IVAN LENDL

Intervista al più grande gicatore della storia della Repubblica Ceka
mercoledì, 26 Luglio 2006

<![CDATA[ Anche se il 7 luglio del 1992 Ivan Lendl divenne ufficialmente cittadino degli Stati Uniti d’America, il suo cuore ed i suoi successi sono rimasti per tutti i ceki un patrimonio nazionale. Ivan è nato infatti a Ostrava il 7 marzo del 1960 e ha giocato 14 anni dei suoi 16 di carriera professionistica sotto la bandiera cecoslovacca prima e ceka poi. E’ lui l’icona a cui tutti si sono ispirati grazie ai 94 titoli conquistati in singolare, tra cui spiccano ben 8 successi nello Slam: Australian Open nel 1989, 1990; Roland Garros nel 1984, 1986, 1987 e US Open nel 1985, 1986, 1987.

Unico, grande neo quello di non aver mai vinto Wimbledon anche se ci andò vicino nel 1986 e nel 1987. Nella prima occasione fu il giovanissimo Becker a negargli la soddisfazione e l’anno successivo il “dispetto” più famoso arrivò da Pat Cash. A niente quindi servirono i consigli quasi paterni di Tony Roche, che lo ha seguito come coach per tutta la carriera. Nonostante questa “mancanza” britannica, Ivan Lendl rimane uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, capace di creare problemi ad avversari come Jimmy Connors e John McEnroe, che assieme a lui hanno scritto pagine della storia del tennis. Come le 8 finali consecutive agli US Open, record per cui Ivan si è meritato un premio speciale, che ha ritirato a Flushing Meadows nel 2005. Lo abbiamo intervistato per scoprire com’è la sua vita senza racchetta, ma circondato dall’amore delle sue cinque donne: la moglie Samantha e ben quattro figlie.

Da quando si è ritirato è difficile vederla in giro per il Tour, il tennis non fa proprio più parte della sua vita?
Se tennis significa impugnare una racchetta decisamente no. Dopo nove anni ho giocato per la prima volta poco tempo fa per beneficenza. Ormai la mia vita è dedicata al golf e alle mie figlie, che sul green se la cavano decisamente meglio di quanto facessi io sull’erba di Wimbledon. Se invece parliamo di tennis in tv, confesso che cerco di non perdermi mai le finali degli Slam.

Visto che ha toccato l’argomento, quanti rimpianti ha per non aver sfruttato quelle due finali nel 1986 e 1987?
All’epoca fu una grande delusione, ma oggi sinceramente non ci perdo il sonno. La mia carriera è stata fantastica e credo di aver vinto tutto il possibile.

Sull'erba di Wimbledon l'aiutò comunque molto il allenatore Tony Roche. Oggi lui è al fianco del numero uno mondiale Roger Federer. Crede che riuscirà a fargli vincere il Roland Garros?
Spero proprio di si. Sia per Federer che è uno dei più grandi talenti che abbia mai visto, sia per Tony che rimane sempre un carissimo amico.

Passando da talento a talento, che opinione ha di Rafael Nadal?
I suoi risultati parlano decisamente chiaro. Secondo me sarà un osso duro da battere sulla terra per moltissimi anni.

Quando giocava lei chi erano gli ossi duri da battere?
Personalmente ho avuto momenti difficili sia con Jimmy Connors che con John McEnroe. I nostri scontri sono stati memorabili e la nostra rivalità in campo davvero grandissima. Poi sono arrivati Becker e Edberg, altri due immensi campioni. Per Stefan ho sempre avuto un rispetto particolare, sia come uomo che come atleta.

Ha più rivisto Connors e McEnroe?
Ho incontrato John a Flushing Meadows perché fa il commentatore tv, credo che sia la carriera più giusta per lui. Ci siamo salutati e non picchiati come si aspettavano in molti. Purtroppo, invece, non ho avuto occasione di rivedere Jimmy, anche se mi piacerebbe.

Prima abbiamo parlato dei momenti brutti legati a Wimbledon, quali sono invece i ricordi più belli?
Ogni vittoria in uno Slam è speciale e cancella quella precedente. Per me, che ne ho vinti otto, è davvero difficile scegliere una. Magari posso dire che le prime volte in ogni torneo danno un’emozione particolare, ma sono tutti successi indimenticabili.

Concludiamo parlando della Repubblica Ceka. Lei ormai è americano, torna mai nella tua ex Patria?
In passato lo facevo più spesso, ma oggi c’è la scuola delle ragazze


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