JANA NOVOTNA E IL SUO VIAGGIO TRA I FANTASMI

TENNIS - Jana Novotna compie oggi quarantacinque anni. Tra le ultime esponenti di un tennis ormai lontano, dotata di un talento fuori dal comune ma spesso prigioniera di se stessa. Una carriera tra vittorie dilapidate e fantasmi mai sopiti, prima del trionfo che sa di liberazione
mercoledì, 2 Ottobre 2013

Tennis. “Penso che fosse il momento giusto per ritirarmi. Al giorno d’oggi il tennis è così incredibilmente veloce che il mio stile era già passato di moda”. Aveva ragione, Jana Novotna. Il suo tennis, fatto di serve and volley, dritti in chop e chip and charge, nel 1999 era già quasi vecchio, odorava di stantio. Un’antica forma d’arte, vetusta e preziosa, ma superata. In quegli anni le sorelle Williams si affacciavano al grande tennis, pronte a imporre il proprio dominio negli anni a seguire. Fisicità, (debordante) potenza e regolarità le parole chiave. Storie vecchie, già sentite; argomenti triti, inflazionati. Nostalgia che pizzica le corde del patetismo. Purtroppo quegli attacchi in controtempo, la ricerca continua della rete come se non esistessero altre soluzioni, le rasoiate in back, il serve and volley come dogma imprescindibile, sono – ahinoi – sprazzi di bellezza sbiadita, fioche reminiscenze imprigionate nelle stanze della memoria. Jana quel tennis – oggi così evanescente, così radicalmente “altro” – lo materializzava con tutta la classe di cui disponeva. Mano e sensibilità da artista, tocco vellutato e timing perfetto. Un talento vero, autentico.

La prima racchetta l’ha presa in mano che aveva 8 anni, “un po’ tardi rispetto a come siamo abituati al giorno d’oggi. Ma penso che per i miei tempi fosse giusto così, avevo altri interessi oltre al tennis”. Nel 1986 si affaccia al tennis professionistico e nel 1990, al Roland Garros, centra la sua prima semifinale Slam in singolare battendo la Sabatini agli ottavi e la Maleeva ai quarti. Sbatterà poi contro Steffi Graf, come già le era capitato nel terzo turno dell’edizione del 1987 dello Slam parigino. Nel 1991 si prende la rivincita battendo la tedesca ai quarti dell’Australian Open (8-6 al terzo set). Proprio in quel torneo raggiunge la sua prima finale Slam, perdendola contro Monica Seles per 7-5, 3-6, 1-6. Il 1992 è un anno di magra, in cui raggranella – perdendole – tre finali (a Chicago contro la Navratilova, a Leipzig e a Brighton contro la Graf) e poco altro.  Nel 1993 arriva in finale a Wimbledon giocando un tennis sontuoso. Elimina la Sabatini ai quarti, poi Sua Maestà Martina Navratilova in semifinale. Nell’atto conclusivo si trova davanti ancora Steffi Graf, quattro volte campionessa sui prati di Church Road. Perde il primo set al tie-break, poi vince il secondo annichilendo la sua avversaria con un perentorio 6-1. Nel terzo però va in scena il dramma. Jana va a un passo dallo storico trionfo, prima di sciogliersi e cedere di schianto. In vantaggio per 4-1 e sul 40-30, ha la palla del quasi definitivo 5-1. Un match che sembra(va) ormai in cassaforte, una vittoria a portata di mano. E invece. La palla del 5-1 si tramuta in un doppio fallo, le certezze si disfano, si sfibrano per poi crollare definitivamente. Jana subisce il break; ha la possibilità di riprenderselo subito ma, sul 15-40, spreca le due palle dell’immediato contro-break, palesando una preoccupante labilità emotiva. Errori su errori, una spirale che si autoalimenta. Sul 4-3, con ancora un break di vantaggio, rimette definitivamente in partita la tedesca con tre doppi falli che le costano il secondo turno di battuta consecutivo. La partita è segnata. Durante la premiazione non regge e scoppia in lacrime sulla spalla della Duchessa di Kent. “Ha vinto Steffi, non ho perso io”, dirà in seguito, quasi a voler nascondere a se stessa una verità troppo amara.

In doppio vince praticamente tutto. Nel 1994 si aggiudica il suo decimo titolo dello Slam (tra doppio e doppio misto) a Flushing Meadows, trionfando con Arantxa Sànchez Vicario. Ma non è abbastanza. La consacrazione in singolare rimane il suo cruccio. L’instabilità emotiva sembra però un ostacolo insormontabile; prevale sul talento, limitandone le potenzialità. Jana è troppo fragile, non ha il quid della campionessa, le manca il cinismo, il killer instinct dei più grandi. Il terzo turno degli Open di Francia del 1995 è probabilmente l’emblema di una carriera passata a galleggiare tra splendidi acuti e inspiegabili scivoloni. Opposta alla 19enne Chanda Rubin, numero 53 del mondo, Jana perde il primo set al tie break e poi va sotto 1-3 nel secondo. La giovane americana – che mai aveva battuto una top 10 – sente però il peso della possibile impresa, sbaglia troppo, cala fisicamente e subisce il rientro della numero 5 del seeding, che si assicura la seconda frazione di gioco mettendo in fila 5 game consecutivi. Da quel momento la partita diventa una piacevole discesa per la ceca, che in un attimo si issa sul 5-0 nel terzo e decisivo set. Proprio in quel momento però, sul punto di chiudere la partita, qualcosa si inceppa nei suoi meccanismi di gioco. Jana va in tilt, spreca, sbaglia, aspetta che la sua avversaria le consegni la partita. Butta via cinque match point e perde il servizio; serve una seconda volta per il match e non sfrutta un altro match point. Frattanto la Rubin si riprende, riacquista fiducia, ritrova i suoi colpi e comincia a credere nell’impresa. L’avversaria che ha di fronte si sgretola pian piano, ricaccia indietro lacrime di rabbia e frustrazione, si fa prendere dal panico. Proverà vanamente a rientrare in partita, Jana. Alla fine i match point non sfruttati saranno 9. “Anche se ero in vantaggio, non ho mai sentito di avere la partita sotto controllo. Non ho dovuto faticare più di tanto per ritrovarmi sul 5-0, 40-0. Chanda sbagliava cose facili e i game andavano via rapidamente, ma guardandola in faccia ho capito che non era ancora finita. Ora è facile criticare, ma questo è il tennis, e noi siamo solo esseri umani”. Un’altra vittoria prima costruita e poi scialacquata. I nervi che cedono, i dubbi che emergono; vecchi fantasmi mai sopiti.

Nel 1997 gli dei del tennis le concedono un’altra possibilità sui sacri prati di Wimbledon, ma in finale subisce la rimonta della Hingis. Sembra l’epilogo definitivo, il tramonto di ogni velleità di vittoria. L’anno successivo invece torna ancora in finale, ancora a Wimbledon, quasi a voler suggellare un percorso tanto lungo quanto complicato, iniziato quattro anni prima. Batte la Hingis in semifinale con un doppio 6-4 e poi liquida un’ottima Tauziat col punteggio di 6-4, 7-6 (2), centrando una vittoria che sa di liberazione.

“Jana però questa volta ce la faceva a superare il momento critico e, continuando a esercitare una pressione martellante nelle discese a rete, soprattutto contro la debole seconda palla di servizio della francese, riusciva a chiudere in due set. Dopo oltre un’ora e mezza di gioco, il trionfo. Questa volta le lacrime erano di gioia, scrisse allora il compianto Roberto Lombardi.

Quel titolo vanamente inseguito, quel trionfo solo accarezzato, sfiorato, quel piatto tanto agognato che beffardamente sfumava sul più bello, quasi fosse fatto della stessa sostanza dei sogni, finalmente si materializza. Jana versa lacrime di gioia, i fantasmi si sono dileguati. 


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