JELENA JANKOVIC, SPLENDIDA INCOMPIUTA

Numero uno del ranking per 18 settimane, Jelena Jankovic ha vinto 13 tornei WTA e raggiunto una finale Slam agli US Open. La serba non è ancora riuscita a deframmentare quelle zone d’ombra che la rendono la peggior nemica di se’ stessa. Oggi compie 29 anni.

Certi giorni di maggio a Roma il sole picchia forte sin dalle dieci di mattina. Accarezzata da una leggera brezza che viene dal mare, Jelena Jankovic scende le gradinate che affiancano il lato ovest di un campo predisposto per l’allenamento. Sulla fronte non si scorge un filo di sudore nonostante la ventina di minuti di corsa da cui proviene e, mentre si destreggia in qualche esercizio a corpo libero, scambia con il fratello Marko qualche parola in lingua madre. Interrotto un ciclo di elastici un bambino le si avvicina per chiederle un autografo; la serba gli sorride per poi firmare la pallina gigante tutta scarabocchiata. Al che, un tipo della sicurezza fa capolino. Alla ex numero uno del mondo però non sembra dar fastidio il gruppetto di persone che, riconoscendola, s’è avvicinato a bordo campo. Incapace di trattenere un moto di delusione, quasi che la disponibilità della belgradese ostacolasse il suo mestiere, il guardiano tarchiatello, torna sui suoi passi. Lei sorride, saluta chi la saluta, firma palline, palloni, foglietti. “E’ pazzesca” dice un ragazzo sui venticinque anni. C’è da credergli. In canottiera rosa acceso e pantaloncini neri, i capelli legati nella classica coda di cavallo, il volto disteso, una cinquantina di kg distribuiti in 1 metro e 71 cm; Jelena Jankovic è decisamente bella. E’ pazzesca pure in campo. E quanto picchia forte. Se la bellezza stilistica del suo rovescio appare, a un palmo di naso, superiore persino alla sua efficacia, il diritto potrebbe essere definito, dalla preparazione, alla perfetta distribuzione del peso del corpo, fino all’impatto, un “colpo da manuale”. Un’altra giocatrice se paragonata alla Jelena Jankovic che durante i match ufficiali impatta di diritto spesso frontale, il braccio trattenuto, dando origine a colpi che possono essere interpretati dalle sue avversarie come “inviti a nozze”, che la costringono ad arrancare, ad affidarsi al suo sublime rovescio, un’arma letale che, a causa di quel diritto disperso, viene responsabilizzato a “scaccia-guai”. Un’altra persona, se confrontata alla donna cervellotica, perennemente in bilico tra quella che potrebbe essere considerata una crisi isterica, o forse di panico, che sempre più frequentemente la induce a prendersela un po’ con chiunque, dal fratello-coach in primis, passando per la schiera arbitrale, sviando a qualche spettatore che non ne vuole sapere di starsene fermo immobile o di disattivare il flash dalla sua macchinetta, fino agli incolpevoli raccattapalle sempre indecisi se porgerle palline o asciugamano. Un’altra giocatrice, un’altra persona, un’altra Jankovic. Lei, Jelena, una prescelta a inerpicarsi sulla montagna che, fedele alla propria predestinazione, ha puntualmente scalato. Eppure, allo stesso tempo manchevole di quel guizzo, incapace di produrre quell’acuto, di deframmentare quelle zone d’ombra dentro alle quali si è ritrovata avvolta, tanto passeggera ignota quanto complice ignara, ottusa ed ostinata nel negare come il vero nemico contro cui deve combattere ogni volta che scende in campo altri non è che se’ stessa.

Jelena Jankovic nasce a Belgrado il 28 febbraio del 1985. Tezogenita di Veselin e Snezana Jankovic, entrambi economisti, è uno dei suoi fratelli maggiori, Marko, ad accompagnarla al Circolo Tennis della Stella Rossa. Jelena ha nove anni ed è colpo di fulmine. Non tanto per lei verso il tennis, quanto per i tecnici belgradesi: quella bambina è pazzesca. Nonostante la corporatura esile picchia forte quanto i maschietti di dodici anni. A lasciare senza parole un po’ tutti sono però i test atletici. Jelena è dotata di un fisico fuori dal comune; nemmeno Monica Seles era capace di tanto alla sua età. Non c’è da sorprendersi se, in un paese abbagliato dal mito della belva di Novi Sad, quella bambina dalla voce cavernosa sia apparsa come uno spiraglio di luce per un movimento offuscato dalla guerra. Qualsiasi torneo a cui partecipa, Jelena lo vince. Dopo due anni è campionessa Europea under 12. La sola destinazione possibile sembra essere l’Accademia di Nick Bollettieri in Florida. I genitori stringono i denti e la cinghia. Il pigmalione di Bradenton è abituato ai prodigi; eppure quando si ritrova tra le mani quella ragazzina serba non crede ai suoi occhi. Lui, abbandonato sette anni prima dalla “sua” Monica Seles, non ha dubbi: ha tra le mani una numero uno e questa volta non se la lascerà sfuggire.

A quindici anni il Grande Nick la ritiene già pronta per passare al professionismo. Le sue apparizioni sono però centellinate e solo nel 2002, la serba si svalica il muro delle top 100. Nessuno oserebbe contraddire Bollettieri sul valore della sua nuova pupilla; a mettere in discussione suggerimenti e modus operandi è proprio Jelena. Quando si trova sul rettangolo di gioco la serba cerca di trattenersi, dal momento in cui ne esce però, ragione in più se sconfitta, esige di sapere, di capire l’origine del fallimento e soprattutto, si rifiuta di identificare se’ stessa nel colpevole. Il problema è che di battute d’arresto Jelena ne patisce parecchie, troppe e Bollettieri si ritrova sempre “sotto processo”. Nel 2005 l’incontentabile Jelena si aggiudica il primo titolo WTA sulla terra rossa di Budapest; nella sua mente però continua a macinare lo smacco delle finali perse a Dubai, contro Lindsay Davenport, sull’erba di Birmingham contro Maria Sharapova, e sul cemento di Seoul, contro Nicole Vaidisova. La maledizioni delle finali perse prosegue anche nel 2006 quando a Los Angeles si fa rimontare un set di vantaggio da Elena Dementieva e finisce con l’inchinarsi 6-4 al terzo. Sulla compagine russa si prende poi una terribile vendetta ai quarti degli US Open quando, dopo aver battuto agli ottavi la Kuznetsova, concede alla Dementieva la miseria di tre game. L’indole burrascosa della serba le gioca però un brutto scherzo in semifinale quando, opposta a Justine Henin, sul 6-4 4-2 sciupa un’occasione per il 5-2 e, dopo un battibecco con l’arbitro perde la testa e il set; per infine subire un umiliante 6-0 al terzo.

A inizio 2007 il potenziale di Jelena continua a cozzare contro i vuoti e i tormenti che a tratti le invadono la mente. Se nella finale di Auckland vince una battaglia di nervi che si protrae per quasi tre ore contro Vera Zvonareva, la settimana dopo, a Sydney, giunta alla partita decisiva contro Kim Clijsters spreca due match point sul 6-4 5-4 e crolla al terzo. Tutti i limiti psicologici della serba tornano a bussare in semifinale a Dubai, dove cede 6-4 al terzo alla Henin. Un duro colpo, non affievolito neppure dall’ingresso tra le top ten e che probabilmente incide nel farla presentare completamente fuori fase sia ad Indian Wells che a Miami. Ricaricate le batterie, Jelena Jankovic si riscatta comunque a Charleston dove batte in rimonta Venus Williams, per poi regolare in finale con un doppio 6-2 Dinara Safina. Se la belga Henin continua a dimostrarsi una sorta di “bestia nera” sia a Varsavia che a Berlino, dove tra l’altra la serba conduceva 4-0 nel terzo set; i patemi che a tratti assillano la belgradese vengono scacciati a Roma, dove redarguisce nell’ordine Bondarenko, Schnyder, Dementieva e Kuznetsova. Presentatasi al Roland Garros come n°5 del ranking, Jelena si arrampica fino alla semifinale ma qui cede nuovamente alla Henin. La stagione su erba la vede svettare a Birminghan ma, la batosta subita in finale a s’Hertogenbosch, per mano di Anna Chakvetadze genera una serie di fantasmi che le si ripresentano agli ottavi di Wimbledon contro Marion Bartoli, al terzo turno di San Diego contro Maria Kirilenko, in semifinale a Los Angeles contro Ana Ivanovic ed ai quarti degli US Open, contro Venus Williams; dove sempre cede al termine di vere e proprie battaglie, decise da quel briciolo di lucidità venuta a mancare nei momenti clou.

Le fragilità di Jelena sembrano scacciate agli Australian Open 2008, quando agli ottavi stringe in pugno una soffertissima vittoria su Tamira Paszek per 12-10 al terzo, per poi superare con disarmante autorità la campionessa uscente Serena Williams. In semifinale però quanto fatto di eccelso fino a quel momento pare svanire e, una Jankovic irriconoscibile raggranella solo quattro game contro la Sharapova. Il nuovo coach, Ricardo Sanchez, cerca di convincerla che il problema non è il tennis, bensì quella “mente di cartapesta” che si ritrova. Jelena Jankovic forse non gli crede fino in fondo, probabilmente non vuole crederci. “E’ il diritto che non funziona, che mi tradisce. E’ il servizio che si inceppa”; difficilmente, per quanto astruso, il cervello della Jankovic, produce pensieri tanto diversi da questi. Al tempo appartiene comunque il dono di rimarginare le ferite e, forte della conferma agli Internazionali d’Italia, Jelena sembra lanciata verso il primo titolo Slam. Tutto procede pericolosamente liscio fino alla semifinale. Il derby che la vede opposta all’acerrima nemica Ana Ivanovic, propone la Jankovic per ben due volte avanti di un break nel set decisivo. Alla fine però è la sua avversaria a prevalere e, da lì a due giorni, a conquistare Parigi ed il trono del ranking. L’urto di rimando è terribile. Ad ogni modo, nonostante la disastrosa stagione su erba e un’obbrobriosa performance ai quarti di Montreal dove, dopo aver condotto 5-1 nel primo set inciampa nella Cibulkova che la batte 7-5 6-1; l’11 agosto 2008 la Jankovic la 18esima numero uno del mondo della storia; seppure per una sola settimana. Agli US Open la serba è così la seconda forza del main draw. Lasciatasi alle spalle una prima settimana tutt’altro che agevole, la Jankovic approfitta di una parte di tabellone lasciata sguarnita dalla Zvonareva e redarguita Sybille Bammer ai quarti, procura un ennesimo dolore newyorkese alla Dementieva in semifinale. Alla sua prima finale Slam  viene però piegata da Serena Williams la quale si impone 6-4 7-5. Contrariamente a quanto potrebbe suggerire la sua indole fragile, il cartellino rosso mostratele dalla yankee non la scoraggia, bensì la galvanizza e, i tre successi consecutivi a Pechino, Stoccarda e Mosca, a cui si aggiungerà la semifinale al Master, le garantiscono di chiudere la stagione come numero uno del mondo.

La leadership di Jelena Jankovic dura appena 18 settimane settimane. Sovrastata dal peso delle responsabilità, schiacciata dalle ataviche insicurezze che la contraddistinguono; agli ottavi degli Australian Open cede alla Bartoli, a Parigi indoor viene battuta sempre agli ottavi dalla Kanepi, a  Indian Wells perde al secondo round contro la Pavlyuchenkova, a Miami non riesce a contrastare la Dulko, e sia a Stoccarda che a Roma, dove l’anno prima aveva vinto, si spezza ai quarti, battuta rispettivamente da Flavia Pennetta e Svetlana Kuznetsova. La sconfitta rimediata agli ottavi del Roland Garros per mano della Cirstea; la fa cadere a numero 6 del ranking. Completamente smarritasi sull’erba, la serba risorge a Cincinnati dove, dopo aver liquidato Vicotria Azarenka, annulla quattro match point ad Elena Dementieva e svetta al tie-break del terzo. A Jelena Jankovic non resta che giustiziare in finale Dinara Safina. Un’iniezione di fiducia che si risolve in niente. Chiamata a difendere la finale 2008, al secondo turno degli US Open Jelena si ritrova inghiottita all’interno delle sue stesse zone d’ombra e perde 6-3 6-7 7-6 contro la Shvedova. La finale raggiunta a Tokyo, dove è costretta al ritiro per un infortunio al polso e la semifinale del Master, non riescono comunque ne’ a mettere una pezza alla deludente stagione ne’ a salvare la collaborazione con Ricardo Sanchez che viene sostituito da Chip Brooks.

Se il trionfo ad Indian Wells sembra lanciarla verso un 2010 nel segno della riscossa, le vittorie su Venus e Serena Williams a Roma sono in realtà il preambolo di un dolorosissimo incidente, rappresentato dall’impatto contro la sorpresa della settimana, una Maria José Martinez Sanchez che la priva del terzo sigillo al Foro Italico. Il Roland Garros le riserva un boccone altrettanto difficile da digerire: fino alla semifinale Jelena lascia un solo set per strada ma qui Samantha Stosur la abbatte con un inderogabile 6-1 6-2. Se un infortunio alla schiena le compromette Wimbledon, una distorsione alla caviglia le condizionerà la restante parte della stagione. Il puzzle sembra ricomporsi nel 2011, grazie alla pazienza del nuovo coach Andrei Pavel; ma è solo apparenza. Tanto la finale persa a Monterrey, quanto le semifinali di Dubai, Doha e Charleston, anziché rincuorarla la caricano di un nervosismo tale da farle “ciccare” tutti gli appuntamenti a cui tiene di più, dagli Internazionali d’Italia agli Slam. Il box di Jelena diventa una sorta di “porto di mare” e, se la finale di Cincinnati non le consente di salvaguardare la decima posizione in classifica mondiale; nel 2012 il crollo è verticale al punto da uscire dalla top 20. La Jankovic si risolleva dalla crisi il 24 febbraio del 2013 quando conquista a Bogotà il suo 13esimo titolo WTA. Le finali di Charleston e Pechino, dove soccombe a Serena Williams, le semifinali al Master ed a Miami dove si fa spiazzare ancora una volta da Serenona e dalla Sharapova, ed i quarti al Roland Garros ed agli US Open dove a batterla è sempre la russa e Li Na, restituiscono al Circuito una Jankovic in grande spolvero, seppure incapace di mantenere quella lucidità, quel sangue freddo indispensabili per consentirle di alzare, o almeno di non abbassare, il livello del suo gioco nei frangenti delicati del match, o di evitare alcune rovinose cadute, disseminate lungo il percorso stagionale. Tornata tra le top ten, Jelena sciupa ai quarti degli Australian Open una delle occasioni che, c’è giurarci, le avrà procurato un sottile quanto crudele rammarico. Dopo aver fatto di tutto pur di mandare Simona Halep in vantaggio di un set, la serba ha disputato una seconda manche perfetta, per infine buttarsi a capofitto nel black out più totale.

L’Ottava Sinfonia di Franz Shubert rappresenta un unicum nella storia della musica. A contrasto con il pomposo sinfonismo romantico, la melodia del compositore austriaco sembra avere origine dal buio ancestrale e, laddove il silenzio potrebbe essere squarciato da un boato, s’insinua un Adagio che procede simile ad un corteo oscuro, finché le note danno vita a un’apertura che incute un’inquietante sospensione. Qui, Shubert la interrompe, e da qui il suo nome: l’Incompiuta. Una sinfonia simile a “una richiesta d’aiuto”, come sosterranno tanti critici che, per motivi ignoti, non sarà mai portata a termine. Quasi che nella mente un esercito di fantasmi avesse trascinato il viennese dentro al buio profondo che covava nella sua anima. Le stesse tenebre che hanno impedito alla serba di trionfare in uno Slam. Nella speranza che Jelena Jankovic riesca ad emergere dal limbo oscuro e non rimanga incastrata, sospesa in una prospettiva infinita.


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