FEDERER, LJUBICIC NUOVO COACH

Stefan Edberg lascia. "Sapevamo che il 2015 sarebbe stato il mio ultimo anno da coach di Federer". Nel team entra l'amico Ivan Ljubicic.
mercoledì, 9 Dicembre 2015

TENNIS – Roger Federer si rinnova ancora. Dopo due anni, termina il rapporto col suo idolo Stefan Edberg, che si è rivelato uno dei coach in grado di influenzare di più il suo gioco nelle sue 17 stagioni da professionista. Dal 2016, entrerà nello staff Ivan Ljubicic, che molto probabilmente più di qualcosa già sapeva quando ha deciso di lasciare solo a Riccardo Piatti la cura di Milos Raonic.

“Mi sentirò sempre parte del suo team, spero di poterlo andare a vedere in qualche torneo nel 2016, ma l’accordo era chiaro, era l’ultimo anno che avrei potuto seguirlo” ha spiegato lo svedese, scelto all’inizio del 2014 con un contratto annuale e poi convinto a rimanere anche per tutto il 2015. Accolto con qualche scetticismo, ha trasformato il gioco di Federer, come forse solo Lundgren e Roche avevano saputo fare. Non è un caso che i tanti allenamenti sulle discese a rete, sul timing in risposta e l’avvicinamento alla volée abbiano prodotto quello che rimarrà il marchio del 2015 di Federer: lo sneaky attack, la SABR. Se lo svizzero ha chiuso il 2014 con 73 vittorie e 12 sconfitte e quest’anno con un record di 63-11, se si è rivelato l’unico vero avversario in grado di fermare il Djokovic dominatore del 2015, una parte del merito è sicuramente dello svedese.

“Mi ha insegnato molto, e la sua influenza sul mio gioco resterà viva; sarà sempre parte del mio team” ha scritto Federer. “Severin Luthi, con cui lavoro dal 2008, continuerà ad essere il mio coach. Sia Daniel Troxler, il mio fisioterapista, che Pierre Paganini, il mio storico preparatore atletico, rimarranno parte del mio staff tecnico”.

Edberg tornerà a seguire la CASE, la compagnia di risparmio gestito (asset management) di cui è azionista di maggioranza dal 2004, che gestisce soprattutto i fondi Funds Safe Play e Fair Play destinati prevalentemente a imprenditori e sportivi, in cui a marzo è entrato, come azionista di minoranza, una leggenda dell’hockey svedese come Nicklas Lidström. “Fin dall’inizio” ha detto, come si legge sul sito dell’ATP, “era chiarissimo che sarebbe stata una partnership speciale, che avrei lavorato con il più grande ambasciatore che il tennis abbia mai avuto. Ho avuto la straordinaria opportunità di tornare sul circuito e ho visto quanti progressi abbia fatto questo sport. Credo che Roger abbia ancora molto da dare e possa ancora vincere i grandi tornei”.

“Dovrebbe essere una transizione facile” ha detto Paul Annacone, che pur senza apportare rilevanti innovazioni tecniche nei suoi anni al fianco di Federer, ha portato lo svizzero a poggiare di più sull’anticipo e a cercare la rete con più costanza, le armi con cui ha vinto il suo quinto Masters (in finale su Nadal) e il suo ultimo Wimbledon, con cui è tornato numero 1 del mondo fino a toccare, unico nella storia dell’ATP, le 300 settimane in vetta al ranking. “Luthi rimane il collante del gruppo, che tiene unite tutte le altre figure. Ed è questo che rende così singolare il ruolo di coach di Federer. Non è tanto la questione della conoscenza tennistica, è la dinamica dell’ambiente di Roger, che è grandioso ma molto complicato”.

A 34 anni lo svizzero, che ha già preso impegni con gli organizzatori di tornei per il 2017, dimostra dunque di voler ancora rinnovarsi, di avere ancora stimoli per cercare nuove strade. “Gli esterni non hanno idea di quanto Roger ami allenarsi e giocare a tennis. E’ una persona intelligente, saprà benissimo quello di cui ha bisogno” diceva Annacone al momento di separarsi dal suo staff. Il principio-guida di Federer, in fondo, rimane sempre lo stesso. “Quando ti piace davvero fare qualcosa, trovi sempre le motivazioni per cercare di farla meglio”, come diceva qualche tempo fa: è il paradigma della sua personale quest for perfection, nutrita con la dedizione alla preparazione e la comprensione profonda del gioco e degli obiettivi che Paganini testimoniava in un’intervista del 2012. “Quando abbiamo iniziato a lavorare full time nel 2000, gli ho proposto un esercizio complesso: ho sentito, mentre lo stava eseguendo, che era perfetto. Alla fine mi ha spiegato perché gli avevo chiesto di farlo. Da atleta, non solo aveva capito come farlo. Aveva anche capito perché. Lui non è uno che consuma. Lui crea. La sua vita gira intorno al tennis, ma allo stesso tempo sa come staccare un po’. Sa che il recupero è una parte importante del processo, poi torna più motivato di prima per allenarsi ancora. Quello che trovo interessante è che ha la stessa motivazione oggi di quando era junior. Direi addirittura una spinta maggiore per quanto riguarda il lavoro fisico. Da ragazzo era un artista che voleva essere un artista. Ora è un artista che sa esattamente cosa fare per esprimere i suoi virtuosismi”.

Tre anni dopo, il ritratto conserva tutta la sua attualità e la potenza euristica. Adesso, Federer è un artista consapevole di aver raggiunto una completezza tecnica assoluta, che ha scelto di cambiare nel segno della continuità. Ljubo, nonostante in carriera l’abbia sconfitto solo tre volte su sedici, è da sempre grande amico dello svizzero e a marzo ha accompagnato Mirka e i bambini a Disneyland. Ljubo corrisponde perfettamente al profilo della figura che in questo momento gli può essere più utile. Un elemento di confronto, uno sguardo attento, differente, profondo.

“Ljubo porterà familiarità, esperienza, una nuova prospettiva” ha detto Annacone, “qualcosa di diverso cui pensare, e a questo punto della carriera, per un giocatore dalla mente così aperta come Federer, può essere solo un bene”. Anche, o forse soprattutto, per mantenere alte le motivazioni, per provare nuove sensazioni e nuove soluzioni. “Perché un conto” conclude, è sapere molto di tennis, un altro è sapere come trasferire quella conoscenza nel modo in cui il giocatore ha bisogno di ascoltarla”. E Ljubo sa bene come riuscirci.


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