Parigi, Bjorn Borg. Quest’ultimo arrivò all’evento forte di una striscia di 13 vittorie nel massimo torneo sul rosso senza perdere set. L’ultimo perso, si era risolto al tie-break e risaliva alla finale contro Victor Pecci di due anni prima. Poi solo vittorie che gli anglosassoni definiscono “in straight sets”, nonostante gli si fosse opposto il gotha del tennis su terra battuta: il nostro Corrado Barazzutti, gli statunitensi Harold Solomon e Vitas Gerulaitis e, nella semifinale appena disputata, ancora il paraguayano Victor Pecci. Ad un mostro simile, il ventunenne Ivan Lendl conquistava, in una volta sola, due set, cedendo solo al quinto (era dal 1976 che Bjorn Borg non perdeva due set in un incontro al Roland Garros, da quando ne aveva persi tre, e quindi la partita, con Adriano Panatta, il quale resterà l’unico vincitore dello svedese a Parigi, addirittura in due occasioni – la prima ai quarti del torneo parigino d’esordio dello scandinavo, allora diciassettenne). Una simile prodezza, da parte del tennista dell’allora Cecoslovacchia, fece immaginare prossimi successi negli slam o, quanto meno, negli Open francesi, dall’anno successivo orfani del recente dominatore, causa precoce ritiro.

In effetti per Wimbledon il gioco del giovane Ivan non era ancora pronto, come testimonia la sconfitta al primo turno, sia pure in cinque set, contro l’allora ventiduenne australiano Charlie Fancutt, 123 come migliore classifica in carriera. E anche ai successivi Us Open si fa sorprendere, al quarto turno e ancora con una conclusione al quinto set, dall’esperto Vitas Gerulaitis. Dopo avere saltato, come era allora usuale per i top player, gli Australian Open improvvidamente anticipati a dicembre (dal 1977), il precursore del power tennis si presenta all’edizione 1982 del Roland Garros come seconda testa di serie, ma da favorito, date le assenze di Bjorn Borg e John McEnroe e l’assegnazione del primo posto del tabellone al quasi trentenne Jimmy Connors che, grande ovunque, compresa l’argilla verde americana sulla quale, prima del trasferimento sul cemento di Flushing Meadows, aveva addirittura battuto Bjorn Borg nella finale degli Us Open 1976, sulla terra parigina non era mai andato oltre le semifinali, anche per avere saltato, nei suoi anni verdi, cinque edizioni per contrasti fra organizzazioni tennistiche degli anni ’70. Le altre glorie della terra rossa, Guillermo Vilas, Jose-Luis Clerc, Adriano Panatta, Vitas Gerulaitis, erano sul viale del tramonto e tutto faceva prevedere un ricambio generazionale, il cui alfiere altri non sembrava potesse essere che Ivan Lendl. Agli ottavi il ventiduenne moravo si trovava di fronte un minorenne che per struttura fisica, qualità atletica, stile dei colpi e, infine, per nazionalità, ricorda il Grande Assente Bjorn Borg. E il non ancora diciottenne Mats Wilander finiva per ricordarlo anche per il risultato dell’incontro: vittoria al quinto set in quella che, a posteriori, può essere considerata come la vera finale del torneo: in nessun altra partita il giovane svedese è stato impegnato oltre il quarto set, fino alla vittoria finale su Guillermo Vilas.

A questo punto il deluso Ivan decide di saltare Wimbledon (forse perché allora era una media su tutti i tornei a determinare la classifica e una uscita al primo turno come l’anno prima poteva terremotargliela) e di gettarsi anima e corpo nella stagione americana del cemento. Vinceva tre tornei, ma soprattutto sembrava sbarazzarsi del complesso-Connors, con il quale, negli otto incontri disputati, non aveva mai vinto un set (compresa la partita del round robin del Masters 1980 in cui era stato apostrofato dall’americano con il termine “chicken” – che possiamo tradurre con “coniglio” – perché sospettato di perdere intenzionalmente per evitare Bjorn Borg in semifinale). A Cincinnati non solo il ceco vinceva un set, ma li portava a casa tutti e due ed entrambi con il punteggio di 6-1. Con questo viatico, affrontava l’Open con prospettive di vittoria. Il cammino fino alla finale era trionfale. Trovava difficoltà solo al secondo turno con il coetaneo (e futuro top ten) Tim Mayotte, ma anche questa vittoria, in cinque set e in rimonta, è incoraggiante, dato che il bilancio degli incontri al quinto era 2-6 per Ivan. Per il resto non perdeva nemmeno un set, lasciando solo 6 game a Mats Wilander, ancora trovato agli ottavi, e superando autorevolmente in semifinale il vincitore delle ultime tre edizioni, John McEnroe. Entrava così nella seconda finale di uno slam, dove trovava un già trentenne Jimmy Connors, fresco vincitore di Wimbledon (finale in cinque set sul detentore  John McEnroe) e seconda testa di serie, contro la terza del futuro connazionale. Il quale, quindi, non si poteva dire favorito, ma l’esito appariva quanto meno incerto. Invece in campo le doti di combattente del tennista dell’Illinois prevalevano chiaramente sul temperamento di un Ivan Lendl, che si cominciava a sospettare tremebondo nei momenti decisivi dei tornei. Jimbo si prendeva solo una pausa nel terzo set, prima di chiudere al quarto.

Nonostante la mancanza dei massimi trofei, Ivan riceveva una iniezione di fiducia dalla classifica che, nel febbraio successivo, lo vede per la prima volta al primo posto assoluto. Al successivo Roland Garros sembrava avere la strada spianata fino alla finale, essendo stato sorteggiato sul lato di Jimmy Connors. Invece nei quarti trovava il coetaneo Yannick Noah sul quale conduceva, negli incontri su argilla, per 4 a 1 (ma quell’uno, era l’unico precedente al meglio dei cinque, l’anno prima in Davis). Il franco-camerunense mostrava un gioco offensivo, che nel torneo parigino non si vedeva svettare dai tempi di Adriano Panatta, sorprendendo non solo il ceco, ma anche, in finale, il detentore Mats Wilander per diventare, come è tuttora, l’unico francese vincitore di slam dal 1946.

Questa volta Ivan si concedeva anche la chance Wimbledon, dove, in tre apparizioni, non era mai andato oltre il terzo turno. Riusciva ad approdare in semifinale dove trovava John McEnroe, nei confronti diretti col quale conduceva 7 a 4. Ma nel loro primo incontro sull’erba il volleatore nato nella base militare di Wiesbaden non gli lasciava scampo.

Nella marcia di avvicinamento agli Us Open batteva nuovamente, e ancora nettamente, 6-1 6-3, Jimmy Connors, questa volta a Montreal. E la marcia sembrava diventare trionfale a Flushing Meadows, dove, prima della finale, concedeva poco più di sette game ad incontro. Nell’epilogo ritrovava il mancino classe 1952. Il tie-break con cui pareggiava il conto dei set sembrava sancire una svolta, confermata nel set successivo dal break del terzo game che lo portava a servire, sul 5 a 4, per andare in vantaggio 2 set a 1. Qui, sul set point, sfiorava l’ace centrale con la prima di servizio e mandava clamorosamente in rete la seconda. Il seguente psicodramma si consumava rapidamente: dal 5-3 del terzo set Ivan Lendl perdeva 10 game consecutivi e la terza finale di uno slam della sua carriera.

C’erano gli estremi per diagnosticare un complesso da finale. Per cercare di uscire da questo impasse l’affranto Ivan decide di affrontare il suo secondo Australian Open, dopo una prima esperienza a vent’anni conclusasi, ovviamente in un quinto set, al secondo turno contro lo statunitense Pat Dupre. Quella che, con il modesto campo di partecipazione dell’anno precedente, sarebbe stata poco più di una formalità, diventava una missione quasi impossibile per l’inusitata presenza di John McEnroe, nell’anno vincitore del secondo Wimbledon e, quindi, favorito d’obbligo in ogni torneo che, come quello australiano, si giocavasu erba (lo spostamento di sede con cambio di superficie avverrà solo cinque anni dopo). Ma l’estate australiana è diversa da quella inglese e così i manti erbosi vedevano la sorprendente eliminazione, in semifinale, dello statunitense per mano del terzo top player convenuto in questa straordinaria edizione, ossia Mats Wilander. Il quale, in una finale prevalentemente giocata da fondo campo, ma non solo, affondava il coltello nella piaga di Ivan Lendl: quarta finale su quattro perduta.

A questo punto il ceco si ritrovava con la prospettiva di affrontare, senza ancora aver mosso la classifica dei titoli supremi, lo slam successivo, a Parigi, a ventiquattro anni suonati. Ossia ad una età in cui, per limitarsi ai suoi contemporanei, Bjorn Borg aveva già vinto 10 slam e Jimmy Connors e John McEnroe 4 a testa. Anche Mats Wilander, di 4 anni e mezzo più giovane, è già a quota due e perfino la semplice supremazia della classe 1960 era messa in discussione dal titolo di Yannick Noah. C’era, insomma, di che avere la sensazione di stare sprecando la carriera.

Tuttavia, forse Ivan ne era ignaro, le probabilità di ritirarsi senza vittorie nello slam si erano, in realtà, pressoché azzerate, se era vero che il record di finali disputate, per giocatori che non hanno vinto slam, era di (solamente) tre. Addirittura da quando il sudafricano Eric Sturgess raggiunse, nel 1951 a Parigi, la sua terza finale nei tornei major, nessuno che abbia conquistato più di due finali è rimasto orbo di slam. Alla soglia dei trent’anni e con la sua spalla preferita, la sinistra, bisognosa di iniezioni di anti-dolorifici per potere esplodere i suoi famosi servizi, Goran Ivanisevic, approdato alla sua quarta finale di slam, a Wimbledon, come le precedenti, ha avuto la possibilità di ritirarsi con il prestigiosissimo titolo di “unico non vincitore di slam a raggiungere quattro finali”. Invece ha “rovinato” tutto andando a prendersi, nonostante i suoi nervi fossero considerati esemplarmente inaffidabili, la vittoria con un 9-7 nel set finale (per giunta contro un maestro nel gioco a rete come Pat Rafter).

Arrivava, dunque, questo nuovo slam, nel maggio del 1984. John McEnroe, che non era famoso per lo scrupolo negli allenamenti, aveva raggiunto la migliore forma fisica e, visibilmente, la minima percentuale di grasso corporeo della sua carriera. Questo gli aveva permesso di presentarsi a Parigi con una striscia vincente, dall’inizio dell’anno, di 36 incontri, incluse 5 vittorie su Ivan Lendl, l’ultima delle quali sulla terra europea. Al Roland Garros questa striscia raggiungeva le 42 partite, permettendogli di disputare la finale. Dal canto di Ivan, la marcia verso la finale era autorevole, comprendendo il successo in tre set su Mats Wilander. Ma nei primi due set dell’incontro decisivo sembrava di assistere ad uno dei  recenti testa-a-testa tra i due giocatori. L’asso mancino non era mai in affanno sui colpi avversari che venivano scagliati, sebbene con potenza, da ben dietro la linea di fondo. Lui, invece, era costantemente con i piedi in campo e da quella posizione giocava colpi anticipati non per esaltarne la potenza, ma come fossero demi-volée da fondo campo, comunque non facili da raggiungere per profondità, angolazione e difficoltà di lettura, ma abbastanza lente da dargli il tempo di giungere a rete. Sulla prima di servizio praticava un sistematico serve and volley, ma scendeva a volte anche sulla seconda. La posizione avanzata gli consentiva anche di ricamare palle corte efficaci, nonostante il vigore atletico del ceco. Il quale non appariva molto ispirato. Faticava a calibrare i passanti, usava poco e male il pallonetto. Nel primo set era decisivo un break al sesto gioco, del quale venivano poste le premesse, quando Ivan Lendl sparava in rete il più comodo degli smash, offrendo il 15-30. Nel secondo le cose per lui peggioravano ulteriormente. La percentuale di prime di John McEnroe toccava quota 60,permettendogli di perdere solo dieci punti nei primi dieci servizi, senza mai nemmeno ricorrere ai vantaggi, mentre dall’altra parte il primo ace, contro 5, giungeva solo sullo 0-4. Comunque Ivan cominciava a tenere la battuta, continuando anche nel terzo set. Anzi, era l’americano a concedere la prima palla break dell’incontro, sull’1-2 nel terzo, annullandola con una prima vincente. E nel quinto game sembrava che si stesse consumando il più classico caso di break mancato-break preso, quando il ceco si ritrovava 0-40 e seconda di servizio. Lo scambio successivo terminava con un diritto lungo dell’americano. Dopo un altro suo errore non forzato, trovava quello che potrebbe essere un ottimo colpo di approccio a rete, ma stranamente esitava, dovendo giocare un secondo approccio, meno brillante, e venendo infilato da un passante incrociato di dritto. Dopo una nuova palla break sfumata per un errore non forzato e un totale di tre deuce Ivan Lendl teneva il servizio in un game-chiave, con le prime palle break non sfruttate dal mancino. Il break mancato-break preso si verificava a parti invertite, con un comodo passante dopo una volée difensiva sulla efficace risposta alla seconda di servizio. Non che questo risolvesse subito il terzo set a favore del ceko, perché arrivava subito il contro-break, ma qualcosa era cambiato. La frequenza di prime dell’americano diminuiva fino al modesto 46% finale, Ivan sembrava avere messo a punto i passanti e cominciava a usare di più i lob. Tuttavia, dopo avere incamerato il terzo set (6 a 4), nel quarto anche il suo servizio perdeva colpi. Subiva così il break al terzo game, con immediato contro-break, poi ancora al quinto e, successivamente, si trovava a fronteggiare una palla, sul servizio del mancino, che poteva portare quest’ultimo sul 5-3. Da questo momento John McEnroe non riesciva più a chiudere i punti decisivi, anche, ma non solo, per merito dell’avversario. Sul quattro pari aveva una nuova palla break, ma mandava appena fuori un comodo rovescio. Dopo la chiusura del quarto set 7-5 con un pallonetto vincente sul servizio dell’americano, sul 3 pari del quinto Ivan Lendl si trovava sul 15-40. Sulla seconda palla break attaccava concedendo un passante fattibile, ma veniva graziato. Si arrivava così, sul 6-5 per il ceko, senza break, a due match point sul 15-40. Annullato il primo con un attacco vincente, il mancino americano costringeva l’avversario con una prima da sinistra ad uscire ad un cross di rovescio tagliato che potevae essere facilmente chiuso, per il genio del colpo al volo, ma la palla finiva clamorosamente nel corridoio sinistro e Ivan Lendl, che stava rincorrendo l’ennesimo attacco, compiva un salto di gioia e andava a stringere la mano. Una esultanza straordinariamente contenuta, anche in considerazione della portata storica dell’evento, per non parlare della drammaticità dello svolgimento. Durante l’incontro John McEnroe ha effettuato 144 discese a rete, ricavandone 87 punti, contro le 33 di Ivan, con 20 punti.

Non che la rimozione del blocco psicologico abbia funzionato subito a pieno regime. Anzi, le due successive finali avranno ancora esito negativo, per l’attuale cittadino statunitense. Nello stesso 1984, sostituita l’argilla con il cemento di Flushing Meadows, Ivan Lendl non riuscirà a ripetersi contro il genio del Queens e, l’anno successivo, di ritorno al Roland Garros, perderà, da favorito, la finale con Mats Wilander. Ma da quel momento, in cui aveva 25 anni compiuti, riusciva, prima dei 30, a raggiungere le otto vittorie che lo elevano al rango di leggenda, senza per altro, data l’implacabile continuità di rendimento che lo faceva quasi sempre giungere almeno in semifinale, evitare nuove sconfitte: due a Wimbledon (nel 1986, contro un diciottenne Boris Becker già al suo secondo titolo, e nel 1987, contro il re degli infortuni Pat Cash, che troverà questo breve periodo di buona salute per privare Ivan il terribile dell’unico slam che non ha mai vinto) e due a Flushing Meadows (nel 1988 contro Mats Wilander, che con questo incontro gli strappava, temporaneamente, il primo posto – prima volta per lo svedese – e nel 1989, ancora contro Boris Becker).

Con l’ultima finale persa, negli Australian Open del 1991, nuovamente con Boris Becker (che così supera Stefan Edberg conquistando per la prima e unica volta il numero uno), Ivan Lendl chiudeva la carriera con il bilancio di 8 finali vinte contro 11 perdute, unico bilancio negativo tra i vincitori di più di 5 slam. Se consideriamo chi ha vinto più di tre major l’unico altro bilancio negativo, sia pur leggermente, è quello del moschettiere Jean Borotra, che tra il 1924 e il 1931 ha vinto 5 titoli su 11 finali disputate. Le 19 finali complessive di Ivan Lendl superarono il record di Rod Laver (17, con 11 vittorie e cinque stagioni saltate per passaggio al professionismo prima dell’inizio dell’era open), resistettero all’assalto di Pete Sampras (18, con 14 vittorie) e capitolarono solo per mano di Roger Federer (al momento 24, con 17 successi).

Possiamo concludere immaginando che, per quanto le sconfitte ad un passo dal sogno possano portare amarezza, Andy Murray sarebbe entusiasta di continuare a ricalcare i passi del suo attuale allenatore.


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