IL DOPING DI STATO DELLA RUSSIA E IL DOPING “DISTRATTO” DI MASHA

Il via libera del CIO alla Russia rischia di consegnarci un'Olimpiade di sospetti e offre un ulteriore punto di osservazione sulla controversa positività di Maria Sharapova
venerdì, 29 Luglio 2016

Rio de Janeiro è una Cidade Maravilhosa anche in cartolina, può averlo pensato malinconicamente Maria Sharapova quando il TAS di Losanna ha rinviato il parere sulla squalifica di due anni per doping ricevuta lo scorso giugno. Chissà con quali sospiri la ex numero del tennis mondiale avrà invece accolto la notizia che 240 atleti suoi connazionali – una delegazione sensibilmente ridotta rispetto a Londra 2012 quando Masha fu la portabandiera – il Corcovado e il Pan di Zucchero lo vedranno davvero, per la 31.ma edizione dei Giochi Olimpici, diversamente da quanto molti (in primis la Wada, agenzia mondiale anti-doping) si aspettavano.

Nonostante le richieste di esclusione di sedici Comitati nazionali, il Paese di Vladimir Putin a Rio ci sarà, sdoganato ufficialmente dal Comitato Olimpico Internazionale che, a pochi giorni dalla cerimonia di apertura del Maracanà, non se l’è sentita di prendere una decisione epocale e decretare la messa al bando di un gigante sportivo da oltre mille medaglie in  cento anni di storia delle Olimpiadi prima, durante e dopo il Soviet. Un  provvedimento  da  più parti  invocato  di fronte alla  difficoltà sempre crescente di  trovare atleti  russi  non  dopati.

Il rapporto shock del professor Richard Mclaren, a capo della commissione incaricata dalla Wada di indagare sui Giochi Invernali di Sochi 2014, non lascia dubbi sul doping di Stato, un disegno criminale ideato dal Cremlino e curato nei dettagli dal Ministero dello Sport con l’immancabile supervisione dei servizi segreti.  Quasi 100 pagine nelle quali sono contenute le ammissioni  di Grigory Rodchenkov, ex responsabile del laboratorio antidoping di Mosca, che aveva scelto il New York Times per rivelare il machiavellico sistema che garantì l’immunità agli atleti dopati durante i Giochi Olimpici e Paralimpici dell’inverno di due anni fa e regalò così alla Russia  33 ori e 113 medaglie complessive.

Provette manomesse e positività insabbiate, una corsia preferenziale riservata agli sportivi russi, una rampa di lancio verso la vittoria che non conosceva stagioni, tant’è che la Iaaf (Federazione internazionale  di atletica leggera) si era mossa ancor prima sospendendo in blocco la federazione di Mosca ed escludendo da Rio 68 atleti suoi tesserati, compresa la campionessa dell’asta Yelena Isinbayeva. Anche i massimi dirigenti dell’atletica leggera mondiale avevano scoperto come l’interventismo del vice-ministro dello sport russo Yuri Nagornykh fosse tale per cui era lui, e non la Wada, il primo a essere informato sui casi di positività che emergevano dal laboratorio anti-doping di Mosca, dove peraltro gli agenti dell’Fsb (ex Kgb) avevano una postazione fissa. Secondo il rapporto-Mclaren, un gioco facile soprattutto nelle grandi rassegne ospitate dalla Russia come le Universiadi di Kazan 2013, i Mondiali di atletica a Mosca nel 2013 e quelli di nuoto a Kazan nel 2015.

In quest’ultima occasione, per esempio, la ventitreenne Yulia Efimova conquistò la medaglia d’oro nei 100 metri rana festeggiando al meglio il suo rientro alle competizioni agonistiche dopo una squalifica di 16 mesi per una positività agli steroidi riscontrata nel 2013. Appena sei mesi più tardi, la ranista russa è inciampata nel Meldonium a braccetto con Maria Sharapova e un’altra novantina di atleti, tutti traditi dal regolamento emendato della Wada che dal 2016 non tollera più l’assunzione di questo farmaco prodotto in Lettonia ed enormemente diffuso in Russia. Eppure, la Efimova era pronta a fare il check-in per Rio perché la Fina (Federazione Internazionale di nuoto) aveva fatto cadere ogni accusa di doping nei suoi confronti. Incredibilmente, considerando anche la recidiva dopo il precedente del 2013 che anzi avrebbe potuto costarle una radiazione.

Solo ora la Fina si è dovuta giocoforza allineare al volere del Cio che non ha estromesso in blocco la Russia ma ha comunque disposto il bando per atleti con alle spalle squalifiche per doping. E così fuori – a meno di clamorosi ribaltoni del Tas che esaminerà il ricorso a ridosso della cerimonia d’apertura – la Efimova ma non, per esempio, il talentuoso dorsista Grigory Tarasevich, anch’egli consumatore di mildronato, semplicemente più scrupoloso della Sharapova nel recepire l’informativa della Wada e sospenderne l’assunzione nell’ottobre 2015.

Paradossi a non finire intorno all’ormai famigerato Meldonium che, nonostante il divieto ufficiale scattato dallo scorso gennaio, continua evidentemente a essere uno dei (tanti) farmaci difficili da etichettare nei confini e nei contorni che troppo labilmente separano il doping dal non-doping. Un compito, quest’ultimo, davanti al quale la Wada e l’apparato di laboratori da essa riconosciuti sembrano costantemente in difficoltà, basti pensare anche alla raffica di positività riaffiorate a distanza di anni da nuovi test Cio su campioni prelevati a Pechino 2008 e Londra 2012.  Oltre 40 casi – anche qui con atleti russi o di federazioni ex-sovietiche a farla da padroni – emersi grazie ai più recenti metodi di analisi scientifiche, come sottolineato in una nota dal presidente Thomas Bach, una effimera vittoria di fronte alla constatazione che per smascherare una medaglia fasulla possono volerci anche otto anni.

Del resto, i massimi esperti di lotta contro il doping non hanno mai nascosto che esso, soprattutto in certi sport, abbia sempre una carta in più da giocare rispetto all’anti-doping. Una condizione di inferiorità dovuta in gran parte all’incapacità ancora oggi di tracciare una linea di demarcazione netta per distinguere una prestazione pulita da una dopata, della quale la vicenda-Meldonium è massimamente esemplificativa.

Per chi ama lo sport e non conosce la retroattività delle emozioni certe prese d’atto sono quelle che più rischiano di generare frustrazione e una osservazione disincantata anche davanti al divertimento più bello del mondo.  C’è però una via di fuga da questo rischio: accettare il doping come una linea d’ombra costantemente in agguato sopra alcuni (non tutti, fortunatamente) fatti sportivi con un atteggiamento di sano realismo che autorizza qualunque domanda (anche una del tipo “cosa sarebbe stata la carriera della Sharapova senza il Meldonium?”)  e rende  pertinente ogni tipo di considerazione (per esempio, “la gran parte delle colleghe-avversarie di Masha ha avuto per lei parole di solidarietà”). Anche a costo di riconsegnarci ancor più complesso il quadro delle risposte plausibili e convincenti.

Nella foto, Maria Sharapova non sarà a Rio 2016


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