JACK SOCK, IL SOGNO AMERICANO

Gli Stati Uniti, alle prese con un’evidente crisi, hanno dominato la prova maschile juniores del recente U.S. Open, grazie all’inatteso tennista di Kansas City
domenica, 19 Settembre 2010

Roma – Come ogni tematica che col passare del tempo smarrisce parte del proprio significato originale, anche il “sogno americano” è giunto ai giorni nostri privo di quel carattere fiabesco con cui inizialmente veniva rappresentato. Stritolato dalle accuse che lo vogliono enfatizzare il benessere materiale come unico canale per il conseguimento della felicità, l’”american dream” ben si allontana dalla sua configurazione originaria, che rintracciamo nei racconti del XIX secolo di Horatio Alger. Fu proprio l’autore del Massachusetts, ormai poco ricordato, a scrivere per primo del concetto or ora illustrato, traendo da questo lo spunto per completare oltre 100 novelle, in cui il protagonista, proveniente dalle classi più infime della società, riusciva, attraverso l’abnegazione, il duro lavoro e il coraggio, ad ottenere successo e una certa sicurezza economica: il sogno americano nella sua versione più pura, appunto. Un’ascesa sociale che ben si presta al mondo sportivo, dove molte storie da fiaba si realizzano, anche se non tutte, in realtà, hanno i crismi per poter ambire all’etichetta di “sogno americano”. Tra queste poche, trova spazio il ritratto di Jack Sock.

Jack e il suo coach.
Da una settimana a questa parte, il nome Jack Sock è diventato molto noto tra gli appassionati di questo sport, soprattutto quelli che amano andare oltre ai titoli di copertina. Questo quasi diciottenne statunitense è infatti il vincitore dell’ultima edizione dello U.S. Open junior, un titolo di grandissimo prestigio che non vedeva il ragazzo nativo del Nebraska tra i papabili trionfatori. Eppure v’è riuscito, ripagandosi dei grandi sforzi fatti sin dalla più tenera età. Iniziato al tennis tra i 7 e gli 8 anni, il giovane Jack ha cominciato ad amare questo sport nella sua città natale, vale a dire Lincoln, sotto la guida di Mike Wolf. Dopo due anni in cui il divertimento ha comunque avuto una sua componente importante nel corso degli allenamenti, giunse come un fulmine a ciel sereno la notizia che Wolf di lì a poco se ne sarebbe andato da Lincoln per trasferirsi a Kansas City, dove avrebbe potuto aprire un’accademia ed aver un bacino d’utenza ben più esteso. Jack stava compiendo grandi progressi alla corte di Mike, per cui abbandonare questo processo di punto in bianco sembrava un’ipotesi non percorribile. La famiglia Sock optò quindi per non impedire al figlio di continuare a seguire le lezioni del maestro, pur non potendo abbandonare la città di Lincoln, dove il padre svolgeva la sua attività. Decisero infatti che ogni sabato avrebbero lasciato il sud del Nebraska per scendere fino a Kansas City, facendo il viaggio inverso la domenica sera: 400 miglia tra andata e ritorno, una situazione che si è protratta per un anno, fino a quando Jack, con madre e fratello, si è trasferito a Kansas City in pianta stabile, venendo raggiunto dal padre in un secondo momento.

Jack e la scuola.
A Kansas City Jack ha proseguito la sua esperienza con Mike Wolf – assieme al fratello Eric – nella nuova “casa” del suo allenatore storico, ma, nel frattempo, ha completato anche il suo iter di studente. La high-school prescelta dal giovane nativo di Lincoln è stata la Blue Valley North, di cui è divenuto, scontato a dirsi, la punta di diamante del team tennistico. L’allenatrice scolastica, Ann Dark, ne ha da subito esaltato le qualità, ma soprattutto la decisione, che appare desueta, di non abbandonare mai il circuito interscolastico. Jack non ha mai lesinato le sue partecipazioni a quelle competizioni che lo incoronano come una delle più interessanti realtà tennistiche statunitensi, mettendo in fila ben tre successi nei campionati di fine-anno dello stato del Kansas e chiudendo le annate imbattuto, con imbarazzanti 6-0 6-0 nelle finali. Sock, nonostante le vittorie nette, non ha perso la voglia di rappresentare la Blue Valley North nella East Kansas League. “E’ stata una sua scelta, che secondo me invece è la più normale che abbia affrontato” – dice Wolf  “perché quello che fa in campo, invece, quello no che per me non è poi così normale”. Chissà quale sarà invece il suo pensiero quando Jack, nel prossimo autunno, stabilirà definitivamente il suo futuro scolastico, scegliendo il college a cui andare per i successivi quattro anni. Ci sono più di 10 atenei che si sono fatti avanti per averlo tra i propri corridoi, ma dopo questa vittoria tutto andrà ridiscusso, anche un suo eventuale passaggio diretto tra i professionisti.

Jack e Kalamazoo.
Che Jack non sia soltanto un’attrazione da tornei scolastici, ma anche un giocatore che potrebbe davvero ben figurare nelle competizioni professionistiche, lo si è evinto nelle prime manifestazioni che il talentino americano ha disputato nel circuito ITF, per la precisione sul finire della scorsa stagione. Ad Amelia Island, in Florida, Sock ha colto anche il suo primo titolo assoluto, spingendo sempre più in alto la propria candidatura a futura rivelazione yankee. Una tappa importante lungo questa sua ascesa è stata vissuta lo scorso mese di agosto, quando, forte della terza testa di serie, ha preso parte ai campionati nazionali under 18, come sempre organizzati nella città di Kalamazoo, nello stato del Michigan. Una competizione piuttosto inconsueta, che si disputa in 9 giorni e vede al via ben 192 giocatori, tutti collocati lungo un infinito draw con 256 spot. Raggiungere la fine di quella manifestazione è di per sé già un’impresa e una grandissima soddisfazione, che Sock parve impossibilitato a concludere quando, dopo aver vinto il suo secondo incontro contro Justin Rossi per 7-5 3-6 6-3, è stato costretto a farsi ricoverare in ospedale a causa di una forte disidratazione. Un problema in cui non incorreva per la prima volta, ma che già lo aveva colpito lungo l’estate: una questione annosa che ne smontava le ambizioni, come in quelle novelle in cui il protagonista, giunto ad un punto importante lungo la sua risalita sociale, vede frapporsi un ostacolo invalicabile, come gli endemici problemi di idratazione di questo eroe moderno. Sock, dopo cinque ore passate tra le corsie, è stato poi dimesso, in tempo utile per non farsi trovare impreparato al successivo incontro. La cavalcata a Kalamazoo continuava poi, tra partite più o meno difficili, fino alla finale, dove superava per 6-2 7-5 6-4 Bob Van Overbeek: era questo il primo incontro sulla lunga distanza mai giocato da Jack, che avrebbe però dovuto prendere confidenza con questa tipologia di dispute, perché il successo gli aveva garantito una wild card per il tabellone principale degli U.S. Open

Jack e i tennisti pro.
L’allievo di Mike Wolf diventava il primo giocatore della storia proveniente da Kansas City a disputare un torneo del Grande Slam e, coi suoi 18 anni da compiere il 24 settembre, era anche il più giovane dei 128 al via. Il sorteggio lo abbinava a Marco Chiudinelli, tennista svizzero che lo precede di quasi 600 posizioni nella classifica ATP e che è nato ben 11 anni prima. Tutt’altra esperienza, insomma, che non impediva però a Sock di conquistare un set, il terzo, col punteggio di 6-1. Le sensazioni vissute erano perlopiù positive, tanto che Jack decise di richiedere una wild-card, ovviamente concessa, per il torneo juniors: questo implicava che la permanenza a New York si prolungasse di altri 10 giorni, nei quali avrebbe avuto l’occasione di palleggiare con tutti i più grandi campioni attuali “Federer, Djokovic, Wawrinka, Querrey, Mathieu..Ho avuto la possibilità di allenarmi con tutti loro, grazie all’intervento della mia federazione, ed ho potuto così testare le mie qualità. Sono davvero dei ragazzi molto molto forti, ma al di là dell’innegabile bravura, resti colpito dalla loro voglia di sacrificarsi, di migliorarsi, nonostante ti paiano già irraggiungibili. Per questo ho capito che, se continuo ad allenarmi duramente, magari in futuro ci sarò io nel loro ruolo a scambiare qualche palla con i giovani giocatori delle competizioni juniors.” Senza dimenticare il messaggio recapitatogli da uno dei più grandi esponenti sportivi del suo stato d’origine, il Nebraska “Andy Roddick mi ha ricordato di non guardarmi mai alle spalle, di non aver rimpianti, di allenarmi tutti i giorni con grande caparbietà: solo così potrò davvero mettere in mostra tutto il mio valore.

Jack e la vittoria.
Praticamente privo di esperienze nel mondo juniores, Sock non si è comunque mai mostrato timido nel corso della prova che si svolge parallelamente alla seconda settimana del torneo dei grandi. Ha sicuramente incontrato delle difficoltà, questo è ovvio, ma sarebbe stata un’utopia immaginarsi uno scenario differente: eppure, fino all’atto conclusivo, Jack aveva superato Ouyang, Heller, Dzumhur, Baluda e Fucsovics, vincitore del titolo a Wimbledon, senza lasciare per strada alcun set. In finale, poi, dall’altra parte della rete avrebbe trovato Denis Kudla, un coetaneo nato in Ucraina, ma attualmente battente bandiera a stelle e strisce. Una sicura rivincita per il tennis statunitense, che vive un periodo davvero grigio, acuito quest’anno quando ha dovuto assistere al primo aggiornamento del ranking mondiale, durante il mese di agosto, che non includeva alcun suo rappresentante tra i top-10. Una finale tutta americana era un toccasana necessario, col pubblico che in maniera del tutto spontanea divideva le proprie simpatie tra i due contendenti, sulle tribune del campo numero 11 di Flushing Meadows. Il titolo, dopo un incontro durato tre set, ma dominato da un certo punto in avanti da Sock, lo avrebbe vinto il ragazzo di Kansas City, che alla sua prima partecipazione Slam, metteva il punto esclamativo a due settimane da sogno. Un sogno americano.

Jack e… il suo nome. Se la sua storia ricorda effettivamente una novella a lieto fine in stile Horatio Alger, sebbene tanto ancora vi sia da scrivere per definirla realmente conclusa, il suo nome, Jack Sock – banalmente traducibile in Giacomo Calzino – è stato spesso oggetto di domande ridanciane, addirittura durante le conferenze stampa. Sono arrivati a definirlo un nome da eroe di un libro comico, con quel classico umorismo molto in voga nei paesi di lingua anglosassone: Sock non se l’è mai presa, rammentando in realtà quanto semplice sia questo nome, monosillabico, e quanto difficilmente possa venire dimenticato da tifosi, stampa e da chiunque altro. Un vantaggio non da poco. E se a qualcuno continuerà a far ridere, c’è la certezza che proseguendo lungo questa strada nessuno avrà motivo di rallegrarsi più dello stesso Sock, alle prese con un futuro che si prefigura quantomeno radioso.


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