IL ‘QUASI SLAM’ DI MARTINA HINGIS

Soltanto cinque tennisti, tra uomini e donne, sono riusciti nell'impresa di vincere nello stesso anno tutti e quattro i tornei major. Qualcuno ci è andato vicinissimo, ma per colpa di una sola partita non è riuscito ad entrare nella storia. Una di questi è Martina Hingis, che nel 1997, perse solo una partita al Roland Garros, contro un'avversaria che sulla carta avrebbe dovuto dominare
sabato, 24 Novembre 2012

Esiste una impresa tennistica rara quasi quanto un Grande Slam: il Quasi Slam, ossia raggiungere le quattro grandi finali perdendone, più o meno clamorosamente, solo una.

Per altro il Grande Slam deve la sua invenzione ad un Quasi Slam. Nel 1933 Jack Crawford aveva vinto Australian Open, Roland Garros e Wimbledon e questo spinse a riprendere il termine del gioco del bridge per indicare un’eventuale sua quarta affermazione nei quattro più importanti tornei dell’anno tennistico. Approdò alla finale degli Us Open, ma la perse, contro Fred Perry, dopo avere vinto i primi due set. Da allora ci sono stati tre Grandi Slam (Don Budge e due volte Rod Laver) contro un solo Quasi Slam (di Lew Hoad nel 1956: anche qui, ma sarà l’ultima volta, considerando anche le donne, la finale mancata è l’ultima) prima che Roger Federer mettesse in fila due anni di finali (2006 e 2007) mancando quelle di Parigi per colpa di Rafael Nadal.

In campo femminile ci sono tre Grandi Slam contro quattro Quasi Slam, ma siccome due di questi ultimi sono stati realizzati da giocatrici (Margareth Court-Smith e Steffi Graf) che hanno fatto anche il Grande Slam, le due sole a non avere mai realizzato la massima impresa per colpa di una partita sono Monica Seles nel 1992 (finale persa a Wimbledon) e Martina Hingis nel 1997.

Agli Australian Open di quest’ultimo anno l’ancora sedicenne Martina aveva l’ultima possibilità di strappare il record di più giovane vincitrice di uno slam, fissato da Monica Seles a sedici anni e sei mesi. Qualcuno cominciava a prendere in considerazione questa possibilità, dopo la semifinale agli Us Open ’96 e l’onorevole sconfitta con Steffi Graf (75 63), ma ancor più dopo il masters, nel quale aveva raggiunto la finale e costretto Steffi alla fatica che ora nessun giocatore di sesso femminile è più costretto a fare: giocare un quarto e addirittura un quinto set.

Dall’alto della quarta testa di serie, il cammino dell’elvetica di origine slovacca procedette spedito. Non per colpa sua evitò di scontrarsi con le favorite Steffi Graf e Arantxa Sanchez, la prima eliminata dal metro e 58 esplosivo della sudafricana Amanda Coetzer, la seconda da un infortunio. Trovò allora in finale quella Mary Pierce che, con i piedi piantati a terra, aveva poche rivali in fatto di potenza dei colpi. Mary aveva avuto un periodo di fulgore due anni prima, a cavallo dei vent’anni, che l’avevano portata a due finali di slam con Arantxa Sanchez. Una persa a Parigi nel ’94, ma dopo avere eliminato Steffi Graf in una partita di fuochi d’artificio, l’altra vinta nel successivo slam d’Australia, dominato con una media di soli 4,3 game persi a partita.

Le variazioni di ritmo e le magiche geometrie di Martina misero in evidenza quanto fosse statuario il fisico di Mary, nel bene (classica bellezza) e nel male (limitata mobilità). La franco-canadese rimediò solo quattro giochi e Martina Hingis divenne, come resta tuttora, la più giovane vincitrice di uno slam: a sedici anni e quattro mesi.

Sull’abbrivio dei tornei australiani Martina costruisce un avvio di stagione incredibile, con 31 vittorie senza sconfitte e conseguente conquista del primo posto in classifica. Ma subito prima del debutto nella stagione della terra europea cade da cavallo, non metaforicamente. Per altro la grande passione per l’equitazione aveva comportato una caduta anche prima degli Australian Open, senza conseguenze. Stavolta vengono interessati i crociati posteriori del ginocchio sinistro e la neo-capolista si vede costretta a rientrare, dopo più di un mese e mezzo dall’ultimo torneo, direttamente al Roland Garros.

Qui, tra l’apprensione generale per la sua forma fisica, il cammino non procede spedito come in Australia, ma procede. Al secondo turno perde contro la nostra Gloria Pizzichini il primo set in uno slam dagli Us Open dell’anno prima. Al quarto turno, contro l’austriaca Barbara Paulus, perde addirittura un set 6-0, ma vince quello decisivo con eguale punteggio. Dopo una vittoria con doppio 6-2 su Arantxa Sanchez sembra che la forma migliore possa essere stata raggiunta. In semifinale, opposta a Monica Seles, perde nettamente il tie-break del primo set, ma poi sfodera una rimonta che culmina, nel match-point decisivo, nel cross di rovescio più stretto della storia: un colpo così trattenuto, dato l’esiguo margine di campo a disposizione, da potere essere definito una palla corta non fosse per il top-spin che l’aveva comunque fatto schizzare, lateralmente, a distanze proibitive. A quel punto sembrava che il più fosse stato fatto, dato che la semifinale con la naturalizzata americana era stata salutata come “la vera finale”. Nell’altra aveva prevalso a fatica la croata Iva Majoli sulla già citata Amanda Coetzer che aveva, possiamo dire “al solito”, eliminato Steffi Graf complice stavolta un ginocchio dolorante della tedesca che, poi, la costringerà ad una lunga sosta. Iva Majoli, nonostante non avesse ancora vent’anni, al cospetto dell’enfant prodige Martina Hingis appariva come una giocatrice navigata che aveva già dato il meglio di sé raggiungendo, già nel febbraio dell’anno prima, la sua migliore classifica, cioè addirittura il quarto posto, senza per altro mai superare i quarti in uno slam. Di fronte a una Martina dalla forma ritrovata sembrava non dovesse esserci storia. Ma quante volte il vincitore della “vera finale” ha poi perso la vera finale senza virgolette? La finale che seguì fu molto simile a quella, recente, tra Serena Williams e Samantha Stosur agli Us Open del 2011. Da una parte giocatrici considerate inferiori, ma dotate di colpi risolutivi e in uno stato di grazia che permette loro di attuarli lungo due interi set. Dall’altra giocatrici favorite per la superiore caratura tecnica non trovano la calma per utilizzare le armi, che pure hanno, per contrastare l’aggressività delle avversarie. Quando si rendono conto che, forse, quelle riusciranno a bombardare fino alla fine, cominciano a tentare soluzioni che non hanno più la serenità per portare a buon fine. E, addirittura, la vicenda scivola ancora più velocemente verso l’esito a sorpresa. Iva trionfa, torna dopo poco al “suo” quarto posto, ma anche al limite dei quarti negli slam. Che, in effetti, centrerà solamente nel successivo Wimbledon e a Parigi l’anno seguente (fuori per mano di Lindsay Davenport, per il resto mai più del terzo turno). E, dopo quel torneo, abbandonerà le top ten per non farvi più ritorno.

Quanto a Martina, non c’è tempo per meditare su quello che nessuno ancora sospetta come un mancato appuntamento con la leggenda (ma anche un Quasi Slam, come si è visto, ha tratti decisamente leggendari). Incombe Wimbledon, un torneo che, a questo punto, è l’unico slam in cui la nuova wonder girl non sia giunta almeno alle semifinali. L’anno prima, migliore delle sue due apparizioni, era stata travolta (6-1 6-4, ottavi) da Steffi Graf nella corsa al suo settimo e ultimo titolo londinese. Nel torneo che sta per iniziare privo dello spauracchio tedesco, nella metà di tabellone che Martina domina dall’alto della prima testa di serie, ci sono due sole altre top ten. La ventunenne Lindsay Davenport, numero 5, che trionferà in questo torneo due anni dopo, viene sorpresa al secondo turno dalla ceka Denisa Chladkova, che poi sarà battuta agevolmente ai quarti dalla stessa Martina. Iva Majoli, numero 4, viene eliminata nei quarti da una neo-sedicenne Anna Kournikova che poi si consegna, in semifinale, ai ben nove mesi di maggiore esperienza della svizzera.

Giunta in finale, quindi, senza avere dovuto affrontare prove impegnative, anche per merito suo, vi trova, grazie all’autorevole vittoria in semifinale sulla finalista delle ultime due edizioni, Arantxa Sanchez, la ceka Jana Novotna. Una giocatrice che, per doti fisiche e, soprattutto, tecniche, avrebbe forse potuto vincere di più. Schiacciata tra un colosso del passato, Martina Navratilova, e quelli del presente, Steffi Graf e Monica Seles, aveva in qualche occasione denunciato una scarsa resistenza alla pressione, in particolare nella leggendaria finale di Wimbledon ’93 in cui, opposta alla Graf vincitrice di 4 delle ultime 5 edizioni, dopo avere perso a 6 il tie-break del primo set aveva dipinto un parziale di 10 a 2 ottenendo due break di vantaggio nel set decisivo e una palla, sul proprio servizio, per condurre 5 a 1. I seguenti doppio fallo e parziale di 0 game a 5 avevano dato vita alla più grande rimonta in una finale di slam. Come ceca aveva poi quella pressione extra dovuta al confronto con Martina Navratilova di cui, mancinismo e risultati a parte, poteva essere considerata la degna erede per la gran classe nel gioco al volo.

L’incontro vide un primo set ad autorevole appannaggio di Jana, ma una volta prese le misure Martina riuscì a portare il match ad un terzo set in cui la tattica iper-aggressiva della tennista più matura denunciò limiti di autonomia, mentale più che fisica, non tanto dovuta all’emotività quanto alla difficoltà di mantenere a lungo la spasmodica concentrazione richiesta dalla necessità di inventare tennis con continuità. Durante la cerimonia di premiazione Martina volle rendere omaggio alla bravura dell’avversaria mettendole in braccio il piatto della vincitrice a intendere il merito di riceverlo. Ma a tutti parve un gesto beffardo nei confronti della ceca che aveva visto sfumare per la seconda volta il trofeo e, si pensava, la possibilità di vincere uno slam, alla soglia dei 29 anni (aveva perso una prima finale agli Australian Open del ’91 con un’altra teenager, Monica Seles). Invece per la storia di Jana ci fu un inaspettato lieto fine l’anno dopo. Complice la prematura eliminazione di una convalescente Steffi Graf (al rientro in uno slam da Parigi, l’anno prima, subisce – 6-4 7-5 – la clamorosa vendetta di Natalia Zvereva per il 6-0 6-0 della finale del Roland Garros ’88: unica vittoria della bielorussa su 21 confronti diretti), la tennista di Brno si scrollò i fantasmi, fece strage di adolescenti (Venus Williams nei quarti e Martina Hingis in semifinale) e, dopo una non scontata finale con la sorpresa Nathalie Tauziat, sollevò un trofeo di Wimbledon finalmente suo.

Tornando al ’97, Martina approda agli Us Open come favoritissima, data anche la perdurante assenza di Steffi Graf. E mantiene in pieno le promesse, senza perdere set e lasciando in media 4 game a incontro. Batte autorevolmente (6-2 6-4) in semifinale quella Lindsay Davenport che le aveva inflitto l’unica sconfitta dal Roland Garros (solo seconda stagionale). E ancora più nettamente (6-0 6-4), in finale, una coetanea (maggiore di sei mesi) anch’essa accreditata di stimmate da campionessa: Venus Williams. Mentre il mondo intero acclamava la nuova dominatrice del tennis, alla domanda, intesa benevola nei suoi confronti, se quella sarebbe stata la prima di una lunga serie di finali con la svizzera, Venus rispose che la serie di finali l’avrebbe fatta con sua sorella. In molti restammo esterrefatti per la sfrontata presunzione della ragazzina, tanto più che, almeno da questa parte dell’oceano, la sorella, non ancora sedicenne, era molto meno conosciuta di lei. Nessuno capì quanto maledettamente azzeccato fosse quel pronostico. La finale delle sorelle Williams divenne la seconda più ripetuta della storia (8 volte) dopo quella, irraggiungibile, tra le “sorelle” Chris Evert e Martina Navratilova (13). Di finali Martina Hingis ne giocherà in effetti parecchie, dodici in tutto, ma raccogliendo due “sole” altre vittorie australiane, risultando via via le sue raffinate traiettorie sempre meno in grado di contrastare la raggiunta maturità delle bombardiere della sua generazione. E nonostante anche Venus abbia fatto una discreta scorta di finali (13), un ultimo atto con Martina non si è mai più ripetuto.

Martina Hingis non solo non completerà un Grande Slam, come qualcuno aveva previsto dopo questo anno trionfale, ma nemmeno il career Grand Slam, perdendo l’ultima occasione con la rimonta subita da Steffi Graf, dopo avere servito per il match, nella finale del Roland Garros ’99. E la più grande impresa della sua troppo corta carriera rimarrà il Quasi Slam del ’97, completato, se così si può dire di una prodezza per definizione incompleta, prima del compimento del diciassettesimo anno.


1 Commento per “IL 'QUASI SLAM' DI MARTINA HINGIS”


  1. ginghi ha detto:

    Bell’articolo. Ricco di emozione e nostalgia. Bravo


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