IL TENNIS IN POLTRONA NELL’ERA DIGITALE

Com'è cambiato il modo di vedere il tennis in televisione negli ultimi anni? E cosa è accaduto al nostro sport preferito dopo l'arrivo di internet? Uno sguardo ragionato sull'evoluzione del modo di fruire il tennis, con qualche ricordo dei tempi che furono
lunedì, 3 Dicembre 2012

Tennis. Quando avevo sedici anni, la televisione che i miei genitori avevano in camera era un residuato degli anni ottanta, una di quelle cose che oggi vengono riprodotte a prezzi esorbitanti per gli amanti del vintage. Era di una marca che non ricordo, rigorosamente in bianco e nero, tutta in plastica arancione e nera e con i quattro pulsanti da ruotare per sintonizzare i canali. Dopo alcune ore di utilizzo iniziava ad emettere un odore strano, a metà tra la plastica e il metallo surriscaldati, al quale dopo un po’ ti abituavi ed iniziavi a non sentirlo più. Il fatto che fosse in camera dei miei significava che era la seconda tv di casa e che quindi potevo utilizzarla a piacimento senza disturbare nessuno, soprattutto mio padre che non è mai stato granché interessato allo sport, nonostante tentassi di tutto per coinvolgerlo in ogni occasione.

Il tennis era Koper Capodistria e le meravigliose telecronache di Rino Tommasi e Gianni Clerici. Su questi mostri sacri del giornalismo sportivo non serve aggiungere più di quanto si sia detto in tanti anni: è sufficiente dire che sono stati in grado, con la loro voce e leggerezza, di trasmettere certe sfumature del gioco, la passione per l’eleganza e la classe di questo sport a molti di noi che all’epoca erano ragazzi. Ricordo in modo particolare lo US Open del 1992: ero un tifoso di Stefan Edberg e Steffi Graf, non sopportavo Monica Seles, perché già vedevo in lei un tennis dal preoccupante futuro fatto di gridolini e bimanismo incontrollato (nella realtà avveratosi), e quando giocavo con gli amici indossavo dei jeans che avevo strappato proprio come Andre Agassi. Altri tempi: quella che stiamo vivendo sarà anche la “Golden Era” del tennis, ma certi personaggi non ci sono più, davvero.

Il quarto di finale tra Edberg ed Ivan Lendl è stampato nella mia memoria, come fosse ieri. E’ nitido nella mia mente anche perché “Stefanino”, come lo chiamava Clerici, quello US Open alla fine lo vinse. Ci furono quei due punti, uno per parte, fatti di colpi dietro la schiena, schermaglie di un tennis ormai andato, dimostrazioni di classe che forse, col tempo che è passato, potranno ora sembrare vezzosa accademia, ma che all’epoca erano segno inequivocabile di quanto il tennis fosse un po’ come il genio di cui parlava l’architetto Melandri in “Amici Miei” di Monicelli: “fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”. Chiamai mio padre per dirgli di correre a vedere, non doveva perdersi il replay di quegli irripetibili colpi di genio assoluto per nessun motivo al mondo, anche se del tennis non gliene fregava niente. Oggi possiamo guardarli all’infinito su YouTube, ma allora non c’era nulla che consentisse di vedere e rivedere un colpo tutte le volte che si voleva, dovevamo cogliere gli istanti di quelle poche ripetizioni televisive e scolpirceli nella memoria, per poterli raccontare agli amici appassionati con l’enfasi che meritavano. Oggi i colpi di Edberg e Lendl li guarderemmo con distrazione, cliccando su un link mandatoci da un amico per email o condiviso su Facebook, persi nell’immenso marasma dell’informazione spesso superflua.

La storia di Koper Capodistria la conosciamo, da canale di sport diventò TelePiù e poi una pay-tv, con gli anni diventata la Sky che conosciamo oggi. In un attimo si passò dal tennis internazionale in chiaro a quello a pagamento che non tutti potevano permettersi. Per me l’esperienza televisiva terminò in quel momento, considerato che la mia famiglia non aveva le possibilità di mantenere un abbonamento. Iniziai a seguire il tennis di rimbalzo, tramite le riviste specializzate e con quelle poche partite viste a casa di amici che condividevano con me la passione per la pallacorda moderna, ma che avevano quasi sempre dei padri troppo attaccati al calcio e alla novità costituita dal fatto di poterselo vedere in casa, in alcuni casi dei veri esaltati da bar che impedivano la visione di qualsiasi altra cosa avvenisse in concomitanza con la loro partita preferita. Fantozzianamente: “frittatona gelata, birra ghiacciata e rutto libero”.

Il vero cambiamento nel modo di fruire del tennis (e dello sport in generale) l’ha determinato internet e le tecnologie legate alla rete. Da qualche tempo è possibile vedere le nostre partite preferite, con coperture che ormai sono davvero totali. Inizialmente attraverso streaming più o meno leciti e poi grazie a servizi a pagamento mirati ed economicamente accessibili che possiamo utilizzare non solo sul computer, ma anche sui moderni tablet che garantiscono la portabilità. In un mondo in cui, a giudicare dalle pubblicità, sembra che non si abbia più il tempo neanche per lavarsi i denti, avere in tasca strumenti simili è un po’ come abbracciare tutto il mondo con un unico sguardo, col minimo sforzo. Ed il tennis non fa eccezione.

Di pari passo sono andate le tecnologie che fanno arrivare il tennis nelle nostre case. Non che si tratti di uno sport che richieda particolare copertura: i contendenti sono soltanto due e lo spazio in cui i giocatori si muovono è estremamente limitato, soprattutto rispetto agli sport di squadra. Eppure oggi abbiamo telecamere che volano sopra al campo, che vanno a cogliere e mettono sui maxischermi le reazioni del pubblico, immagini al rallentatore a decine di frames al secondo che ci permettono di analizzare ogni singolo movimento, definizione di immagine che consente di vedere ogni minimo particolare. Se siete degli esteti del tennis, provate a guardare il vostro giocatore preferito in azione in super slow motion e alla definizione di cui un televisore moderno è capace: è uno spettacolo che fino a qualche anno fa era difficile immaginare. Se oggi potessimo vedere quei due scambi dietro la schiena di Edberg e Lendl avremmo raffronti a schermo diviso in due, con il confronto tra le velocità dei due colpi (misurate al chilometro orario) ed analisi tecniche e balistiche dei commentatori che tramite touch screen disegnano traiettorie e analizzano persino il movimento dei capelli dei tennisti. Come in ogni altro sport, oggi anche nel tennis è possibile avere in tempo reale statistiche che spesso sono davvero superflue. Ed ecco che le sovraimpressioni dalle grafiche accattivanti ci comunicano quanti chilometri ha percorso Roger Federer nel tale incontro, dove si concentrano i punti di risposta al servizio di Novak Djokovic o l’altezza cui Rafael Nadal impatta la palla con la racchetta. I tempi in cui sullo schermo a malapena si poteva avere il punteggio sono finiti da un pezzo

Mi domando se tutto questo serva davvero, se al di là di una telecronaca competente e gradevole e di una adeguata copertura televisiva del campo di gioco queste che a me paiono (pur affascinanti) sovrastrutture servano veramente per avere una migliore esperienza del tennis dalla poltrona di casa. E’ facile scadere nella nostalgia e nell’amarcord, soprattutto da una certa età in poi, ma si dice anche che fantasia e creatività prosperano laddove c’è limitatezza nei mezzi. Quando tutto è possibile viene meno il senso della ricerca, della scoperta. Ma una cosa è certa: al di là del superfluo, di cui ogni cosa oggi sembra soffrire, il tennis è diventato molto più accessibile. Lo possiamo vedere in tv (in Italia abbiamo persino un canale in chiaro interamente dedicato) e persino sui nostri telefonini. E dove non arrivano le immagini di gioco in diretta, ci sono quelle in differita tramite servizi on demand e l’immancabile YouTube. E questo, per uno sport che in passato ha sofferto di poca visibilità, può rappresentare soltanto un bene.


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