IL PIU’ STRESSATO DEL 2016: NOVAK DJOKOVIC

Torna la rubrica sui giocatori che hanno segnato il 2016. Ripercorriamo presente e prospettive future di Novak Djokovic.
venerdì, 9 Dicembre 2016

TENNIS – Secondo appuntamento con la rubrica che vi accompagnerà per tutta l’off-season: ripercorreremo la stagione dei giocatori e delle giocatrici che hanno, per ragioni diverse, segnato il 2016.

“A nessuno piace perdere, a me non piace nemmeno la parola sconfitta. Sa di definitivo, è come l fine. Io non credo nei finali, ma solo nelle seconde occasioni e nell’imparare dagli errori”. È un Novak Djokovic che dispensa lezioni di vita quello che consegna pensieri e consigli al mensile “Original”.

Parla di responsabilità, l’ormai ex numero 1 del mondo che si è dato una seconda chance avvicinandosi a Pepe Imaz, il guru degli abbracci, del Peace and Love, e cercando nuove strade dopo i tre anni con Boris Becker. “Già da piccolo, mi sono assunto le mie responsabilità. Da subito, ho capito che dal mio successo sarebbe dipeso il futuro di tutta la mia famiglia” scrive Djokovic. Il peso che ho iniziato a sentire ha alimentato e costruito la mia forza mentale, la mia capacità di tornare a fare la cosa più importante, giocare a tennis. Crescendo poi le responsabilità aumentano, arrivano i successi e i fallimenti. Ti costringono a farti delle domande, e il modo più facile di affrontare le sconfitte è dare la colpa a qualcosa o a qualcuno. È facile trovare una scusa, una rgione degli errori nel tempo, nelle circostanze, nell’avversario. Tante volte le ho cercate anche io all’esterno”, soprattutto nella prima parte di carriera, ha scritto.

Dopo due stagioni da dominatore, e una prima parte di 2016 iniziata su una tonalità ancor più dominante, Wimbledon e i “problemi personali”, le questioni di cuore rimaste a covar cenere sotto il tappeto, hanno illuminato la scena su un Djokovic diverso. Improvvisamente la maschera di RoboNole era calata, e in un’estate pirandelliana è rimasta nuda, a lasciare l’uomo davanti alla responsabilità, al senso della sconfitta, di un’aspettativa elevata e ben motivata, di una resa lontana, inferiore e per questo più deludente.

Vincere il Roland Garros, ha detto, gli è costato molto, l’appagamento si è fatto sentire nel fisico e nella testa. Qualcosa ha cominciato a rompersi negli ultimi sei mesi. “Avevamo le mani legate, non riuscivamo a fare il lavoro che avremmo voluto” ha detto Becker a Sky Sports, dopo l’annuncio della fine di un rapporto tecnico che ha portato il serbo a vincere sei Slam in tre anni. “In questo periodo non ha passato così tanto tempo sul campo di allenamento come avrebbe dovuto, e lo sa. Il successo non arriva spingendo un bottone. Il successo non arriva semplicemente se ti presenti a un torneo. Devi lavorare sempre al massimo perché gli avversari fanno lo stesso”.

È un’immagine che stona con il Djokovic maniaco del controllo e dei dettagli, delle magliette perfettamente piegate a sei anni, della dieta senza glutine, di un lavoro sul fisico che sfiora e forse supera la maniacalità. Così è diventato, secondo uno studio australiano che ha analizzato gli scatti superiori ai tre metri negli ultimi tre Australian Open, il giocatore più veloce del mondo. Negli ultimi due anni e mezzo, si legge in un’illuminante articolo sul sito di Wimbledon, “Djokovic ha avuto la storia come uno avversario, e la sola domanda rilevante sembrava essere: diventerà il più grande di tutti i tempi? Non avere obiettivi immediati ancora da raggiungere né ostacoli da superare non è una situazione normale per un atleta, e per stessa ammissione di Djokovic, è una situazione che non gli piace. Ha avuto un solo avversario, il più duro di tutti: se stesso”.

Nello sport del diavolo, il più introspettivo, che a nullo amato amar perdona, è una situazione destinata a provocare scompensi, fratture anche nel più solido dei campioni. Ha cercato strade diverse, ha anche iniziato con sempre maggiore frequenza a parlare nelle conferenze stampa con toni da predicatore, di questioni mentali, di approcci olistici, della mente e del corpo, di racchette spaccate e magliette strappate.

“Sono sicuro che aver perso il numero 1 del mondo a vantaggio di Andy Murray gli farà male” ha detto Becker. “So che gli ha fatto male la sconfitta in finale allo Us Open contro Wawrinka. Ma credo che in un certo senso fosse quello di cui aveva bisogno. Credo che gli servisse perdere un po’, tornare a capire che effetto fa, visto che praticamente non aveva perso mai per due anni e mezzo. Sono convinto che tornerà, che si riprenderà il numero 1 del mondo e il ruolo di giocatore più dominante di questo sport. Ma deve tornare al lavoro, tornare ad allenarsi per tutte le ore che servono e focalizzarsi di nuovo su quel che l’ha reso così forte finora”.

Qualunque sia il suo stato psicologico, qualunque cosa gli passi per la testa, scrive Steve Tignor sul sito di Wimbledon, “è probabilmente il momento giusto per un cambiamento anche dal punto di vista fisico. [Djokovic] ha compiuto 29 anni nel 2016, un’età che è comunque ancora un Rubicone per i top player anche se l’età media si è alzata negli ultimi anni. Federer e Nadal insieme hanno vinto 29 Slam prima di compiere 29 anni, dopo solo uno”. Rispetto a Becker, però, il suo è un consiglio diverso, è una strada alternativa: dovrebbe rilassarsi un po’, pesare un po’ meno sul fisico e sulla testa. Così potrà di nuovo sentirsi a suo agio in una posizione che non conosce da 122 settimane di fila, ma che ha imparato bene a gestire: il ruolo dell’inseguitore, del predatore e non della preda, di chi come tutti sogna di essere l’uomo al comando, anche dopo essersi reso conto che la vetta porta alla solitudine. “Ha passato tutta la gioventù a inseguire Federer e Nadal” scrive, “e alla fine è riuscito a superarli. Se ce l’ha fatta contro loro due, può riuscirci di nuovo”.

In fondo, conclude nell’articolo su Original, “sono fortunato, faccio quello che mi piace. Quando hai questa possibilità, senti che la pressione non è una paura, che l’amore per quello che fai moltiplica l’energia perché ci metti il cuore, l’anima in quello che fai. E allora capisci che c’è sempre una seconda possibilità”.

I PIU’ DEL 2016 – INDICE DELLA RUBRICA

1)I più caparbi: Murray e Kerber


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