IL 2013 DEI TOMMY: HAAS E ROBREDO E LE LORO RISALITE DALL’INFERNO

Due storie simili per due nomi identici: il tennista tedesco e quello spagnolo condividono un passato dalle grandi promesse, ma anche dalle grandi beffe del destino. E,soprattutto, un 2013 all'insegna della rivalsa.
giovedì, 28 Novembre 2013

Tennis. In un’intervista durante il Roland Garros dell’anno scorso, il filo del discorso cade sulla piccola Valentina, 3 anni contati sulla sua manina, figlia del tennista tedesco soggetto delle domande del giornalista. In tal proposito, con un tale senso d’orgoglio nei riguardi della sua segmentata carriera, ma soprattutto con l’entusiasmo tipico di chi sa di poter far fiorire le proprie ambizioni più che prossime, l’intervistato dichiara: “Mi piacerebbe giocare finché lei sarà grande abbastanza da avere un ricordo diretto di qualche mia partita a un torneo importante. Sarebbe una delle più grandi soddisfazioni della mia vita“. E’ la sottile differenza tra nostalgia e serenità: entrambe volgono ad un passato che non c’è più, ma se la nostalgia indica mai rassegnata ad un malinconico rimpianto, l’uomo sereno sa fare delle sfortune del passato i propri punti di forza per l’avvenente futuro. Specie se spinto dalle migliori motivazioni. E’ il caso di Thomas Mario ‘Tommy’ Haas, che chiuderà questo fantastico 2013 da numero dodici al mondo.

In un sport come il tennis avvelenato dalla scontatezza e da gerarchie sempre più chiuse e ghiotte, la favella di Tommy è una rigenerante boccata d’ossigeno. E’ la storia di un talento immenso e di una classe cristallina, innata, oltraggiata dalla sfortuna che, multiforme, ha spesso avuto modo di visitare casa Haas come fosse la più cara dei parenti. Così tanti anni persi tra fastidiosi infortunii e gravi problemi famigliari, che a 34 anni ti chiedi se quelle prestigiosissime vittorie che da giovanissimo potevi rinfacciare ai Federer, Sampras e Agassi fossero solo episodi di una carriera che è il significato e allo stesso tempo la contraddizione del termine ‘predestinato’. Ma a far illuminare il tennis di Tommy di un nuovo significato è il più puro e ricercato dei sentimenti umani, l’amore, che il tedesco ha investito non solo sulla sua famiglia, ma sullo sport stesso che tanto prometteva di dargli gratificazioni su misura del suo smisurato talento.

Un investimento che, piano piano, ha cominciato a portare i suoi frutti. E che ha visto nel 2012 il primo anno di rendite: con la vittoria nel 250 pre-Wimbledon di Halle, tre anni dopo aver vinto il suo ultimo trofeo proprio sull’erba tedesca del ‘Gerry Weber Open’, inizierà la sua ri-scalata in classifica nel ranking ATP, che lo porterà dai margini della Top 100 fino alla 21esima posizione del Singles Ranking aggiornato di fine anno. Una cavalcata bellissima, che tra l’altro gli varrà il premio di Miglior Comeback dell’anno. Ma questo non poteva bastare per le ambizioni di Tommy: una volta che sei stato ad un passo dalla vetta, con quella seconda posizione nel ranking mondiale raggiunta ad appena 24 anni, non puoi non giocare, e vivere, per riassaporare quei momenti di meritata quasi-onnipotenza. Giocare, per Haas, è vivere. Così, se il 2012 è stato l’anno della paziente ridiscesa in campo, il 2013 doveva essere l’anno della fame famelica, alla ricerca della stella fortunata che possa permettergli di ribaltare periodi troppo lunghi di karma negativo.

Così, quel vecchietto di 35 anni può metter da parte plaid e album di foto ricordo da mostrare alla figlia seduta sulle sue ginocchia, e fare in modo che Valentina possa avere vivida nei propri giovani occhi l’immagine di un papà ancora competitivo ed agguerrito nei tennis court. Spinto per il suo puro e sincero amore per il tennis, durante il 2013 riacquista una forma fisica spaventosa, arrivando quasi al top delle sue potenzialità atletiche, nonostante gli ovvi limiti e paletti imposti dal violento susseguirsi delle stagioni sulla propria pelle. E nonostante tutte le vittorie che può aver racimolato e tutti i trofei che può aver alzato al cielo quest’anno, il successo più bello di tutti non può non essere la meravigliosa vittoria marziana – in termini mensili ed extraterrestri – ottenuta ai danni del miglior giocatore di tennis al mondo, sig.Novak Djokovic, in quel del Masters 1000 di Miami. Una vittoria importante non tanto per il semplice passaggio di turno di un torneo – nonostante comunque arriverà a giocarsi la semifinale di un Masters 1000 più di sei anni dopo quello di Parigi -, ma per il prestigio che consegue l’aver avuto la meglio su un indiscusso numero uno: era da 14 anni che questo non succedeva, ovvero nel periodo in cui Tommy riusciva a farsi beffe dei Federer e dei Sampras.

Quattordici anni ti cambiano una miriade di priorità, ma nonostante tutti i problemi e gli ostacoli avuti in carriera, una mente ambiziosa e vincente come quella di Haas non può non continuare a chiedere al corpo sotto il suo dominio sempre di più. E se è vero che la mente controlla il corpo in tutto e per tutto, ecco che si spiega la dinamica del fantastico ritorno nell’elite del tennis mondiale del giocatore d’Amburgo, che a 35 anni ha avuto la forza di trovare quelle motivazioni, quegli stimoli che lo spingessero a ricominciare tutto daccapo, e scommettere su se stesso in un mondo, quello del tennis, sempre più spietato e fisico. Tommy ha saputo adeguarsi al modernizzarsi del gioco odierno, dove la resistenza fisica è la chiave di volta di ogni storyline messa a punto in un campo da tennis. Le vittorie dei 250 di Monaco di Baviera e Vienna (ai danni, rispettivamente, del connazionale Kohlschreiber e del quasi omonimo Robin Haase), la finale di San Josè (persa per mano di Milos Raonic), le semifinali di Miami, Halle e Washington e il quarto di finale del Roland Garros non valgono forse un argento olimpico o un Masters vinto (in quel di Stoccarda, contro Mirnyi, nel 2001), ma sono pietre miliari preziose per un giocatore dalle doti tecniche rare, da preservare in un futuro sempre meno scoppiettante ed esaltante per il tennis. Un futuro nel quale speriamo ancora di rivedere il delizioso rovescio del fenomeno di Hamburg.

Il 2013 è stato decisamente l’ “anno dei Tommy”. Uno è Thomas, rinominato Tommy per usanza comunque, perchè fa più ‘conosciuto’. Invece, l’altro Tommy si chiama proprio così.  Tommy. Si narra, perchè il padre avesse particolarmente a cuore un album degli Who, chiamato appunto ‘Tommy’, uscito tredici anni prima della nascita del figlio. Fatto sta che il signor Robredo, 31enne catalano di professione tennista, con Haas non condivide solo il nome in comune. Come il collega tedesco, infatti, lo spagnolo ha tanto da ripescare, e tanto da invidiare dal suo passato. Esponente della milizia tennistica spagnola insieme a illustri compari come i Nadal, Ferrer, Ferrero, Almagro e Lopez, Tommy, entrato nel mondo del professionismo, mostra sin da subito di avere quel qualcosa di innato che gli permette di venir considerato un talento di sicurissima prospettiva: a 21 anni raggiunge la Top 20 del ranking, l’anno successivo entra nella Top Ten, mentre a 24 anni toccherà l’apice della sua carriera, prendendosi la quinta piazzuola della classifica mondiale redatta dall’ATP e vincendo, nel 2001, il primo (e ultimo, almeno fino ad ora) Masters 1000 della sua carriera, sconfiggendo Radek Stepanek nella finale dell’Open di Amburgo su terra battuta.

Non si faceva che dire un gran bene di lui, la cui eleganza, incantevolezza ma allo stesso tempo letalità del rovescio ad una mano veniva decantata da ogni dove nei suoi anni d’oro. Anche Tommy, però, ha dovuto subìre, ad un certo punto della sua carriera, la sua personalissima discesa all’inferno: una serie di lesioni alle gambe, ma soprattutto alla schiena, non gli consentono di rendere al meglio per il resto della sua carriera, e anzi tra il 2010 e il 2012 lo lasciano sprofondare verso la circa cinquecentesima posizione del ranking. Robredo e la vita da professionista around the world sono interlacciati tra loro attraverso un filo conduttore ormai flebile, sfilacciato, instabile.

Il vero miracolo però inizia ad avvenire adesso. Il miracolo della pazienza, il miracolo della ricostruzione, che challenger dopo challenger gli consente in un solo anno di racimolare posizioni su posizioni, fino a tornare a ridosso della Top 100 della classifica. Tommy pianta e fa crescere con estrema calma e minuziosa premura il seme della sua, come si suol dire in spagnolo, remuntada: dopo un 2012 da incubo, ecco spuntar l’alba in un 2013 indicato dallo spagnolo come l’anno del suo ritorno nei grandi palcoscenici della racchetta. Una forza di volontà spaventosa quella di Tommy, sin troppo ben abituato nel sostare per anni nei piani alti dei vertici del ranking e ora costretto, a 30 anni e con una schiena fatta a pezzi e ricostruita, a rifarsi un nome, quasi a rifarsi una carriera. Un RobredoII che sfida a viso aperto il RobredoI, giovane e pimpante; un RobredoII pronto a far ingoiare al suo giovane riflesso di sè la polvere tipica delle cose che vogliamo accantonare e mettere in soffitta.

La cosa straordinaria di Robredo, infatti, è stata la straordinaria umiltà di metter da parte il suo lodevole passato per ricostruirsi, rimodellarsi a sua immagine e somiglianza, con la solita classe e con la solita sofisticatezza dei colpi. Con la sua grandissima forza d’animo, ecco Robredo rifarsi una classifica e, piano piano, ritornare nelle posizioni del ranking che più descrivono le sue grandi qualità. E, in effetti, il 2013 è stato davvero l’anno del suo trionfo. Da ricordare, in assoluto, lo straordinario Roland Garros giocato, nel quale, nei primi turni del torneo, compirà la clamorosa impresa di battere per tre volte di fila tre avversari (e anche di un certo spessore, visto che si parla di Sisjling, ma soprattutto di Monfils e Almagro) con il quale era stato sotto di due set a zero. Ogni match, una remuntada nella remuntada che rientra nel quadro più generale del suo ritorno nei piani alti del tennis mondiale: sostenuto in questa sua grande impresa dal pubblico, riuscirà a ottenere tre vittorie straordinare, salvando anche quattro match point nel match contro il beniamino di casa, Monfils appunto.

Ma la bellissima cavalcata di Tommy non si conclude qui. Le vittorie negli ATP 250 su terra rossa di Casablanca e Umago ai danni di Kevin Anderson e Fabio Fognini, la semifinale di Buenos Aires e soprattutto i quarti di finale raggiunti nelle due prove dello slam di Parigi e New York, con quest’ultima di grande eco per la clamorosa vittoria dello spagnolo sul signor Roger Federer, sono le prove principali che la passione, la dedizione e l’umiltà sono caratteristiche fondamentali di vita, ma anche nel tennis, basilari tanto quanto i fondamentali come dritto e servizio. Tommy Robredo conclude la stagione da numero 18 al mondo, ranking migliore dal suo crollo del 2009. Verrebbe da dire, come canta Roger Daltrey in Pinball Wizard.. What makes him so good?


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