JANA, L’ULTIMA MOHICANA

Attaccante istintiva, forse ingiustamente bollata come debole di carattere, compie 42 anni l'interprete di un tennis ormai estinto. Tre finali a Wimbledon, di cui una vinta, e quindici major in doppio per la ceca.
sabato, 2 Ottobre 2010

Dopo di lei, solo Amelie Mauresmo e Justine Henin hanno provato ad emularne i gesti, ma con scarsa convinzione. Perché per Jana Novotna la ricerca costante della rete era un bisogno, non una scelta ponderata. Sembrava un ghepardo, con il busto proteso in avanti e le ginocchia flesse, piccoli passi di avvicinamento senza perdere di vista la preda, prima di spiccare il balzo per liberarsi dei rimbalzi e colpire la pallina al volo. Dispiace doverlo rimarcare, ma con il ritiro di Jana si è di fatto estinta una splendida razza, che forse potremo recuperare solo tra qualche decennio magari trapiantando di nascosto cellule degli ultimi esemplari in qualche giovane promessa che voglia affrancarsi dall’omologazione che domina attualmente il circuito femminile.

Bando però alle facili nostalgie, perché oggi è un giorno di festa e l’intenzione è di lasciare ai posteri un’immagine diversa della campionessa ceca. Diversa, soprattutto, da quella che fece un paio di volte il giro del mondo all’indomani della sua clamorosa sconfitta nella finale di Wimbledon 1993. Sprecata l’occasione di salire 5-1 nel terzo set, dopo aver perso il primo al tie-break e vinto il secondo 6-1, la Novotna non ne azzeccò più una giusta e consentì a Steffi Graf di infilare cinque giochi consecutivi. Così la duchessa di Kent porse alla tedesca il quinto dei suoi sette piatti istoriati e alla Novotna la spalla quale appoggio per il pianto inconsolabile di chi sa (o pensa) di aver sprecato una occasione unica.

Invece, con molta più caparbietà di quanto non le sia mai stata riconosciuta, Jana ebbe altre due chance nella sua lunga carriera e seppe gustarsi con inconsueta freddezza il piatto della vendetta; nel 1997 ritornò in finale e perse con Martina Hingis dopo aver vinto il primo set (“avevo concluso la semifinale con la Sanchez, una splendida partita, con un infortunio che si ripresentò il giorno della finale; capii subito che non avrei potuto farcela, ma rimasi in campo” ebbe a dire a proposito di quel match) ma l’anno dopo non ci furono intoppi sulla strada che conduceva al meritato successo e la Novotna si presentò al gran giorno da favorita contro la francese Tauziat. Ma non bisogna fermarsi alle apparenze, perché nei giorni precedenti la finale Jana aveva sconfitto prima Serena Williams (che stava studiando da campionessa e le mancavano pochi esami) e poi la stessa Hingis, che campionessa (in carica) lo era già.

Quindi, facciamo scorrere la gigantografia di una quasi-trentenne che sorride con il volto illuminato dai riflessi del Venus Rosewater Dish e disse, senza mezzi termini, che “le teen-ager sono sopravvalutate e devono confermare le promesse con i risultati”. In parte aveva ragione, in parte no, ma la ceca sentiva che il rispetto verso la vecchia guardia, di cui faceva parte, era un atto dovuto. E come dare torto a una che aveva iniziato a incrociare la racchetta con totem della forza di Evert e Navratilova e, una dozzina di anni dopo, aveva frenato l’irruenza della nouvelle vague capeggiata dalle Williams e dalla Hingis.

Tra le sua avversarie storiche, indimenticabili le 21 sfide sostenute contro Arantxa Sanchez nel più classico tra i duelli di stile (11-10) mentre le furono particolarmente indigeste Steffi Graf (29-4 per la tedesca, battuta però per 8-6 al terzo in uno splendido quarto di finale a Melbourne nel 1991), Lindsay Davenport (0-6), Gabriela Sabatini (3-10) e, autentica bestia nera fatta eccezione per le fuoriclasse, l’austriaca Judith Wiesner, che si aggiudicò ben otto dei tredici confronti diretti.

Ma a Jana Novotna le aride cifre vanno strette, perché il suo gioco esulava dai calcoli e si sublimava nell’istinto. Anche se “la gente si è fatta di me l’idea che io sia troppo seria, mentre non è quello il mio carattere. All’inizio della carriera ero quasi ossessionata dal desiderio di arrivare in alto e di conseguenza reagivo malamente alle situazioni negative. Con il passare del tempo però sono riuscita ad affrancarmi da questa condizione e non è un caso che i migliori risultati siano giunti sulla soglia dei trent’anni”. Oltre a Wimbledon, un Master WTA e altri 22 titoli in singolare più una Federation Cup (giocando però solo in doppio) e 15 slam in doppio e nel misto; il 7 luglio del 1997 è stata numero 2 del mondo, suo best-ranking.

Tanti auguri Jana, l’ultima di una stirpe.


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