ILIE NASTASE, THE NASTY SHOW

Ilie Nastase compie 69 anni. Riviviamo le sue grandi stagioni, e soprattutto le proteste coreografiche, al limite dell'anti-sportività, che gli sono valse il soprannome di Nasty. La storia di un genio ribelle al servizio dello spettacolo.
domenica, 19 Luglio 2015

TENNIS – “Il pubblico paga il biglietto, ha diritto allo show”. Ilie Nastase, primo atleta di fama globale che arrivi da una nazione del blocco sovietico, non ha mai tradito il suo primo comandamento.

Gli inizi. Quando è nato, ha raccontato sua madre, il cielo era giallo: non era mai successo prima. Ha chiamato quel bambino che per i primi anni si ammalerà di continuo Ilie, come il santo che siede alla destra di Dio e scaglia tuoni e fulmini sulla Terra. Sesto figlio di una famiglia emigrata a Bucarest dalla Moldavia, vive nella casa che padre Gheorghe, guardia giurata, ha ricevuto dalla banca per cui lavora. È nell’area dei campi da tennis reali, ribattezzati Tennis Club Progresul. Da studente, ha una carriera decisamente opaca, quando tenterà senza successo la strada della politica verrà pubblicato un dossier secondo cui non ha mai ottenuto nemmeno la licenza media. È il fratello Constantin, già nell’orbita della squadra rumena di Coppa Davis, ad avviarlo al tennis. Dopo il periodo nell’esercito, in cui non va oltre qualche parata in divisa, nel 1959 è campione nazionale junior a Cluj. Il pubblico impazzisce quando la sua palla corta rimbalza oltre la rete e torna indietro. “Sono così felice di divertirli” spiega. Il giorno dopo è tra i ball-boys della finale maschile e testimonia il primo degli otto titoli consecutivi di Ion Tiriac: sarà proprio Nastase a interrompere la serie, nel 1967. Il futuro manager di Vilas e Borg è già diventato il suo compagno di doppio in Davis, il suo coach e un po’ il suo fratello maggiore. Non potrebbero essere più diversi, come sintetizza Gianni Clerici, “Se Tiriac usa la sua racchetta come la clava di un cavernicolo, Nastase pare Aramis”. Gli opposti però si attraggono Nel 1970 firma a Roma il suo primo grande successo. Due anni dopo Aramis diventa Nasty.

Il manifesto di Nasty. La sua stagione simbolo inizia alla Royal Albert Hall di Londra. L’arbitro cancella un vincente di Nasty perché una ball-girl sarebbe entrata in campo troppo presto per raccogliere la pallina deviata dal nastro e fa rigiocare il punto. Al cambio campo è show ma alla ripresa l’avversario, Clark Graebner, repubblicano e sostenitore di Nixon, salta la rete, lo prende per la maglia e, secondo il racconto del rumeno gli sussurra: “Finiscila, o ti spacco la testa”. Non vincerà più un game, il giudice di sedia si dimentica perfino il punteggio, e a fine set Nasty lascia il campo perché si sente minacciato. Vince poi lo Us Open, e guadagna 15 mila dollari più di Billie Jean King, che minaccia di boicottare l’edizione successiva e ottiene montepremi uguali per uomini e donne. In finale, batte l’amico l’amico Arthur Ashe. Lo chiama “Negroni”, ed è forse l’unico che può farlo senza passare per razzista: è anche uno dei pochi che attacca i tennisti sudafricani bianchi, privilegiati dall’apartheid. L’antologia delle coreografie che accompagnano lo spettacolo è, al solito, lunga e creativa. Nasty se la prende con un arbitro di colore, Titus Sparrow, e lancia la racchetta a terra. Si copre gli occhi per prende in giro l’avversario dopo una risposta vincente, lancia un asciugamano, fa rimbalzare una pallina non lontano da Jack Stahr, che controlla la riga del servizio, dopo una chiamata che non condivide. Quando serve di più, comunque, dà il meglio di sé. Sul 4-3, a due game dalla vittoria, Ashe subisce un break chiave. Finisce per cedere il quarto parziale e per arrendersi di schianto al quinto: 3-6 6-3 6-7 6-4 6-3. “È un grande giocatore» commenta Ashe nella cerimonia di premiazione, «forse sarebbe ancora migliore se imparasse un po’ di buone maniere. O forse il segreto del successo è tutto qui: essere come Ilie Nastase”. Ma il 1972 è soprattutto l’anno della prima finale di Davis senza il Challenge Round. In una Bucarest blindata per la paura degli attentati di Settembre Nero, che ha insanguinato i Giochi di Monaco, la Romania affronta gli Usa proprio al Tennis Club Progresul, dove Nastase è di casa. Nasty, però, perderà tutti i tre incontri, e nonostante chiamate casalinghe ben oltre i limiti della correttezza e un raccatapalle che si improvvisa massaggiatore per aiutare Tiriac, vittima di un crampo nel quarto singolare contro Stan Smith, gli Stati Uniti vincono 3-2.

La sindrome di Stoccolma. Nel 1975, dopo la squalifica nei quarti di Bournemouth contro il francese Proisy (“Quanto whisky hai bevuto prima di venire qui?” chiede all’arbitro che gli chiama fuori uno smash), al Masters, a Stoccolma, riserva il peggio del suo repertorio ancora per Ashe, presidente dell’ATP e fresco campione di Wimbledon. Alla vigilia dell’incontro per il girone di primo turno, Nastase tiene banco al cocktail bar del Grand Hotel. “Domani lo faccio impazzire”. Quel che succede in campo è storia. Nastase vince il primo set 6-1 ma perde il secondo 7-5. Sul 4-1 15-40, con il rumeno alla battuta, Ashe è ormai avviato alla vittoria. Nastase serve mentre c’è una seconda palla in campo e l’arbitro, il tedesco occidentale Horst Klosterkemper, fa ripetere il punto. Nastase protesta, un tifoso gli grida di smetterla e lui si mette a chiacchierare con un altro spettatore per quasi due minuti. Poi, per quattro volte, mima solo il movimento di servizio e ogni volta grida: “Are you ready, mister Ashe?”, “Sei pronto adesso, mister Ashe?”. Mister Ashe è pronto, ma è anche stufo di quella pantomima, di quella violazione delle regole che lo stesso Nastase, tra i primi ad affiliarsi all’ATP, ha contribuito a scrivere, e lascia il campo. Quasi contemporaneamente, però, Klosterkemper squalifica Nastase perché ha perso troppo tempo. La doppia sconfitta, che nel girone del Masters peserebbe comunque meno rispetto a quanto accadrebbe in un torneo classico, si trasforma il giorno successivo in una vittoria per Ashe dopo una lunga riunione con i due giocatori e i vertici della federazione internazionale. Ashe batterà poi Orantes, e Nastase si presenterà in albergo con un grosso bouquet di rose per “Negroni”, che con quella vittoria gli ha permesso di passare in semifinale. Nasty vincerà il titolo dominando Borg in finale e mettendo in crisi i palinsesti della tv svedese che hanno ipotizzato un match lungo e combattuto.

New York, New York. Riserva però gli spettacoli migliori per chi brama lo show più di tutti, il pubblico dello Us Open. Nel 1976 dà del nazista al modesto tedesco Hans Pohmann che nel terzo set chiama per tre volte l’intervento del medico per crampi. Tre anni dopo, a Flushing Meadows, il secondo turno contro McEnroe viene montato come i grandi match di boxe. E i tifosi ottengono esattamente quello che si aspettano. Nastase subisce prima un penalty point, poi un penalty game, sul 3-1 nel quarto. Per 17 minuti, è caos. Dagli spalti volano lattine, bicchieri, carte, bottiglie. Nastase urla, McEnroe grida di più, e la polizia arriva per sedare eventuali incidenti. L’arbitro Frank Hammond ordina a Nasty di riprendere il gioco. Il rumeno si rifiuta e viene squalificato. Il pubblico, defraudato dello show, protesta ancora più forte. Così il direttore del torneo sostituisce il giudice di sedia con il referee Mike Blanchard, cancella la squalifica e fa terminare la partita. McEnroe vince e Nastase, la sera, lo invita a cena.

Le ultime recite. Gioca la sua ultima finale a Bologna, nel 1981, torneo diretto da Cino Marchese, che l’ha fermato in extremis mentre sta partendo da Heathrow per andare a giocare in Israele. Il campo è nel palazzetto della Virtus, che la domenica della finale si rifiuta di scendere in campo di sera. La finale è riprogrammata di mattina e Nastase, che perderà da Sandy Mayer, si presenta in pigiama e ciabatte. Al Roland Garros 1983 affronta al primo turno il futuro coach di Maria Sharapova, Thomas Hogstedt, che a un certo punto gli alza un lob: Nastase lancia la racchetta e colpisce la palla, che rimbalza nel campo dello svedese. Il punto è ovviamente di Hogstedt, ma il rumeno insiste con il giudice di sedia, vuole che scenda in campo il supervisor Jacques Dorfmann. “Sono 25 anni che giochi a tennis, dovresti sapere che non puoi fare punto se non tieni la racchetta in mano”. “Lo so” gli risponde Nastase. “Volevo solo farti sapere che ero riuscito a fare un colpo del genere”. Anche il supervisor, in fondo, ha diritto allo show.


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