IL RUOLO DECISIVO DELLA FORTUNA NEL TENNIS

Il punto singolo, il match o ancora l’intero torneo. Ci sono volte in cui è senza dubbio l’abilità di un tennista a deciderne l’esito. Ma ci sono volte, neanche poche, in cui è una forza incontrollabile a influenzare gli eventi: la fortuna.
giovedì, 1 Ottobre 2015

TENNIS – Cos’è la fortuna? Una dea, una superstizione, una credenza, un’idea, una coincidenza, l’esplicarsi dell’azione del fato, una forza imprevedibile e incontrollabile che regola gli eventi. Spiegazioni buone, mai soddisfacenti, spesso eccessive, incomplete, confutabili. Ai poveri mortali non resta che prendere atto di una cosa. Si tratta di qualcosa di pervasivo, trasversale, presente nel bene e nel male. E lo sport tutto non fa eccezione, nemmeno il tennis. Affermazione scontata, chiaro. Ma quanto conta la fortuna nel tennis?

Il sito heavytopspin.com, sempre molto attento a questo tipo di curiosità, prova a stabilire quanto la fortuna sia determinante nello sport di Djokovic, Federer, Murray e Nadal. E lo fa prendendo in considerazione diversi “ambienti” in cui la fortuna trova spesso la sua concretizzazione.

Singoli punti. È facile e comodo dire che in ogni singolo punto tutto è basato sulle abilità e sulla mentalità di un tennista. Spesso si sentono i giocatori dire del proprio avversario: “Ha giocato meglio di me i punti importanti della partita”. Tuttavia, spesso succede che si rompa una corda, che la pallina finisca sul nastro o risulti ingiocabile a causa di un cattivo rimbalzo. In questi casi, non sempre il giocatore che merita di più vince il punto.

Lo stesso avviene quando sono i giudici di sedia o linea a indirizzare il gioco. Una brutta chiamata del giudice di sedia può concedere il punto al giocatore sbagliato. È vero, c’è Hawk Eye a risolvere la maggior parte delle controversie, ma è anche vero che il punto in molti casi va rigiocato e quindi il giocatore che lo meriterebbe finisce per perderlo.

Altro caso determinante: i colpi fortunati. I tweeners, le palle colpite male, insomma i colpi della serie “o la va o la spacca” sono azioni cui è difficile trovare contromisure adeguate. Ma sono pur sempre colpi rischiosi o fortunati in cui la dea bendata mette sempre la sua manina fatata.

Cari tennisti, si sa che siete macchine da guerra e che sapete reagire benissimo a questi scherzi del destino. Ma purtroppo per voi l’azione della fortuna non è necessariamente circoscritta a un singolo quindici o a un singolo game. Ci sono interi match in cui essa diventa determinante. Più del 5% delle partite dell’Atp, durante il 2015, sono state vinte da un giocatore che non è riuscito a vincere più della metà dei punti giocati. Un altro consistente 25% è stato portato a casa da un giocatore che non ha ottenuto più del 53% dei punti, una percentuale che di solito non garantisce la vittoria.

Può succedere quando un giocatore converte ad esempio tutte e cinque le palle break ottenute durante un match pur vincendo appena il 49% dei punti. Sono questi i casi in cui si dice che ha giocato meglio i punti decisivi in un match. E sono i casi in cui la matematica non lo premia, ci pensa la fortuna a farlo. A poco serve dire che chi vince è stato il miglior giocatore durante quella partita e durante quella giornata.

E non è finita qui. Perché la manifestazione più evidente della fortuna può avvenire anche durante tutta una settimana di tennis. Si può esordire in un torneo giocando contro una testa di serie o contro un giocatore più basso in classifica. Tutto questo dipende dal sorteggio, che come la stessa parole dice, è un procedimento affidato completamente alla sorte. Altro caso: il “clustering”. Un giocatore che a fine stagione ha un bilancio di 20 vittorie e 20 sconfitte perché ha vinto tutte le partite di primo turno perdendo tutte quelle di secondo turno non avrà mai una classifica migliore di un altro che ha lo stesso score (20-20), ma che in 10 occasioni è giunto sino al terzo turno. Eppure il bilancio dovrebbe essere in parità.

“A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Matteo 13,12). È questa la base teorica del cosiddetto “effetto San Matteo”, inventato dal sociologo Robert Merdon e meglio noto come principio del vantaggio cumulativo. Si tratta del fenomeno secondo il quale certi vantaggi iniziali tendono a accumularsi e amplificarsi, creando nel corso del tempo un divario sempre maggiore tra chi ha di meno e chi ha di più. È il classico caso in cui due giocatori sono separati da pochi punti in classifica. Punti che al giocatore X, paradossalmente, portano la qualificazione come testa di serie e valgono al giocatore Y il seeding numero 32. Il primo non affronterà teste di serie almeno per due match. Il secondo affronterà una testa di serie sicuramente prima del terzo turno. Quest’ultimo potrebbe sì annullare l’effetto del seeding, vincendo i match e presentandosi al terzo turno, ma il giocatore testa di serie sarà sicuramente più facilitato a farlo e avrà maggiori possibilità di guadagnare più punti nel ranking. Così il suo vantaggio sarà sempre maggiore.

Non è tutto. La fortuna può avere un ruolo di primo piano nel decidere addirittura le carriere dei tennisti. I professionisti di oggi sono abituati alla competizione sin dalla tenera età. La maggior parte di loro ha ottenuto aiuto dai genitori, dagli allenatori o dalle federazioni. Difficile quantificare l’effetto dell’azione di un buon allenatore, ma abbastanza facile considerare quante wild card ottiene un giovane tennista. Per ogni pass ottenuto da un giocatore, che magari poi perde al primo turno, ce ne sono altri che restano a casa a guardare le partite in tv. Ma la wild card fa classifica e guadagni e quindi chi, come molti tennisti negli Stati Uniti, può contare su questo tipo di opportunità, avrà sempre un vantaggio rispetto a chi una wild card non l’ha mai avuta ed è costretto, ogni volta, a partire dalle qualificazioni.

È chiaro che si tratta di casi limite e di questioni con cui gli appassionati di tennis hanno spesso a che fare. I giocatori affrontano momenti positivi e negativi, ottengono sorteggi fortunati e meno fortunati e vivono momenti di carriera differenti. Ci sono tennisti che si affacciano nella top 10 e l’anno dopo sprofondano nel ranking, ci sono tennisti che in un match giocano da alieni e nel match successivo sembrano non aver mai preso una racchetta in mano. E ci sono volte in cui le statistiche non riescono da sole a spiegare un successo o una sconfitta. Non si tratta certamente di sola fortuna, ma è innegabile che essa sia parte integrante del tennis, dello sport e della vita di tutti. 

Foto: www.agrigentosport.com


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