KILL BILL

Lo statunitense Scanlon, pur non vantando successi equiparabili a quelli di suoi connazionali assurti a idoli indiscussi, può fregiarsi di un record ancora più particolare

Roma – Il sistema di punteggio del tennis, che appare complicato agli occhi dei neofiti, riserva alcune piccole stranezze che tutti noi appassionati, sia di lungo corso che di più recente estrazione, abbiamo imparato a conoscere col tempo, essendo diventati dei tormentoni che in diverse sedi vengono riproposti. ll più diffuso vuole il giocatore vincitore a fine partita capace di aggiudicarsi meno punti, intesi come singoli “15”, dell’avversario nel corso dell’intero incontro: chiunque stia leggendo queste righe, con un piccolo sforzo, può rendersi conto di quanto questo sia, per quanto improbabile, vero, destituendo in un certo qual senso il reale valore del singolo scambio. “Vinci i punti più importanti, non tutti i punti” ci verrebbe da enunciare, parafrasando questa teoria, che non tiene però conto di come, in molte occasioni, proprio una striscia di punti vinti o persi consecutivamente, di cui alcuni non di primissima importanza, abbiano spostato gli equilibri di alcune partite. E’ pura psicologia: non ci vuole un fine erudito per capire l’importanza di certi parziali, si pensi soltanto a quanto sia umiliante in senso stretto, e per questo evitato con tutte le forze, subire un 6-0, per non parlare della bicicletta (il famigerato doppio 6-0), per quanto una vittoria per 6-0 non consista solamente nell’acquisizione dei soli punti che contano. A meno che non stiate riferendovi a quei 6-0 “combattuti”, oggetto di racconti spesso udibili nei circoli, dove il virgulto atleta di turno racconta ai suoi allegri compagni come, nonostante non abbia raccolto neppure un gioco, in realtà tutti i games siano stati lottati e portati ai vantaggi. Poco credibile, perché, solitamente, o comunque nella maggior parte dei casi, gli incontri che abbiamo modo di seguire che finiscono con questi punteggi sono dei monologhi più o meno evidenti. Nelle varie stagioni, a livello professionistisco, assistiamo a incontri dove il contendente sconfitto chiude il set con soli 3, 4 punti all’attivo, rimediando delle sane lezioni. Tutte occasioni che si propongono per l’utopico titolo del set più dominato dalla storia, sebbene, in realtà, nessuno potrà mai riservare una lezione più dura di quella che i fortunati assertori del Gold Coast Classic di Delray Beach poterono assistere il 22 febbraio del 1983.

A senso unico. Da una parte del campo si stagliava la figura del texano Bill Scanlon, dall’altra quella del brasiliano Marcos Hocevar, zio dell’attuale pro Ricardo, entrambi tennisti di discrete capacità con best ranking, ottenuti nei successivi 12 mesi, tutt’altro che disonorevoli: numero 9 per lo yankee, 30 invece per il latino-americano. Nonostante nessuno dei due fosse quindi un parvenu non a proprio agio sotto i riflettori del circuito mondiale, quello che avvenne nel secondo set di quella sfida è entrato di diritto nel celeberrimo “Guiness dei Primati” e nessuno, in ambito professionistico, da allora è stato capace di eguagliarlo. Batterlo è addirittura impossibile. Dopo un primo set vinto per 6-2, Bill mise infatti a segno una serie di 24 punti consecutivi, concludendo la sua fatica con un cosiddetto “golden set”, ovvero senza perdere alcun punto. Attorno a questo argomento tante discussioni etiche solitamente si spendono: meglio giocare palla su palla senza concedere qualche punto consolatorio al proprio opponente in difficoltà, oppure l’unico modo per rispettarlo è invece disseminare qualche errore per non lasciarlo completamente a secco? Sebbene ci sia da chiedersi se entrambi fossero al corrente del fatto che stessero andando incontro, uno positivamente e l’altro negativamente, ad un’impresa che ha fatto la storia, in una maniera ancora più sensazionale di quanto non lo si faccia vincendo uno Slam. Di major, in effetti, ce ne sono in palio 4 in un anno, questo record, invece, è ineguagliato da oltre 27 anni.

Marcos, nessuna vergogna. Che poi il torneo di Scanlon, sesta testa di serie di quella competizione, si sarebbe concluso al turno successivo, di fronte, guarda caso, ad un connazionale dello stesso Hocevar, Cassio Motta, che lo eliminò in due set, ma ben più lottati (6-4 7-6), prima di arrendersi anche lui di fronte al futuro vincitore di quella manifestazione, l’argentino Guillermo Vilas. Ancora più curioso, in verità, fu che i due si ritrovarono l’uno contro l’altro meno di un mese più tardi – nel corso del terzo e ultimo confronto; il primo, sempre vinto da Scanlon, era stato giocato l’anno prima – al Country Club di Montecarlo, dove a spuntarla fu nuovamente lo statunitense, ma al termine di un ben più arduo 7-5 2-6 7-5. E come la volta prima, Bill avrebbe ceduto al turno successivo, al cospetto però di Manuel Orantes. Era stato un periodo piuttosto duro, l’inizio del 1983, per Hocevar, che fino al Roland Garros, dove colse un terzo turno utile nell’ottica di andarsi a piazzare al 30esimo posto del ranking ATP a fine giugno, si sarebbe gloriato di un solo successo, a Milano, contro il nostro Paolo Canè. Il suo soggiorno tra i grandi del tennis sarebbe durato altri due anni, almeno fino alla primavera del 1985, quando, dopo un altro terzo turno parigino – a fine carriera avrebbe vantato un analogo risultato a Wimbledon e agli Australian Open – le sue quotazioni sarebbero crollate, anche perché ormai 30enne, sebbene, con rare apparizioni, il suo ritiro ufficiale sarebbe avvenuto solo nel 1992, dopo una netta sconfitta nel challenger di San Paolo contro Kevin Ullyet: 6-0 6-1. Questa volta, però, nel primo set, qualche punto fu in grado di guadagnarlo.

Il momento d’oro di Bill. Differente il destino di Bill Scanlon, seppure per l’ex campione del circuito NCAA – aveva frequentato il college di Trinity – il 1982 aveva lasciato poche buone notizie, quasi tutte riferibili a competizioni indoor – vittorie a Zurigo e finali a Vienna e Bercy – e davvero risibili soddisfazioni in altri ambiti, come ad esempio negli Slam, dove non era riuscito a superare nemmeno un turno. Ormai apparentemente lontano dal Gotha del tennis mondiale – tanto da saltare addirittura il Roland Garros – Bill, 27enne, ebbe un primo sussulto durante Wimbledon, dove ottenne un insperato ottavo di finale, prima di giocare il torneo della vita a New York, nei tradizionali U.S. Open, cogliendo una clamorosa semifinale, battendo tra gli altri anche John McEnroe – su cui torneremo più avanti. Ed ecco che, in virtù di questo risultato lungimirante, un tennista come Scanlon, con sei trofei ATP già in bacheca e due quarti di finale Slam (Wimbledon 1979 e Australian 1980), trovò gli stimoli per proseguire la propria carriera, raggiungendo, nel gennaio del 1984, la poltrona numero 9 del tennis mondiale. Solo nel 1986 sarebbe però arrivata un’altra vittoria sul circuito, sull’erba di Newport, e proprio sull’erba, ma quella inglese di Wimbledon, Bill avrebbe salutato il mondo dei major nel 1989, perdendo dal giovanissimo Michael Chang – che all’anagrafe gli rendeva ben 16 anni – abbandonando definitivamente la carovana a Cincinnati, Ohio, il giorno di Ferragosto di quello stesso anno, dopo essere stato sconfitto al tie break decisivo nel primo turno dall’indiano Ramesh Krishnan.

Fatica letteraria. Tornando a McEnroe, cui si faceva riferimento in precedenza: proprio il tennista statunitense, nativo di Wiesbaden, in Germania, sarebbe comparso nel titolo del romanzo scritto dallo stesso Scanlon “Bad New For McEnroe: Blood, Sweat, and Backhands with John, Jimmy, Ilie, Ivan, Bjorn, and Vitas” in cui Bill racconta di come, durante il suo periodo di permanenza sul circuito, l’avvento di alcuni tennisti come John, ma anche Connors, Nastase e altri contemporanei, abbiano inesorabilmente cambiato il modo di concepire il rapporto tra i media e i giocatori, divenuti dei veri e propri personaggi. Si sussurrava che Bill, sin dalla giovane età, non riuscisse a sopportare un giocatore come McEnroe, sebbene nel suo libro in realtà omaggi questa nuova era del tennis mondiale, definendola “golden age”. Come golden era stato quel set vinto contro Marcos Hocevar in quel pomeriggio del febbraio del 1983, che gli ha permesso di stabilire un record che nessuno – nè tantomeno John, Jimmy, Ilie, Ivan, Bjorn o il povero Vitas – è stato in grado di eguagliare.


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