JOHN MCENROE, IL BRACCIO SINISTRO DI DIO

John McEnroe compie 54 anni. Dotato di un talento fuori dal comune, il mancino americano ha rivoluzionato, deliziato, sconvolto, l’impettito mondo del tennis. Ha interrotto il regno di Borg, ha conquistato la vetta ed infine è caduto. Ma il suo mito rimane.

“Sul campo da tennis sei solo. Mi chiedono perché mi arrabbio così tanto: la solitudine in campo è una delle ragioni principali. Sentirmi solo, allo sbaraglio. In tutta sincerità, a volte mi chiedo come tutto questo sia potuto accadere. Credo di essere stato spinto verso una carriera che non desideravo affatto. Ovviamente per me il tennis si è rivelato un’avventura incredibile, ma la verità è che non cercai questa carriera fino a quando non fu il tennis a cercare me. Molti atleti amano il loro sport con tutto il cuore. Non credo di aver mai provato un sentimento simile nei confronti del tennis. Non vedevo l’ora di giocare ma la partita in se’ era una costante battaglia contro due avversari: l’altro giocatore e me stesso”. John McEnroe, il braccio sinistro di Dio, il mancino dotato di un talento fuori quotazione che ha rivoluzionato, deliziato, sconvolto l’impettito mondo del tennis; il ribelle che non si è mai vergognato di urlare la propria rabbia in faccia agli arbitri, di disprezzare gli avversari, di insultare il pubblico; ma anche colui che ha portato la magia dentro un campo da tennis, l’uomo che più di ogni altro è stato associato al tennis, che “era il tennis” e che ha lasciato un vuoto incolmabile proprio in nome di quella geniale e irripetibile contraddizione quale era lui, nella sua essenza, nel suo essere John McEnroe.

John Patrick McEnroe Jr nasce il 16 febbraio del 1959 a Wiesbaden, nell’ex Germania Ovest, in una base militare statunitense dove all’epoca il padre prestava servizio come ufficiale della Air Force Statunitense. Figlio di John Joseph McEnroe, che una volta tornato in patria diventa associato in uno degli studi legali più prestigiosi di New York, e di Katherine Tresham, ex infermiera figlia di un vice sceriffo di Long Island; è dalla madre che Johnereditail carattere, quellavisione del mondoche tanto lo influenzerà durante le tappe più importanti della sua vita, sia dentro che fuori dal campo da tennis. “La personalità di mio padre è intrisa di umorismo irlandese, infatti non c’è niente che ami di più che ritrovarsi con gli amici e farsi due birre. Mia madre invece è sempre stata una donna molto timida, eccessivamente esigente, diffidente anche verso le persone più miti. Per lei non esistono sfumature: le cose sono bianche o nere. A differenza di mio padre, io non saprei ripetere una barzelletta nemmeno fosse una questione di vita o di morte, ma in compenso tutte le ‘spigolosità di mia madre si sono impresse dentro di me”.

John cresce a Douglaston, la tipica zona residenziale dell’area metropolitana di New York. Suo padre lo iscrive all’Accademia di Port Washington e inizia a giocare a tennis sotto alla guida di due maestri d’eccezione: Antonio Palafox, uno dei doppisti più forti negli anni 60’ ed Harry Hopman; l’uomo che aveva creato Rod Laver, Ken Rosewall, Lew Hoad e Roy Emerson. Proprio come il suo idolo, Rod Laver, il piccolo John usa la stessa impugnatura per ogni colpo: diritto, rovescio, servizio e volée. Non solo i suoi allenatori, anche un noto giornalista sportivo, tale George Lott, riconosce in lui le stigmate del campione, eppure a dodici anni il suo sogno è quello di diventare un giocatore professionista di basket. “Più le cose andavano bene, più diventava difficile anche solo pensare di abbandonare il tennis”; spiega con il senno di poi Mcenroe che ad appena sedici anni viene considerato uno dei migliori juniores degli Stati Uniti. A diciassette anni, quando ancora gli US Open si giocavano sulla terra verde, sfiora l’accesso al tabellone principale, o meglio, per alcuni minuti si qualifica proprio. Sul punteggio di 5-7 7-5 5-4, John va a servire per il match contro il numero 150 del mondo Zan Guerry ed un passante di rovescio sulla riga induce il giudice di sedia a proclamare: “game, set, match McEnroe”. Guerry però non va a stringergli la mano, rimane a fissare il segno, per interminabili minuti richiamando l’attenzione dell’arbitro che, controllato il segno, conferma la sua decisione. John McEnroe invece di uscire dal campo, si intestardisce: vuole che il suo avversario si riconosca sconfitto e gli stringa la mano. Messo al corrente del parapiglia interviene il giudice arbitro, Anita Shukov, che fa ripetere il punto. McEnroe perde le staffe ed il match: da quel giorno arbitri e avversari saranno suoi nemici giurati.

La stella di John McEnroe si staglia in tutto il suo splendore nell’estate del 1977. Partito con 500 $ sponsorizzati dalla USTA alla volta dell’Europa, vince il Roland Garros under 18 juniores e il doppio misto in coppia con Mary Carillo. A Wimbledon supera tre turni di qualificazioni e raggiunge le semifinali, prima di cedere a Jimmy Connors. “Prima del match mi avvicinai per salutarlo. Per me era già uno sforzo alzare la testa e guardarlo negli occhi ma lui non mi guardò nemmeno. Era come se si rifiutasse perfino di riconoscere che esistevo”. Diventato professionista nel giugno del 1978, il mancino americano non riesce a confermare la strepitosa performance di Wimbledon ma scrive il suo nome nell’albo d’oro del Master dove sconfigge in finale Arthur Ashe. Da quel momento McEnroe è inarrestabile: nel 1979 vince dieci tornei, tra cui Dallas dove sconfigge in finale Bjorn Borg e si afferma per la prima volta in un torneo del Grande Slam, agli US Open, dove si sbarazza di Jimmy Connors, in semifinale e, nel match decisivo, di Vitas Gerulaitis.

L’anno seguente John McEnroe, che aveva già osato infrangere il religioso silenzio del “All England Club” con le sue intemperanze, entra nella storia di Wimbledon grazie alla finale, leggendaria, che gioca contro Bjorn Borg. Lo svedese è in vantaggio di due set a uno quando durante il tie-break si vede annullare cinque match point prima che l’americano, al sesto tentativo, porti l’incontro al quinto set. “Quando vinsi il tie-break per 18-16 sentivo di aver vinto il match. Pensai che Borg si sarebbe demotivato. Ma la forza che lo animava era al di là della mia immaginazione”. Borg riesce a prevalere 8-6 al quinto vincendo il suo quinto Wimbledon consecutivo ma, poche settimane dopo, McEnroe difende il suo titolo US Open, sconfiggendo in finale proprio l’orso svedese per 7-6 6-1 6-7 5-7 6-4. “Quando a fine match ci stringemmo la mano vidi che era distrutto. Era come se per la prima volta si fosse veramente sentito sopraffatto da me”. La verità è che dopo quella sconfitta all’interno di quel meccanismo perfetto che anima Bjorn Borg avviene un cedimento, qualcosa si incrina, irrimediabilmente. Ma per attendere il passaggio di consegne definitivo bisogna attendere Wimbledon 1981.

Quando un giudice di linea chiama fuori un servizio che solleva uno sbuffo di gesso, John McEnroe urla verso il giudice di sedia, lo scozzese Edward James, l’accusa che sarà destinata a diventare il titolo della sua autobiografia ufficiale: “Man, you cannot be serious!”. E’ il primo turno della 95ª edizione del torneo di Wimbledon e “Super brat”, sempre durante il match disputato contro Tom Gullikson, arriva ad apostrofare la schiera arbitrale comela feccia del mondo”. I tabloid inglesi si scatenano ed un giornale riporta il parere di uno psicologo che definisce lo statunitense un “isterico estroverso”. Si scatena pure McEnroe che usurpa il regno di Bjorn Borg prima superandolo in finale a Wimbledon, poi scalzandolo dal primo posto del ranking mondiale. Il trionfo agli US Open, ottenuto proprio sconfiggendo in finale un Borg talmente furioso da disertare la premiazione, consacra John McEnroe come migliore giocatore del mondo. E’ l’inizio del suo regno, è la fine della rivalità con Borg, perché da quel giorno lo svedese inizia a maturare la decisione di abbandonare il tennis.

Il 1982 è un anno complesso per McEnroe, pur rimanendo in vetta al ranking per la maggior parte della stagione deve vedersela con un Jimmy Connors versione lusso e l’ascesa di un nuovo rivale, Ivan Lendl. Se il secondo sigillo a Wimbledon ottenuto nel 1983 prevalendo in finale sul modesto Chris Lewis non è stata una delle sue vittorie più memorabili, l’anno seguente McEnroe non solo trionfa lasciando per strada un solo set durante l’arco del torneo, giunto all’ultimo atto, umilia l’odiato Jimmy Connors battendolo 6-1 6-1 6-2. Una vittoria che, paradossalmente, non riuscirà mai a fare da contrappeso alla delusione rimediata appena un mese prima, al Roland Garros quando cede il passo ad Ivan Lendl dopo essersi trovato in vantaggio di due set a zero. Si tratta di una ferita mai sanata, che John McEnroe definisce: “la peggiore della mia vita, una sconfitta devastante. Quando ci ripenso non riesco ancora a dormire. Persino adesso è un’impresa commentare gli incontri dell’Open di Francia. Quando arrivo a Parigi per un paio di giorni ho la nausea, perché sono lì e torno con il pensiero a quella partita. A ciò che buttai via quel giorno, a come la mia vita sarebbe stata diversa se avessi vinto”. Il 1984 di John McEnroe rimane comunque la sua stagione migliore: dopo Wimbledon vince il suo quarto US Open ed il suo terzo Master chiudendo l’annata con un bilancio di 82 vittorie e 3 sconfitte.

Nel 1985 McEnroe raggiunge dieci finali in tornei ATP vincendone otto, ma negli Slam non riesce a trovare il suo tennis migliore. Agli Australian Open perde ai quarti di finale in cinque set da Slobodan Zivonjinovic, al Roland Garros si arrende in semifinale a Mats Wilander ed a Wimbledon viene sovrastato 6-2 6-2 6-4 da Kevin Curren. Gli Us Open rappresentano per il John McEnroe un’occasione di riscatto. “In finale contro Lendl andai in vantaggio 5-2, poi all‘improvviso, dopo il cambio campo mi alzai, raggiunsi la mia parte del campo e avvertii una strana sensazione. Era come se il mio corpo fosse rimasto a sedere. Mi ero spento”. Quel match rappresenta una svolta decisiva, sia per la carriera di John McEnroe che per quella di Ivan Lendl. Se nel 1981 le sconfitte che John McEnroe infligge a Borg prima a Wimbledon poi agli Us Open provocano nella mente dello svedese uno squarcio devastante; la rimonta di Ivan Lendl al Roland Garros nel 1984 e quel 7-6 6-3 6-4 scandito sempre dal ceco agli US Open 1985, fanno sentire il geniale mancino “tagliato fuori. Mi aveva scalzato dalla vetta, il numero uno era lui”.

Nel 1986 John McEnroe si prende una sorta di anno sabbatico, si sposa con l’attrice Tatum O’Neil, diventa padre, nel 1987 ritorna senza però mai essere veramente competitivo, vuoi perché la schiena gli fa spesso male, vuoi perché il tennis ha preso irrimediabilmente un’altra direzione e lui non è più disposto ad adeguarsi a quella nuova dimensione così fisica, ‘robotica’. “Non è stato solo il talento, è stata anche la mia determinazione a portarmi dove ero arrivato. Poi quella ferocia è svanita”. Nel 1989 raggiunge la semifinale a Wimbledon, dove perde contro Stefan Edberg, l’anno dopo è semifinalista agli Us Open e in questo caso a superarlo è il futuro Re degli anni 90’, Pete Sampras. L’ultimo acuto avviene a Wimbledon, nel 1992, quando si issa fino alla semifinale in singolare, e insieme a Michael Stich vince il torneo in doppio.

Settantasette titoli ATP tra cui sette prove del Grande Slam e tre Master. In doppio di successi ne ha totalizzati settantuno: dieci di essi sono Slam; nove nella categoria maschile ed uno nel misto. Addirittura sette sono i trionfi al Master, tutti consecutivi e tutti insieme a Peter Fleming, come del resto la maggior parte dei titoli di specialità. “Fin dall’infanzia con Peter Fleming si instaurò un legame molto forte. Siamo stati compagni di doppio per più di dieci anni, ci completavamo a vicenda”, ricorda John McEnroe nella sua biografia. Accadde però un episodio che “rovina tutto”. Dopo aver sconfitto Yannick Noah ed Henri Leconte nella finale di Coppa Davis nel 1982, un giornalista chiese a Fleming quale fosse la più grande coppia nella storia del doppio e lui rispose John McEnroe e un tennista qualsiasi”. Forse Peter Fleming ha sempre avuto la sensazione di vivere nell’ombra del leggendario compagno, o forse come ammette John: “Non ho mai potuto sopportare di cedere il passo a qualcuno di cui ero amico e nonostante Peter non sia mai stato un giocatore di alta classifica, lui possedeva doti che io non avevo, come portare empaticamente il pubblico dalla sua parte”. Piccole gelosie, tanti dissapori e altrettante incomprensioni finirono con il separare quello che è stato probabilmente il doppio più forte di sempre.

Dopo il divorzio con Tatum O’Neil, l’ex ‘moccioso’ del tennis vive con la sua seconda moglie, Patty Smyth  e con sei figli, tre avuti dal primo matrimonio, due dalla seconda consorte, e uno che Patty ha avuto dal precedente marito. A volte capita che torni ad essere ‘the genius’ e prenda la racchetta in mano per partecipare a qualche torneo senior o esibizione. Ora, ufficialmente, è però un commentatore sportivo per la BBC che si diletta a suonare la chitarra ben figurando quando viene invitato a salire sul palco durante concerti, trasmissioni o eventi benefici. Lui e la musica sono uniti da un legame di lunga data e forse non è un caso che Chrissie Hyde, la cantante dei Pretenders, abbia inserito in un suo noto brano, “Pack it up” la famosissima frase urlata da John McEnroe allo scandalizzato pubblico londinese: “You are the pits of the world!”; siete la feccia del mondo”. Era il 1981, ma John McEnroe immortale lo era già.

Fa un certo effetto leggere una considerazione riportata da John McEnroe nella sua biografia: “Quando raggiungi la vetta da giovanissimo poi una parte di te cerca costantemente di rivivere quelle emozioni travolgenti. Questo è il motivo per cui molti atleti finiscono male. Non riescono più a trovare quell’euforia assoluta ed avvertono un terribile vuoto. La mia vita al contrario, è piena di cose positive, lo è sempre di più, ma per quanto sia fantastica, a volte è difficile dimenticare quelle vittorie esaltanti. In quei momenti devo ricordare a me stesso che non avevo nessuno con cui condividerle. E ripenso a quanto fredda e solitaria fosse la vetta della montagna”.

Dice sul serio John McEnroe. Così come ‘dicono sul serio’ i reduci di quel mitico periodo, quello tra la fine degli anni 70 e il tramonto degli anni 80’, quando ripensano a quelle sfide crudeliestenuanti, a quegli odi viscerali, esagerati, forse folli. Come possono i tennisti moderni, così ‘politicamente corretti’, regalare le scariche di adrenalina sperimentate con John McEnroe; con Bjorn Borg, lo svedese di ghiaccio; con Jimmy Connors, l’antipatico che come un invasato fomentava le folle; con Ivan Lendl, il profugo che ha osato usurpare il loro regno? E poi, via, via fino ad arrivare a Wilander, a Becker ad Edberg… Certo ora c’è Roger Federer, l’uomo dei record, Mr perfect; c’è Rafael Nadal, il Re della terra che ha superato persino Borg a Parigi; c’è Novak Djokovic, la macchina perfetta. Eppure… eppure se parliamo con i reduci di quegli anni magici, ci diranno che non è la stessa cosa.

Ho un ricordo appannato degli US Open 1992. Non tanto riguardo al torneo: ricordo la vittoria di Ivan Lendl al quinto set contro Boris Becker e la sua successiva sconfitta per 7-6 al quinto contro Stefan Edberg; che poi sarebbe prevalso in finale su Pete Sampras. Ho ben presente pure che John McEnroe perse contro Jim Courier, agli ottavi di finale. Il ricordo appannato riguarda una frase che disse Gianni Clerici. Ero una ragazzina, tifavo per Ivan Lendl e John McEnroe non è che mi stesse tanto simpatico. Ma Gianni Clerici disse qualcosa tipo “ho sempre saputo che il giorno in cui John McEnroe avrebbe giocato la sua ultima partita un pezzo del mio cuore si sarebbe spento per sempre”. Qualcosa di simile. Non so perché non riesco a ricordare precisamente cosa disse Clerici. Ricordo però che lo disse con un tono di voce che mi commosse. Il suo dolore era sincero. E il silenzio che seguì, fu qualcosa di talmente profondo da indurmi ad afferrare il telecomando e ad alzare il volume. Ma non era un problema dell’audio. Gianni Clerici rimase in silenzio e fu come se sopra New York fosse calato un vuoto incolmabile. Sono passati ventuno anni. John McEnroe oggi compie 54 anni. Quel vuoto incolmabile però, resiste ancora.


17 Commenti per “JOHN MCENROE, IL BRACCIO SINISTRO DI DIO”


  1. giacomo safina ha detto:

    nessun tennista di oggi avrebbe mai vinto contro McEnroe mettendosi una racchetta di legno in mano, neanche Federer.

  2. roberto ha detto:

    Se si giocasse 2 su tre anche gli slam mc enroe sarebbe rientrato tra i primi 5 o 6 più vincenti di sempre anche se avrebbe perso regolarmente con un federer o un dyokovic troppo forti per lui,con un nadal o Sampras non saprei

  3. luca ha detto:

    nessuno mai ha giocato a tennis sulla terra rossa come SuperMac nei primi 2 set della maledetta finale del 1984, roba da cineteca. Un sua demi volle’ smorzata di rovescio incrociata vale piu’ di 10 ore di tennis giocate da chiunque altro campione atuale (includo anche te, maesta’ Roger..)

  4. Daniele ha detto:

    Bellissimo articolo su un personaggio e un tennista unico e irripetibile che non vedo l’ora di rivedere a Milano tra pochi giorni!

  5. Nicola Menicacci ha detto:

    Che bell’articolo, lo leggo oltre un anno dopo che l’hai scritto, ed è tutto così terribilmente vero.
    Ricordo John Mcenroe che tiene un concerto Rock a Forte dei Marmi nel luglio 1994, che mi passa accanto, io gli parlo e neanche mi guarda. Ricordo poi di averlo visto a New York uscire di casa e chiedermi cosa avevo da guardare al che, quando gli risposi che ero fiorentino e lo avevo visto giocare nelle sue esibizioni in città, sorrise e mi disse che la città gli piaceva.
    E poi niente, neanche le magie di Federer, potranno mai eguagliare quell’infinito dilatarsi del tempo quando John, in allungo, fermo o in equilibrio precario, smorzava una sua volèe e la palla, leggera come un piumino di cipria (come diceva Clerici) cadeva inerme dall’altra parte del campo.
    Long live John MCEnroe, sempre.

  6. Maria Cecilia ha detto:

    Grazie Samantha bellissimo.articolo…John e’ stato il mio mito e lo sara’ per sempre….Mac mi manca tanto..leggere il tuo articolo mi fa’ tanta nostalgia di quei tempi…quandi giocava lui ed era tutto cosi’ bello…quei tempi purtopponnon.torneranno.piu’ ma John rimarra’ impresso nel mio cuore per sempre.perche’ e’ impossibile dimenticare un uomo che ti ha dato.cosi’ tante emozioni!!<3

  7. Alessandro ha detto:

    John McEnroe ha ispirato la nostra giovinezza. Questa è la verità. Almeno quella di chi cerca di esprimere sul campo della vita un atteggiamento creativo e in certe occasioni non convenzionale. Rifuggire dallo scambio di forza e sorprendere con leggerezza ed efficacia non prevedibile, variare l’inerzia dello stato delle cose, impugnare la situazione con un “grip” artigianale e non scolastico. Come quando stai sempre sulla baseline, rischi di essere tritato o di aprire al campo, ma soprattutto diventi succube e mentalmente passivo. Ecco, John è inconsapevole di questa fiamma che ha acceso in me, e che ancor oggi a 48, non si è polverizzata come lo sbuffo di gesso all’All England Lawn TC nel 1981. Complimenti Samantha per il Tuo stile. Buon Tie and Tea Break a tutti!!!

  8. Samantha Casella ha detto:

    Grazie di cuore a tutti per i complimenti. E’ davvero un gran privilegio provare, giorno per giorno, a scrivere di questo sport meraviglioso, che ci ha regalato campioni capaci di farci vivere simili emozioni!

  9. Stefano ha detto:

    concordo con tutti, ritorno indietro a quegli starordinari anni di tennis dove il tennis era John….

  10. Carlo ha detto:

    Articolo straordinario, ho i brividi. Sono i giornalisti come Samantha a far sì ogni giorno che tennis.it sia il miglior giornale di tennis in assoluto. Grazie per le emozioni che mi hai regalato e che continuerai a donarci. Carlo

  11. Vince ha detto:

    Ah… se qualcuno riuscisse a restituirgli la velocità di 30 anni fa! scherzerebbe ancora tutti su un campo da tennis. Sublime John, happy birthday.

  12. christian ha detto:

    bellissimo articolo…mcenroe il piu grande talento di tutti i tempi passati presenti e futuri…finale da lacrime, ma tutto vero…mcenroe mancherà sempre al mondo del tennis…..

  13. Ale ha detto:

    Ti ringrazio Samantha di questo emozionante articolo, ho 42 anni e sono nato tennisticamente con McEnroe, l’ho seguito, inseguito ovunque, l’ho conosciuto, l’ho amato alla follia(tennistica ovvio) e quell’ USOpen 1992 lo ricordo benissimo. È stato il più grande tennista di tutti i tempi(per me), ma è lo sport in generale negli anni 80 che era unico.

  14. Giada Ferraglioni ha detto:

    Auguri vecchio grande Mac…

  15. Maurizio ha detto:

    Veramente bello! Il finale ha commosso anche me, e non è vero che sia facile scrivere su un tale campione di cui tanto si è detto scritto.

  16. Samantha Casella ha detto:

    Grazie Emiliano! Sono davvero contenta che l’articolo ti sia piaciuto, però ammettiamolo, è facile scrivere su John McEnroe!

  17. Emiliano Severoni ha detto:

    Articolo stupendo, Samantha. Hai risvegliato in me alcuni tra i più bei ricordi di tennis. Grazie davvero.


Inserisci il tuo commento


Articoli correlati

  • AUGURI MAC, UNA VITA DA STAR LA CUI LUCE CONTINUA A BRILLARE TENNIS – Il sedici febbraio è il giorno del compleanno di John McEnroe, un protagonista assoluto, un campione dalla grande personalità capace di rimanere con successo nel mondo del tennis […]
  • BUON 58ESIMO BJORN, UOMO DEI RECORD TENNIS - Una carriera tennistica breve, ma all'insegna di record frantumati. Uno stile considerato allora inconsueto, ma che segnò l'inizio di una nuova epoca nel tennis. Un carattere […]
  • SI SALVI CHI PUÒ Il fatidico 21-12-2012 si avvicina inesorabile. Nel frattempo, noi proseguiamo nel nostro arduo tentativo di salvare il salvabile. Dopo ‘I Quattro Moschettieri di Francia’, Don Budge, […]
  • I DOLORI DEL GIOVANE LENDL Ivan Lendl, attuale coach di Andy Murray, nel corso della sua carriera da giocatore, prima di vincere il suo primo Slam a Parigi nel 1984, ha dovuto incassare ben quattro sconfitte […]
  • AMARCORD US OPEN Alla vigilia dell’ultimo Slam della stagione, riviviamo insieme dieci tra gli incontri più significativi disputati a New York nell’Era Open
  • INSULTI DA “TOP TEN” Non sempre il tennis è rispetto, eleganza e stile. Ogni tanto qualche protagonista si lascia andare, ed allora ecco la classifica dei migliori insulti di tutti i tempi, stillata dal […]

Dalla prima pagina » Ultima ora

Desideri ricevere in anteprima tutte le notizie? Iscriviti alla Newsletter di Tennis.it

TENNIS OGGI: nel numero di Novembre 2018

  • Naomi incanta. Di cognome fa Osaka, esattamente come la città che le ha dato i natali, ed è un riuscitissimo incrocio di razze dato che la madre è giapponese e il padre haitiano. I fans e gli sponsor impazziscono per lei, che ormai naviga stabilmente tra le top-five.
  • La Davis che verrà. In attesa dell'atto finale della Coppa 2018 tra Francia e Croazia, vi raccontiamo tutti i cambiamenti che il prossimo anno rivoluzioneranno il torneo a squadre più prestigioso del tennis.
  • Attenti a quell'aussie! Si chiama John Millman e finché non ha battuto Roger Federer sul palcoscenico degli US Open era sconosciuto ai più. Il 29enne di Brisbane è infatti sbocciato in ritardo a causa di una lunga serie di infortuni.