IL TALENTO DI ROBERTA VINCI

Roberta Vinci, la più talentuosa delle italiane (e non solo). Forse non vincerà mai uno slam, ma verrà ricordata per il suo tennis dal tocco fatato. Scopriamo da vicino questa ragazza che disse 'no' a Martina Navratilova. In attesa di vederla all'opera a "La Grande Sfida" con Sara Errani, Maria Sharapova e Ana Ivanovic
venerdì, 30 Novembre 2012

“Appena 1,64 per 60 chili, è un mostro di normalità in questo tennis di donnoni. Normale, eppure anomala: col suo tennis facile, ‘tutto tocchettini’, d’attacco, il servizio solido, la deliziosa volée di rovescio, il rovescio in back e tante smorzate” (Vincenzo Martucci “Catalogo dei Viventi”, 2009)

 

Chi ama il tennis ama Roberta Vinci. Che del tennis esprime uno stile obsoleto, vintage e quasi del tutto estinto nel circuito femminile, ormai votato alla potenza del braccio e alla resistenza fisica. Nelle scuole tennis non lo insegnano più: lo sconsigliano, addirittura. Eppure, in un mondo asservito alla rutilante armada delle nuove valkirie, alcune superstiti resistono dimostrando che un tennis di tocco può ancora essere vincente.

Un esempio è Maria José Martinez Sanchez, che a suon di dropshot delicati come arpeggi di violino e leste discese a rete si era pure concessa il lusso di vincere un Premier. Era successo due anni fa, quando aveva trionfato a sorpresa agli Internazionali di Roma, battendo in serie – e facendo letteralmente impazzire – le tre ex numero uno più insulse della storia: Caroline Wozniacki, Ana Ivanovic e, in finale, una Jelena Jankovic quel giorno fuori dai gangheri.

Un altro bel caso è quello della neoelvetica Romina Oprandi, che sempre al Foro Italico aveva raggiunto i quarti di finale, nel 2006: la ventenne e sconosciuta Romina dopo essere partita dalle qualificazioni aveva messo in riga Stosur e Zvonareva, incantando gli spalti romani con una capacità di variazioni non comune. Tra le nuove leve, Petra Martic fa ben sperare: il suo talento si è palesato sulla terra del Roland Garros di quest’anno, dove ha punito l’invasata francese Marion Bartoli a suon di palombelle, smorzate e artifici degni di una Houdini della racchetta. E poi, c’è Roberta Vinci. La più talentuosa di tutte, che a quasi trent’anni ha visto nel 2012 la sua stagione migliore.

Si parla di mosche bianche, insomma. Tenniste che non potrebbero mai competere sul piano fisico contro una Serena, che non hanno la resistenza di gambe di una Kerber, ma che hanno saputo raggiungere ottimi traguardi con il loro talento e la loro intelligenza tattica. Roberta Vinci questo lo sa: “Certe ragazze sono proprio stupide, colpiscono forte e ad occhi chiusi. Basta rimandargli una palla lavorata, e non capiscono più nulla” aveva detto una volta. Parole limpide, che rispecchiano una profonda coscienza delle sue armi. “Ho un tennis che dà fastidio ma anche piuttosto difficile. Se un giorno non sono al 100% diventa complicato. Ogni tanto mi piacerebbe essere un metro e ottanta e tirare solo botte”. 

Perché il tennis della tarantina è come una partita a scacchi. Un gioco che basa le sue sorti su brevi movimenti successivi. Sulla rapidità di esecuzione di una volée o di una controsmorzata, sul centimetro in più o in meno dove andrà a morire un back: Roberta si gioca la partita in questi brevi attimi, dalla cui osservazione puoi già capire l’esito dell’incontro. Come un Bobby Fischer della racchetta, fin dall’inizio tesse la tela delle sue mosse, gestendo i tempi, le pause e i silenzi con la metodicità tipica dell’esteta.

Quando tutto funziona, può risultare travolgente; lo sa bene Ana Ivanovic, che lo scorso agosto, a Montréal, da lei ha subito un’indecorosa umiliazione – un doppio bagel (6-0 6-0) con seguente uscita dal campo in lacrime per la serba.

Lo sa Agnieszka Radwanska, altra intellettuale del tennis che conta – un’altra che non nella forza ma nella sensibilità ha costituito la sua brillante quanto fragile carriera. Le due spadaccine si erano incontrate in quell’ormai indimenticato ottavo agli Us Open ove la maestrina polacca dovette imparare la lezione di Roberta, che gestiva le redini degli scambi come un burattinaio i fili della sua marionetta. Con l’implacabilità di chi è padrone del gioco, di chi conduce in ‘zugzwang’* l’avversario. Lo sa bene, infine, l’amica Sara Errani che ammette: “Roberta ha uno stile classico, più pulito. Può mandarti fuori di testa, con i suoi back di rovescio, le sue smorzate, i suoi serve&volley. Nessuno gioca come lei.

Proprio l’unicità che contraddistingue la Vinci è stata la chiave del suo successo negli ultimi anni. Una tecnica, quella della tarantina, che nasce da duri anni di fatiche e perfezionamenti. Una ragazza come tante, una persona normale, che a soli tredici anni lascia il nido familiare e il coach Davide Diroma per entrare nel circolo federale della Fit alle Tre Fontane di Roma. Qui Roberta dà prova fin da subito del suo straordinario tocco e delle meraviglie che sapeva fare nel rettangolo di gioco. L’unico problema era il fisico: “Ricordo perfettamente il primo impatto con Roby – ricorda il suo maestro di allora, Vittorio Magnelli – era piccolina, magra, quasi debole ma dotata di un talento fuori dal comune. Aveva già confidenza con il gioco a rete. Fin dall’avvio capii che bisognava lavorare innanzitutto sul piano fisico per farla diventare una grande giocatrice”. In quegli anni avviene una crescita costante e programmata, con l’adozione di un gioco asimmetrico e la decisione di abbandonare il rovescio bimane coperto in favore di un uso quasi esclusivo del rovescio a una mano in back o in slice; il dritto invece, piatto e potenziato, era deputato all’attacco. Rovescio per contenere, dritto per colpire: questa scelta coraggiosa, che l’avrebbe resa quasi unica nel gineceo tennistico attuale, sarebbe stata fallimentare per il 99% per cento delle atlete. Ma non per Roberta, che del tocco è genio insuperato.

Arrivano i primi successi, che la elevano allo status di sublime doppista. Sin da giovanissima fa coppia con un’altra futura stella, Flavia Pennetta: insieme diventeranno il miglior doppio juniores italiano, aggiudicandosi nel 1997 il trofeo dell’Avvenire e – solo due anni dopo – raggiungendo i quarti a Roma.

La vera consacrazione arriverà solo dopo il trasferimento al Tennis Club Parioli, dove inizia a giocare con la moglie di Magnelli, la veterana Sandrine Testud: insieme raggiungono nel 2001 la semifinale al Roland Garros e agli Us Open. Ed è proprio ai quarti di Flushing Meadows che accade qualcosa di straordinario. Al di là della rete, due leggende: Navratilova e Sanchez Vicario. L’italiana, appena diciottenne, non è abituata ai grandi palcoscenici, ma il suo braccio non trema e riesce a compiere i suoi artifici come un compositore ispirato: Vinci e Testud vincono in tre set. La nostra gioca talmente bene che sarà proprio Martina Navratilova a fine match a proporle di diventare sua compagna di doppio. La risposta di Roby? “No, grazie, mi trovo bene con Sandrine”. Anche questa è Roberta Vinci: umile, di una freschezza limpida e sincera. Come il suo tennis.

La storia recente la conosciamo tutti: la collaborazione con Francesco Cinà, l’amicizia con Sara Errani e le recenti, magiche vittorie. Roberta Vinci, alla soglia dei 30 anni è riuscita a sfondare. A diventare, oltre a una tennista ‘bella da vedere’, anche una tennista vincente (nomen-omen). A dimostrare che nel tennis l’estetica non è inutile vanagloria ma un’arma efficace quanto la potenza. Sia in doppio che in singolare.

Roberta forse non sarà mai una campionessa: non avrà mai il carisma vulcanico di una Errani o la cocciutaggine indomita della Schiavone. Forse i quarti di uno slam raggiunti quest’anno a New York non saranno ripetibili; il suo tennis è troppo delicato, l’esito di una sua partita dipende da cose minimali, quasi astrali: nel corso di un suo qualsiasi match il solo peso di una piuma sul bilanciere basterebbe a rimescolare le carte in gioco. O i pezzi nella scacchiera. Alla Vinci però va tutta la mia ammirazione: è lei la migliore delle tenniste old-style, di quelle gracili eroine che restano a galla come ultime isole di bellezza e di ragione in un circuito sempre più omologato.

Perché lei non è una come le altre: è una Lady Bobby Fischer.

*Nel gioco degli scacchi esiste una particolare situazione chiamata “zugzwang”. E’ tedesco, significa: “obbligato a muovere”. Se ti trovi in zugzwang vuol dire che l’avversario ti ha teso una trappola mortale dalla quale non potrai uscire. E qualunque mossa tu faccia sarai destinato a perdere.

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