JAMES McGEE, MEMORIE DAL SOTTOBOSCO

TENNIS - James McGee, 26 anni, numero 1 d'Irlanda, racconta le vicissitudini dei tennisti di seconda fascia, costretti a enormi sforzi per sopravvivere nel circuito. Tra parassiti e borse mai arrivate a destinazione, c'è spazio anche per qualche raro momento di grazia
sabato, 11 Gennaio 2014

Tennis. Il suo Australian Open è durato poco meno di due ore. Sul campo 12 di Melbourne Park ha ceduto in due set nel primo turno di qualificazione, giocato contro il taiwanese Jimmy Wang. 7-6 (2), 7-5 in un’ora e 44 minuti di gioco. Nonostante la delusione patita, James McGee, 26 anni, nato a Dublino, un’ora dopo la fine del match riesce comunque a trovare dei motivi per sorridere: “Ci sono stati degli sprazzi di grande tennis nei quali ho pensato ‘wow, sto giocando alla grande’. Ma non potevo mantenere quel livello per tutta la partita. Ovviamente sono molto deluso per la sconfitta, ma alla fine la cosa importante è sapere che sto giocando ad alti livelli”.

E il suo attuale livello, numeri alla mano, è più alto di quanto non lo sia mai stato. McGee è infatti il numero 1 d’Irlanda; occupa la posizione numero 214 (132 caselle in più rispetto a un anno fa) ed è il solo giocatore irlandese tra i primi 400 del mondo.

L’Australian Open 2014 è stato solo il secondo evento del Grande Slam disputato da McGee dopo Wimbledon dello scorso anno (uscì al primo turno delle qualificazioni anche in quella circostanza). Le qualificazioni di Wimbledon però si tengono al Roheampton Club, quindi mercoledì è stata la prima volta in cui McGee ha calcato il campo di un torneo del Grande Slam.

Nel complesso, i ricordi di questa esperienza non possono che essere ottimi: “Prima ho fatto il bucato, poi ho fatto una buona sessione di allenamento e lì mi sono detto ’cavolo, questo è il mio sogno, è semplicemente tutto ciò che voglio, non c’è nessun altro posto al mondo in cui vorrei essere in questo momento’, capisci?”

Un soggiorno particolarmente gradito, quello australiano. E non poteva essere altrimenti, dopo anni e anni passati a peregrinare per il mondo, giocando tornei anche nei luoghi più impensabili, in condizioni atmosferiche decisamente al limite. Situazioni con le quali un giocatore di questo livello deve imparare a convivere. Basti pensare che mentre i top players erano impegnati a Flushing Meadows per gli US Open, James (che è rimasto tagliato fuori dalle qualificazioni per due posti) viaggiava verso il Gabon in cerca di punti per la classifica. Da lì è tornato sì con un trofeo, ma anche con due parassiti che gli sono costati uno stop forzato di due mesi.

Ma non c’è solo quella vissuta in Gabon, tra le vicissitudini del giovane irlandese. Dopo una distorsione alla caviglia rimediata in un incontro di Davis contro Cipro nel 2009, McGee è volato (da solo) in Siria per un torneo Futures, ovvero il livello più basso del tennis professionistico. Lui è arrivato a Damasco, ma la sua borsa da tennis no. “Non avevo nessuna racchetta e nemmeno le mie scarpe da tennis, e inoltre zoppicavo per l’aeroporto con una caviglia malconcia”, ricorda. Qualche ora dopo bisognava scendere in campo, quindi McGee ha rimediato in prestito l’attrezzatura e si è presentato all’incontro, dove ad attenderlo c’era un indiavolato giocatore locale. “Sono andato in campo mezzo addormentato, pensando tra me e me ‘cosa diavolo ci faccio qui?’ e ‘devo sopportare tutto questo per un misero punto Atp?’. Sai, arrivato a quel punto, cominci a fartele certe domande.”

“Su un lato del campo c’era questo ragazzo con un tamburo che già dal primo punto del match ha cominciato a percuotere: Bam! Bam! Bam! Bam! C’erano qualcosa come 35, 40 gradi – una sorta di fornace. C’è stato un momento nella partita in cui mi sono fermato e ho cominciato a pensare: ‘Ma ne vale veramente la pena?’”, continua McGee. “Praticamente non posso muovermi, sto usando le racchette di qualcun altro, le scarpe di qualcun altro e sto giocando contro un giocatore che probabilmente vuole uccidermi”.

McGee vinse quell’incontro, raggiungendo poi la semifinale del torneo, in quella che per lui si è rivelata essere una delle migliori settimane dell’anno – quantomeno in termini di risultati.

McGee, che ha guadagnato 94.673 $ di premi in carriera, è uno dei più fervidi sostenitori della causa perorata dai giocatori di medio-basso livello, che spingono per una più equa redistribuzione dei premi in denaro. Nel giugno scorso ha scritto sul suo blog un appassionato post di oltre 3600 parole, in cui spiega nel dettaglio gli sforzi finanziari che devono affrontare i giocatori di seconda fascia, le loro peripezie, come, per esempio, il doversi fare il bucato nelle vasche degli hotel.

La federazione irlandese di tennis non gli fornisce alcun tipo di sostegno finanziario, al contrario di quanto fanno invece le federazioni più grandi e importanti – come la United States Tennis Association o la Britain’s Lawn Tennis Association – con i propri atleti.

Chissà se è un bene o un male, dice James. “Guarda, osservandoli ho capito che forse i ragazzi inglesi non hanno la stessa fame che ho io. Io ho una fame enorme, che mi ha portato fino a dove sono adesso”.

Senza premi in denaro sufficienti e senza sponsorizzazioni che gli consentano di pagarsi un coach, McGee è costretto a viaggiare da solo per la maggior parte dell’anno. Non esattamente una cosa semplice.

“Ho avuto dei momenti veramente brutti, ad essere onesti”, afferma McGee. “Soprattutto dopo alcune sconfitte. Quando torni nella tua camera d’albergo consapevole del fatto che avresti dovuto vincere, e magari hai anche avuto match point a favore, e sei solo tu. Ricordo l’esperienza che ho avuto in Romania quest’anno. Ero da solo e ho avuto uno di quei momenti in cui scavi nel profondo della tua anima chiedendoti ‘perché sto facendo tutto questo?’”

Senza alcun tipo di supporto, McGee si è aiutato con libri motivazionali e anche qualche video su YouTube.

“Può essere un bello stile di vita quando vinci, ma quando perdi si fa davvero dura”, dice. “Devi essere forte mentalmente per fare questo sport, credo. E devi avere la volontà, il desiderio di farlo. Io credo proprio di averlo”.


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