JOHN ISNER, QUANTO PESA UNA NAZIONE

TENNIS- Se la calma avesse un nome, sarebbe John Isner. Long John diventa professionista a 22 anni, entra per la prima volta nella top ten a 27 e vince la partita più lunga della storia dopo 11 ore. A Miami ha raggiunto il terzo turno dopo aver rimontato un set e un break a Ivan Dodig. Ma quanto sopportano gli americani i ritmi di Big John, e per quanto ancora sopporterà Isner i loro?
lunedì, 25 Marzo 2013

Tennis. Bjorn Borg una volta disse di Rafael Nadal: “gioca ogni punto come se fosse un match point”.
Jimmy Connors violentava la palla durante qualsiasi scambio, dava il 100% di sé anche sul 30-0 di un set che conduceva 4-1. Andy Murray e Novak Djokovic si arrabbiano con se stessi per qualsiasi impercettibile errore che compiono e che non appare rilevante per l’andamento del match. Roger Federer è un predatore, attacca in ogni game, si porta avanti fin da subito e preferisce accorciare la distanza dal traguardo già nei primi game del set.

Agli occhi della maggior parte dei tennisti (e degli appassionati) questo è il solo ed unico modo per diventare atleti vincenti, per conquistarsi un posto nella storia: metti all’angolo l’avversario dall’inizio, non dargli tregua e mordilo appena si distrae. La velocità, i riflessi pronti, il saltello sul posto; i primi 200 giocatori del mondo sanno che se vogliono avere una chance nella loro vita tennistica devono possedere il colpo d’occhio e l’istinto da cacciatori dei primi quattro giocatori del mondo. Non c’è tempo per riflettere, anche e soprattutto quando gli scambi sono lunghi ed intensi, dove i piedi danzano a velocità elevatissime sul pavimento e ogni colpo da fondo è strappato con violenza dal muscolo del braccio.

Ma cosa succede se invece nel libro dei record ci finisce un giocatore al quale, all’apparenza, tutto ciò appartiene ben poco? Nell’edizione del 2010 dei Championships di Londra, John Isner e Nicholas Mahut danno vita al match più lungo della storia del tennis, giocando per 11 ore (divise in tre giorni) un primo turno che si concluderà con la vittoria dello statunitense e il punteggio di 68-70 nel quinto set.
Chi è questo John Isner? E perché è riuscito a ribaltare le regole del successo? Sarà solo un caso?
L’anno successivo, al Roland Garros, John e i suoi due metri e sei di altezza scendono pacatamente sul centrale per affrontare Rafael Nadal. E’ il primo turno del torneo, e il cinque volte campione dello Slam francese sembra voler sbrigare con una certa fretta questa pratica formale, e vince il primo set 6-4. Ma questo atteggiamento a Isner non piace: “calma”, sembra dire l’americano, “non così in fretta”. Nadal non capisce, qualcosa non va, come fa un giocatore tanto quieto e calmo a servire in quella maniera e a correre da una parte all’altra del campo dietro ai suoi celeberrimi ganci?
Rafa è comunque Rafa, e nonostante lo svantaggio di due set che si troverà ad affrontare, chiuderà il match al quinto col punteggio di 64 67 67 62 64,  dopo ben quattro ore di gioco.
Per il secondo anno di fila, John finirà l’anno nella top 20, numero tre americano dopo Mardy Fish e Andy Roddick.
Il 2012 è un’annata memorabile per il gigante della North Carolina, che si prende la prima posizione nazionale: alla fine della stagione, John Isner si ritrova in tasca 1,354,332 milioni di dollari, 2 titoli vinti e un bilancio W/L di 45 a 21.
Se ti chiami John Isner e, a febbraio di quell’anno, vinci contro Federer (anche solo in Davis e sulla terra battuta), ti senti il mondo in pugno e pensi che, dopo aver battuto forse il più forte giocatore di sempre, di certo non sarà l’attuale numero uno del mondo a fermare la tua marcia.
Novak Djokovic/John Isner a Indian Wells è una partita che finisce al tie-break, perché uno come Djokovic non si lascia domare facilmente — e senza tentare di strapparti dagli occhi ogni minima luce di speranza–,  solo che John dall’altra parte non ha nessuna fretta di chiudere con un punteggio totale e clamoroso, perché l’importante non è vincere subito, ma vincere e basta. La velocità appartiene ad altri.
Indian Wells è casa sua tanto quanto Key Biscayne, Winston Salem e tutti gli altri open d’oltre oceano. E’ il luogo dove Isner porta in mano la bandiera a stelle e strisce, e Long John non ha nessuna intenzione di cedere il vessillo alla furia e alla prepotenza serba, lui che se ne sta calmo tra un gioco di rimbalzi sotto le gambe prima del servizio, e il rumore della palla che schizza, nel momento appena successivo, nella parte di campo avversaria, ed è solo quello che si avverte, perché la pallina non la riesci proprio a vedere nemmeno se ti ci impegni. E’ proprio così che finisce il match, con Novak Djokovic che si allunga sul suo rovescio, si allunga a sinistra e verso l’alto perché quando accade che la pallina è visibile, allora il kick è clamoroso e ti può superare di due volte in altezza se il braccio di big John è in totale fiducia. Il match si conclude con il commentatore che esclama: “John Isner, welcome to the top ten!”, per la prima volta nella sua carriera.

Se migliaia di tifosi a stelle e strisce, affamati di nuove glorie e dilaniati dal declino di Andy Roddick, iniziano a volgere lo sguardo su questo tardivo giocatore (diventato professionista a 22 anni), riponendo in lui forse più aspettative di quante le sue spalle da gigante possano reggere, cosa può succedere?
Può accadere che le ginocchia non riescano a reggere il peso di una tradizione che parte da McEnroe e Connors, che passa per Sampras e Agassi, e finisce con lo Slam di Roddick nel 2003 e le sue tre finali a Wimbledon.
Durante la Hopman Cup di quest anno, John è costretto al ritiro per un infortunio al ginocchio destro, e a causa di ciò salterà anche il primo Slam stagionale in Australia.

Gioca a Sydney ma perde al secondo turno, gioca le semifinali di San Jose e Delray Beach perdendo rispettivamente da Tommy Haas e Edouard Roger-Vasselin. A Indian Wells, nonostante il supporto del pubblico, perde con Lleyton Hewitt al secondo turno, dopo aver beneficiato di un BYE al primo.

Forse le pressioni dei connazionali sono state veramente troppo pesanti per il Gigante Buono, nato e formatosi sui campi dell’Università della Georgia, o forse John ha solo bisogno di più tempo ancora per abituarsi alla regolarità della vittoria. Intanto, nella notte italiana, un’altra impresa alla Isner è stata avvistata sui campi di Miami, dove l’americano è riuscito a rimontare di un set e un break su Ivan Dodig, portando a casa, con calma e senza nessuna fretta, una vittoria che gli varrà il terzo turno del floridian tournament.


3 Commenti per “JOHN ISNER, QUANTO PESA UNA NAZIONE”


  1. Giada Ferraglioni ha detto:

    Sono contenta che sia piaciuto, Isner a volte viene un po’ lasciato da parte ed è un giocatore che mi sta particolarmente a cuore.
    Vi ringrazio dei complimenti!

  2. Francesco Paolo Carpinelli ha detto:

    Mi accodo ai complimenti di Samantha: pezzo commovente!

    .F.

  3. Samantha Casella ha detto:

    Splendido articolo, complimenti Giada!


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