IVAN IL TERRIBILE

Tennis - Oggi è il compleanno di uno dei più grandi tennisti della storia. Dritto micidiale, solidissimo da fondo campo, Ivan Lendl è stato un autentico innovatore del tennis.
giovedì, 7 Marzo 2013

“Era una sorta di birillo snodatissimo, con un faccino teso addosso al teschio come una pergamena a un paralume. Vederlo sorridere, anche da ragazzo, non era facile, e ancor meno facile divenne in seguito. Una volta che glielo chiesi, mi sentii rispondere, aggressivo: ‘Non vedo che così ci sia da divertirsi, lì dentro’. Aveva ragione lui.” (Gianni Clerici)

Per parlare in modo esauriente di Ivan Lendl nel giorno del suo cinquantatreesimo compleanno non basterebbero mille articoli. L’importanza del campione di nascita cecoslovacca, con la sua tecnica innovativa, la sua sperimentazione con le racchette e il suo atteggiamento in campo, solo per citare alcune “pietre miliari” della sua carriera va ben oltre il tennis e rappresenta un punto di riferimento del nostro sport.

Tra i tanti record di Lendl ce n’è uno che viene raramente ricordato. Quando Ivan diventò numero uno del mondo per la prima volta, il 28 febbraio 1983, non aveva vinto ancora un torneo del Grande Slam. Restò in vetta per 11 settimane ma per il suo primo successo in un Major si è dovuto attendere il Roland Garros dell’anno successivo, quando si impose su John McEnroe. Il dato è importante soprattutto considerando che il periodo in cui Lendl è sbocciato come campione era dominato da giocatori come il già citato John McEnroe, Björn Borg, Jimmy Connors e, successivamente, Stefan Edberg, Mats Wilander e Boris Becker.

Tecnicamente ricorderemo Lendl per essere il punto di contatto tra lo stile classico e il tennis di nuova generazione che stava sopraggiungendo, quello prettamente giocato da fondo campo. Ricorderemo soprattutto il suo devastante dritto e la straordinaria solidità dal fondo. Forse non un gesto dalla grande fluidità, quel dritto, eppure è stato l’elemento che più ha distinto il suo gioco, soprattutto con la sua Adidas (una delle prime evoluzioni dal legno ai materiali compositi) con la quale letteralmente prendeva a mazzate i suoi avversari. Ivan Lendl è stato, senz’altro, il primo vero attaccante da fondo del tennis moderno: solidità, ottimo servizio e sistemi di allenamento scientifici ai limiti del fanatismo.

Lendl aveva lo sguardo del killer ed ha rappresentato per anni il “cattivo” nel tennis: aggressivo ed estremamente esigente con se stesso, era famoso per il suo carattere scontroso spesso sottolineato dai suoi colleghi. “Che mostro!”, disse di lui Yannick Noah, “Non voglio avere a che fare con lui. Tutti quei soldi, e mai il tempo per sorridere. Dà al gioco una pessima immagine”. John McEnroe disse: “Ho più talento io nel mio dito piccolo, di quanto ne abbia Lendl in tutto il suo corpo” mentre Jimmy Connors disse addirittura: “In gran parte è diventato il numero uno per abbandono. Guarda, Borg ha lasciato, io sono diventato vecchio e a McEnroe gli si è intorpidito il cervello. Qualcuno doveva essere numero uno. Lendl ha saputo aspettare e gli è andata bene”. A questo dobbiamo aggiungere i suoi atteggiamenti maniacali come il suo continuo spulciarsi le ciglia, l’asciugarsi le mano nelle tasche piene di segatura. Maniacale lo è anche nella sua vita privata e molte sono le leggende che lo riguardano (una tra le tante, l’essersi fatto costruire nella sua villa in Connecticut un campo specifico per allenarsi per lo US Open, proprio da chi il campo dello US Open aveva progettato).

Papà e mamma Lendl erano anche essi tennisti. Sua madre Olga fu persino numero 2 cecoslovacco e quindi il giovane Ivan si ritrovò già inserito in quel mondo di cui sarebbe diventato protagonista. Diventò professionista nel 1978, dopo aver vinto Wimbledon e Roland Garros Junior. Che fosse un talento purissimo lo si capì immediatamente: l’anno successivo era già nella top-20 mondiale e nel 1980, dopo aver vinto sette tornei ed aver contribuito alla vittoria della Coppa Davis della Cecoslovacchia sull’Italia diventò numero 6 per poi balzare nel 1981 al numero 2. Quell’anno vinse la Masters Cup (le odierne ATP World Tour Finals) ed arrivò in finale al Roland Garros, battuto dopo una partita durissima da Björn Borg.

Era solo l’inizio: il giovane Ivan decide di trasferirsi negli Stati Uniti (ne diventerà cittadino nel 1992) e nel 1982 vince 15 tornei su 23 giocati vincendo di nuovo la Masters Cup, raggiungendo la finale degli US Open (battuto da Jimmy Connors) con una striscia da primato di 44 incontri vinti consecutivamente. Nel 1983 due finali di Grande Slam (Australian Open persi contro Wilander e US Open ancora persi contro Connors) e sette tornei vinti lo portano alla vetta della classifica mondiale. Per la sua consacrazione dobbiamo attendere l’anno successivo dove si aggiudica il suo primo Slam a Parigi in un leggendario incontro con John Mc Enroe. Sotto di due set e di un break, Lendl compie una rimonta indimenticabile. McEnroe, fuori di testa per la sconfitta, lasciò il palco della premiazione senza dire una parola, tra i fischi del pubblico francese.

Il resto della carriera di Ivan Lendl è leggenda: nei cinque anni successivi dominò il circuito maschile e la sua continuità lo portò ad essere numero uno del mondo per ben 270 settimane di cui 157 consecutive: due vittorie all’Australian Open (1989, 1990), due al Roland Garros (1986, 1987), tre consecutive allo US Open (1985, 1986, 1987), alle quali dobbiamo aggiungere altri tre successi alla Masters Cup (1985, 1986, 1987) e tutti gli altri tornei (per un totale di 94). L’unico rammarico in carriera è non essere mai riuscito a vincere Wimbledon pur avendo giocato due finali (1986 e 1987, perse rispettivamente da Boris Becker e Pat Cash, decisamente più specialisti dell’erba di lui). Pur di aggiudicarselo almeno una volta, nel 1990 rinunciò al Roland Garros ma fu sconfitto in semifinale da Stefan Edberg.

A causa di problemi alla schiena, nel 1994 Ivan Lendl decise di appendere la racchetta al chiodo e di dedicarsi al golf, togliendosi qualche soddisfazione anche in questo sport. Dal 2012 è tornato nel mondo del tennis come allenatore di Andy Murray contribuendo in modo determinante ai suoi primi grandi successi alle Olimpiadi e allo US Open.

 


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